{"id":115441,"date":"2023-02-24T14:39:02","date_gmt":"2023-02-24T13:39:02","guid":{"rendered":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/?p=115441"},"modified":"2023-02-24T17:30:36","modified_gmt":"2023-02-24T16:30:36","slug":"mostre-a-torino-artisti-in-guerra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/?p=115441","title":{"rendered":"Mostre a Torino &#8211; Artisti in guerra"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Il tema della<strong> guerra si sta imponendo sui media &#8211; si vuole abituare il pubblico italiano all&#8217;idea<\/strong> che sia parte ineluttabile da accettare come sempiterno destino dell&#8217;uomo o si vuole aiutare a riflettere e <strong>combattere l&#8217;orribile idea della nececssit\u00e0 della guerra ?<\/strong><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/Mostre-Eivoli-1200-guerra-pace-librta-democrazia.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-115430\" src=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/Mostre-Eivoli-1200-guerra-pace-librta-democrazia-300x300.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/Mostre-Eivoli-1200-guerra-pace-librta-democrazia-300x300.jpg 300w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/Mostre-Eivoli-1200-guerra-pace-librta-democrazia-150x150.jpg 150w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/Mostre-Eivoli-1200-guerra-pace-librta-democrazia-768x768.jpg 768w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/Mostre-Eivoli-1200-guerra-pace-librta-democrazia.jpg 1000w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nikita Kadan<br \/>\nFoto: Gostomel. From artist\u2019s visual diary, 2023<br \/>\nCourtesy l\u2019artista<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<figure id=\"attachment_115429\" aria-describedby=\"caption-attachment-115429\" style=\"width: 300px\" class=\"wp-caption alignnone\"><a href=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/Mostre-1200-rivoli-2.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-115429\" src=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/Mostre-1200-rivoli-2-300x212.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"212\" srcset=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/Mostre-1200-rivoli-2-300x212.jpg 300w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/Mostre-1200-rivoli-2-1024x723.jpg 1024w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/Mostre-1200-rivoli-2-768x542.jpg 768w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/Mostre-1200-rivoli-2-425x300.jpg 425w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/Mostre-1200-rivoli-2.jpg 1200w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-115429\" class=\"wp-caption-text\">cliccare per ingrandire<\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p><strong>Francisco Jos\u00e9 de Goya y Lucientes<\/strong><br \/>\nDesastres de la Guerra (Disastri della guerra), 1810-1815<br \/>\nCollezione Fondazione Francesco Federico Cerruti per l\u2019Arte<br \/>\ndeposito a lungo termine<br \/>\n<strong>Castello di Rivoli Museo d\u2019Arte Contemporanea, Rivoli-Torino<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Artisti in guerra.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da <strong>Francisco Goya a Salvador Dal\u00ed, Pablo Picasso, Lee Miller, Zoran Mu\u0161i\u010d, Alberto Burri, Fabio Mauri, Bracha L. Ettinger, Anri Sala, Michael Rakowitz, Dinh Q. L\u00ea, Vu Giang Huong, Rahraw Omarzad e Nikita Kadan<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>A cura di Carolyn Christov-Bakargiev e Marianna Vecellio<\/strong><br \/>\n15 marzo \u2013 19 novembre 2023<\/p>\n<p>La nuova attivit\u00e0 espositiva 2023 del<strong> Castello di Rivoli Museo d\u2019Arte Contemporanea prende avvio al terzo piano della Residenza sabauda<\/strong> con la mostra collettiva a cura di Carolyn Christov-Bakargiev e Marianna Vecellio Artisti in guerra. Da Francisco Goya a Salvador Dal\u00ed, Pablo Picasso, Lee Miller, Zoran Mu\u0161i\u010d, Alberto Burri, Iri e Toshi Maruki, Fabio Mauri, Bracha L. Ettinger, Anri Sala, Michael Rakowitz, Dinh Q. L\u00ea (con opere tra l\u2019altro di Le Lam, Phan Oanh, Nguyen Thu, Truong Hieu, Nguyen Toan Thi, Kim Tien, Quach Phong, Huynh Phuong Dong, Minh Phuong), Vu Giang Huong, Rahraw Omarzad e Nikita Kadan.<br \/>\n<strong>La mostra presenta pi\u00f9 di 140 opere di 39 autor<\/strong>i realizzate da artisti che si trovavano o si trovano in guerra. Empatiche, sofferte, esprimono disagio ma anche grande umanit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La mostra prende spunto dai <strong>Desastres de la Guerra (Disastri della guerra), 1810-1815, di Francisco Jos\u00e9 de Goya y Lucientes e sviluppa il tema della guerra<\/strong> e della soggettivit\u00e0 post traumatica attraverso opere storiche e nuovi progetti di importanti artisti contemporanei.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Artisti in guerra include prestiti provenienti da importanti istituzioni pubbliche e private<\/strong> italiane e internazionali oltre a due nuove committenze, opere inedite realizzate per l\u2019occasione dall\u2019artista afgano Rahraw Omarzad (Kabul, 1964), e l\u2019artista ucraino Nikita Kadan (Kiev, 1982). Entrambi gli artisti condividono una pratica connessa a quella di promotori culturali offrendo un messaggio di grande impatto emotivo e umano oltre che sociale e politico. Originate a partire da scenari di conflitto e di profondi cambiamenti geopolitici, le loro prassi invitano a riflettere sull\u2019importanza di trovare nell\u2019espressione creativa narrazioni di cura e di pace.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Sostiene Francesca Lavazza,<\/strong> presidente del Castello di Rivoli Museo d\u2019Arte Contemporanea: <strong>\u201cQuesta mostra, ultima del percorso espositivo artistico di Espressioni che si \u00e8 sviluppato negli anni, raccoglie una riflessione profonda sulla contemporaneit\u00e0, grazie al lavoro degli artisti che attraverso i secoli hanno saputo raccontare le discontinuit\u00e0 del presente e la conflittualit\u00e0, interpretata attraverso la loro personale sensibilit\u00e0 nel tempo che stavano vivendo<\/strong>. Le opere esposte riescono cos\u00ec a<strong> scuotere il pubblico su tematiche controverse e difficili,<\/strong> rappresentando gli orrori della guerra, trasversali a tutti i conflitti. Ringrazio Carolyn Christov-Bakargiev e Marianna Vecellio per questo coraggioso progetto destinato a fare riflettere la coscienza collettiva\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<strong>IL TEMA<\/strong><\/p>\n<p>\u201cNato inizialmente come ultimo capitolo del progetto pluriennale di mostre e ricerca Espressioni\u201d, afferma il direttore Carolyn Christov-Bakargiev, \u201c<strong>gli eventi internazionali recenti ci hanno portato a realizzare una nuova mostra ad hoc che indaga il significato della guerra, a domandarci come alcuni esseri umani particolarmente empatici, gli artisti, elaborino la violenza organizzata e solo apparentemente razionale della guerra evidenziandone l\u2019orrore oppure per contrasto il suo mistero &#8211; sospeso come \u00e8 tra massima imprevedibilit\u00e0 e massimo calcolo<\/strong>. Per il filosofo greco presocratico <strong>Eraclito, l\u2019essere si rivela nella guerra,<\/strong> \u03a0\u03cc\u03bb\u03b5\u03bc\u03bf\u03c2 \u03c0\u03ac\u03bd\u03c4\u03c9\u03bd \u03bc\u1f72\u03bd \u03c0\u03b1\u03c4\u03ae\u03c1 \u1f10\u03c3\u03c4\u03b9 (polemos pant\u014dn men pat\u0113r esti &#8211; la guerra \u00e8 padre di tutte le cose). <strong>Il filosofo francese Emmanuel L\u00e9vinas, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale che egli trascorse in parte in un campo di prigionia tedesco, ci ricorda che l\u2019essere si rivela al pensiero filosofico come guerra cio\u00e8 nel contrasto tra la finitudine della morte &#8211; massimamente percepibile in guerra &#8211; e l\u2019incommensurabilit\u00e0 senza limiti dell\u2019esistenza. In questo intervallo o interregno tra vita e morte,<\/strong> l\u2019artista trova nell\u2019arte un modo per tirarsi fuori dal conflitto e dal pensiero avversariale e per espandere all\u2019infinito il tempo e lo spazio, anche quotidiano. Attraverso una serie di esempi del passato e alcune opere nuove realizzate da artisti oggi in guerra, questa mostra vuole indagare il tema culturalmente, psicologicamente, esteticamente, storicamente, filosoficamente. Per aprire una riflessione che vada oltre la semplice rimozione della guerra, oltre la spiegazione meramente economica di essa, oltre la paura o &#8211; altra faccia della stessa medaglia &#8211; la sua celebrazione come necessit\u00e0 e minor male\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\nIL PERCORSO ESPOSITIVO<\/p>\n<p>ATRIO TERZO PIANO<\/p>\n<p>Il percorso espositivo inizia nell\u2019atrio del terzo piano, con una selezione di immagini fotografiche d\u2019archivio provenienti dalle Collezioni della GAM \u2013 Galleria Civica d\u2019Arte Moderna e Contemporanea di Torino, raffiguranti la citt\u00e0 sabauda distrutta dai bombardamenti avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale (1939\u20131945). Le fotografie sono esposte insieme alla scultura di Ettore Ximenes (Palermo, 1855 \u2013 Roma, 1926) Il bacio di Giuda, 1884, gravemente danneggiata nelle incursioni aeree degli eserciti alleati nel 1942 e per questo allestita con la cassa contenente i suoi frammenti. \u00c8 inoltre presentata in questa area l\u2019opera di Iri e Toshi Maruki (Iri Maruki: Hiroshima, 1901\u20131995 \/ Toshiko Amakatsu Maruki: Chippubetsu, Hokkaido, 1912 \u2013Hiroshima, 2000), testimoni diretti degli effetti delle esplosioni nucleari a Hiroshima e Nagasaki.<\/p>\n<p>SALA 34<\/p>\n<p>Nella Sala 34, la Guerra d\u2019Indipendenza spagnola (1808\u20131814) fa da sfondo ai Desastres de la Guerra (Disastri della guerra), 1810-1815, prima edizione 1863, di Francisco Jos\u00e9 de Goya y Lucientes (Fuendetodos, 1746 \u2013 Bordeaux, 1828), il celebre ciclo di 83 incisioni realizzate nel periodo segnato dal conflitto con gli invasori napoleonici francesi. I primi piani di corpi e volti martoriati dalle sofferenze rappresentati da Goya sono allestiti in dialogo con le opere dell\u2019artista sloveno Anton Zoran Mu\u0161i\u010d (Boccavizza, 1909 \u2013 Venezia, 2005) il quale negli anni Trenta prima della guerra aveva avuto modo di ammirare e studiare le opere di Goya a Madrid. Mu\u0161i\u010d \u00e8 uno dei pochi artisti moderni ad aver vissuto in prima persona l\u2019orrore della Seconda Guerra Mondiale. Internato nel campo di Dachau nel novembre 1944 perch\u00e9 aveva rifiutato di arruolarsi nelle SS in Veneto, di Mu\u0161i\u010d, oltre a un cospicuo numero di opere della serie Nous ne sommes pas les derniers (Noi non siamo gli ultimi), 1970-1988, saranno presentati anche i primissimi disegni realizzati a Dachau nella primavera del 1945.<\/p>\n<p>Nella stessa Sala 34 \u00e8 presentato in anteprima il pi\u00f9 recente dipinto dell\u2019artista e psicanalista Bracha L. Ettinger (Tel Aviv, 1948), Medusa \u2013 Rachel \u2013 Piet\u00e0, 2017-2022, da cui emergono volti allucinati ma anche profonda bellezza. Nata poco dopo la guerra e figlia di sopravvissuti polacchi dell\u2019Olocausto, Ettinger presta servizio militare obbligatorio alla base aerea El Arish quando scoppia nel giugno 1967 la Guerra dei sei giorni tra Israele e i Paesi confinanti &#8211; Egitto, Siria e Giordania. In assenza dell\u2019ufficiale superiore, il soldato Ettinger prende da sola l\u2019iniziativa e organizza un\u2019importante operazione di salvataggio dal mare di pi\u00f9 di 150 militari israeliani durante l\u2019affondamento della nave militare INS Eilat, esperienza che le provoca una amnesia da trauma. Dopo anni di pratica psicoanalitica prima come paziente e poi da analista, Ettinger sviluppa una cifra personale di pittura intimista sul tema della memoria obliterata che riaffiora, una pittura soggettiva di fronte al mistero insondabile della guerra. Oggi Ettinger \u00e8 tra le teoriche femministe pi\u00f9 apprezzate ed \u00e8 nota in Israele per le sue attivit\u00e0 di collaborazione con i palestinesi a favore della risoluzione pacifica dei conflitti arabo-isrealiani.<\/p>\n<p>SALA 35<\/p>\n<p>La Seconda Guerra Mondiale \u00e8 indagata anche nella Sala 35 attraverso una selezione di opere poste in dialogo con il dipinto T\u00eate de femme (Testa di donna), 1942, di Pablo Picasso (Malaga, 1881 \u2013 Mougins, 1973) realizzato in pieno conflitto e che deriva in parte dal celebre dipinto Guernica, 1937, con cui condivide l\u2019uso di una tavolozza di neri e di grigi. Il viso straziato e diviso in due della figura dell\u2019artista e amica Dora Maar (Parigi, 1907\u20131997) probabile soggetto del ritratto, assomiglia inoltre a figure femminili raffigurate in Guernica. La grande tela fu realizzata nella primavera 1937 in memoria del tragico bombardamento aereo della cittadina basca, avvenuto a opera dell\u2019aviazione nazi-fascista il 26 aprile 1937. Picasso denunciava gli orrori della Guerra civile spagnola e criticava aspramente la condotta del generale Francisco Franco. La tela fu esposta in quello stesso anno nel padiglione della Spagna repubblicana presso l\u2019Esposizione Internazionale di Parigi. Divenne presto un simbolo di denuncia contro ogni forma di conflitto e prevaricazione, come dimostra la sua travagliata odissea, che, dalla chiusura dell\u2019Esposizione di Parigi, la vide impegnata in numerose tourn\u00e9e tra Europa, Stati Uniti e Sud America. Dal 1940, a seguito dello scoppio della guerra, Picasso affid\u00f2 la tela alle cure del Museum of Modern Art di New York per evitare che Franco ne rivendicasse la propriet\u00e0. Soltanto nel 1981 l\u2019opera pot\u00e9 finalmente fare rientro in Spagna, al Museo del Prado di Madrid, per poi passare, nel 1992, nell\u2019attuale sede del Museo Reina Sof\u00eda.<\/p>\n<p>I libri con rare e uniche legature di Pierre-Lucien Martin della Collezione Cerruti Solidarit\u00e9. Po\u00e8me, 1938, e Au rendez-vous allemand, 1944, del poeta surrealista francese Paul \u00c9luard (Saint-Denis, 1895 \u2013 Charenton-le-Pont, 1952) sono altres\u00ec in mostra. Solidarit\u00e9 \u00e8 pubblicato nell\u2019aprile 1938 con un corredo di sette acquetinte e acqueforti di artisti antifascisti, tra i quali Pablo Picasso, Joan Mir\u00f3 e Yves Tanguy. Il volume, i cui ricavi delle vendite sono destinati al sostegno dei combattenti repubblicani della Guerra civile spagnola, si apre con la poesia Novembre 1936, ritenuta dalla critica il primo componimento a carattere esplicitamente politico dello scrittore francese. Il poema \u00e8 composto all\u2019indomani della sanguinosa battaglia di Madrid che ha luogo tra l\u20198 e il 23 novembre 1936. Au rendez-vous allemand \u00e8 una raccolta di poesie pubblicata nel dicembre 1944. Ospita, tra gli altri, il poema La Victoire de Guernica, composto da \u00c9luard poche settimane dopo il drammatico bombardamento della cittadina basca. A spingere il poeta alla stesura del testo, concorre la visione dei disegni che Picasso stava realizzando per la grande tela in preparazione per l\u2019Esposizione Internazionale di Parigi. Il volume della Collezione Cerruti si contraddistingue per la presenza di un autografo del poeta: si tratta di Les Vainquers d\u2019hier p\u00e9riront, poesia composta il 14 aprile 1938, i cui versi corroborano l\u2019immagine di una Spagna martirizzata dalla Guerra civile.<\/p>\n<p>Nella medesima Sala 35 si trova anche l\u2019opera di Salvador Dal\u00ed (Figueres, 1904\u20131989), Composition avec tour (anche intitolato Bozzetto per sipario di scena di \u201cCaf\u00e9 de Chinitas\u201d), 1943 ca. Tra i pi\u00f9 noti artisti surrealisti ad avere dipinto i disastri della guerra civile spagnola e della Spagna autarchica durante la Seconda Guerra Mondiale, Dal\u00ed creava opere \u201ccritico-paranoiche\u201d sotto forma di paesaggi spagnoli onirici e desolati. Questo dipinto \u00e8 un bozzetto per uno dei sipari che egli ha realizzato per la coreografia dell\u2019amica nota come La Argentinita, la famosa ballerina e coreografa Encarnaci\u00f3n L\u00f3pez J\u00falvez (Buenos Aires, 1898 \u2013 New York, 1945), allorch\u00e9 ella present\u00f2 nel 1943 al Metropolitan Opera House di New York la prima della sua opera-balletto El Caf\u00e9 de Chinitas. Il balletto era basato su canzoni di un altro grande amico e compagno di strada di Dal\u00ed, Federico Garcia-Lorca, ispirate a canti popolari spagnoli. La Argentinita, repubblicana, era fuggita negli Stati Uniti nel 1936, e questa sua coreografia, realizzata in piena guerra, doveva essere un inno alla gioia e alla libert\u00e0 del mondo prima della dittatura di Franco quando, assieme a Dal\u00ed, Garcia-Lorca, Picasso e altri artisti ed intellettuali spagnoli, il Caf\u00e9-teatro Chinitas di Malaga in Andalusia, aperto a met\u00e0 \u2018800 come culla del Flamenco, era molto frequentato. Gli elementi del quadro sono carichi di riferimenti alla situazione in Europa nel 1943: attraversato da un muro centrale, il dipinto presenta sulla destra uno scenario in rovina sul cui fondale compare un edificio razionalista di ascendenza metafisica e una stella blu che, oltre a raffigurare il cartello del caff\u00e8, potrebbe alludere alla stella ebraica, espressione del tormento che affliggeva l\u2019Europa dominata dalle leggi razziali. Dall\u2019altro lato del dipinto, a sinistra, una bandiera rossa pende, simbolo del socialismo rivoluzionario che in quel periodo era alleato contro i fascismi.<\/p>\n<p>Una parte della Sala 35 \u00e8 invece dedicata alla vicenda di Alberto Burri (Citt\u00e0 di Castello, 1915 \u2013 Nizza, 1995), tra i principali artisti italiani del ventesimo secolo che, con un\u2019inedita indagine dei materiali, ha rivoluzionato il linguaggio artistico nel secondo dopoguerra attraverso un\u2019arte astratta materica di forte impatto. Formatosi come medico, serv\u00ec nell\u2019Esercito italiano in Nord Africa dove fu fatto prigioniero e trasferito negli Stati Uniti. Durante la prigionia nel campo POW (Prisoners of War) a Hereford, Texas, dal 1943 al 1946, decide di abbandonare la professione medica per dedicarsi esclusivamente all\u2019arte. Nel campo di Hereford vi erano numerosi italiani che erano scrittori, artisti e artigiani, ed \u00e8 possibile che da loro prese inizio l\u2019idea di dedicarsi all\u2019arte. In mostra \u00e8 esposto il primo dipinto di Burri, l\u2019olio su tela Texas, 1945, una delle poche opere realizzate durante la permanenza nel campo di prigionia che egli ha voluto riportare in Italia nella sua nativa Citt\u00e0 di Castello. L\u2019opera \u00e8 fondativa, sebbene non appartenga al periodo maturo dell\u2019artista che egli usava fare risalire al 1948 circa. Il paesaggio rosso e ocra quasi astratto \u00e8 denso di materia pittorica e vi si scorge, lungo una linea alta d\u2019orizzonte, un treno che passa, mentre in primo piano si trova una corrente d\u2019acqua e al centro pochi elementi tra cui la staccionata del recinto del campo, una baracca come quelle dei prigionieri, un wind-vane sopra un traliccio (tipico del Texas ove le pompe dei pozzi artesiani erano alimentate a vento con mulini capaci anche di prevedere tempeste di vento) e due alberi solitari. La struttura diagonale delle linee d\u00e0 movimento alla composizione in cui il paesaggio e la natura umana si incontrano in una solitudine profonda ma energica, in un limbo, nell\u2019attesa che la guerra, lontana, finisca \u2013 in un modo o nell\u2019altro. Accanto a Texas, sono esposti due Sacchi di Burri dei primi anni cinquanta, Sacco e Rosso, 1954, della Collezione Cerruti, e Sacco, 1954, della Fondazione Magnani Rocca. Si tratta di espressioni della certezza folgorante dell\u2019artista che la materia stessa, la iuta, strappata e ricucita come un corpo dopo un trauma, possa esprimere senza racconto, senza figurazione, la realt\u00e0 e l\u2019alterit\u00e0 assolute dell\u2019esperienza dell\u2019esserci.<\/p>\n<p>Nella stessa sala sono inoltre allestiti i reperti fotografici militari tratti da riviste dell\u2019epoca che compongono l\u2019opera concettuale Linguaggio \u00e8 guerra, 1974, di Fabio Mauri (Roma, 1926\u20132009). Scioccato dalla scoperta dell\u2019Olocausto, l\u2019artista italiano fu internato in manicomio subito dopo la guerra e fino ai primi anni Cinquanta del secolo scorso in preda a crisi mistiche. A partire dalla fine degli anni Cinquanta, svilupp\u00f2 un\u2019arte basata sull\u2019indagine tra bellezza, male, ideologia e potere. In Linguaggio \u00e8 guerra, egli riflette all\u2019inizio degli anni Settanta sul rapporto tra la manipolazione ideologica (il linguaggio) e la guerra in generale.<\/p>\n<p>L\u2019allestimento della sala si completa con le fotografie in bianco e nero di Elizabeth (Lee) Miller (Poughkeepsie, 1907 \u2013 Chiddingly, 1977), fotografa surrealista allieva di Man Ray che successivamente divenne fotografa di moda oltrech\u00e9 reporter. Durante il secondo conflitto mondiale divenne un\u2019acclamata corrispondente di guerra per Vogue magazine, accompagnando l\u2019esercito americano in Germania e arrivando pertanto a documentare il primo ingresso nei campi di concentramento di Buchenwald e Dachau. In questa mostra, per la prima volta le fotografie di Dachau di Lee Miller possono essere raffrontate con i disegni e le testimonianze di Mu\u0161i\u010d.<\/p>\n<p>SALA 36<\/p>\n<p>La mostra prosegue nella Sala 36 con una sezione dedicata alla raffigurazione artistica della \u2018Guerra del Vietnam\u2019 o \u2018Seconda guerra di Indocina\u2019 o \u2018American War\u2019, come essa viene variamente chiamata a seconda dei contesti (1955\u20131975). L\u2019installazione Light and Belief. Voices and sketches of life from the Vietnam War (Luce e fede. Voci e schizzi di vita dalla guerra del Vietnam), 2012, dell\u2019artista vietnamita Dinh Q. L\u00ea (Ha-Tien, 1968) che oggi vive e lavora a Ho Chi Minh City (gi\u00e0 Saigon), viene presentata per la prima volta in occasione di dOCUMENTA (13) a Kassel. L\u2019artista \u00e8 fuggito nel 1978 a 10 anni dal Vietnam del Sud dopo la presa di Saigon da parte delle truppe del Nord Vietnam (1975) e l\u2019unificazione del Paese nel luglio 1976 ed \u00e8 giunto negli Stati Uniti tra i \u201cBoat people\u201d alla fine degli anni Settanta. L\u2019installazione raccoglie circa 70 disegni realizzati in guerra da diversi artisti Viet Cong e nordvietnamiti attorno al 1967-1973. A corredo dei dipinti dei Viet Cong e di soldati nordvietnamiti che rappresentano perlopi\u00f9 un mondo pacifico e idilliaco nella giungla, durante gli intervalli tra i combattimenti contro americani e sud vietnamiti (ARVN), fa parte dell\u2019installazione un video di Dinh Q. L\u00ea composto da interviste agli ormai anziani artisti Viet Cong e nordvietnamiti per capire la vita e il lavoro degli artisti-soldati durante la guerra e cosa li motivava a non dipingere scene di battaglia o di violenza. \u00c8 esposta anche un\u2019opera di Vu Giang Huong (Hanoi, 1930\u20132011), importante artista nordvietnamita.<\/p>\n<p>SALA 36 BIS<\/p>\n<p>Nella sala seguente (36 bis) \u00e8 allestita una testimonianza dedicata alla Guerra in Ucraina, in corso a partire dall\u2019invasione russa del febbraio 2022. La guerra estende il conflitto gi\u00e0 in atto dal 2014 quando la Russia ha annesso la Crimea e parti del Donbass, ed \u00e8 elaborata dalla prospettiva dell\u2019artista ucraino Nikita Kadan nella grande installazione The Shelter II (Il rifugio II), 2023, che si configura come il naturale proseguimento dell\u2019opera omonima The Shelter realizzata dall\u2019artista nel 2015 per la 14\u00b0 Biennale Istanbul e dedicata al Donbass. La nuova opera al Castello di Rivoli \u00e8 ispirata da immagini che documentano la guerra in Ucraina reperite dall\u2019artista su Internet. Esprime il dramma e il dolore del conflitto russo-ucraino e assomiglia a un rifugio antiaereo diviso su due piani. Lo spazio superiore \u00e8 un muro composto da pile di libri stipati contro il vetro di finestre; i libri non sono pi\u00f9 simboli di cultura e conoscenza ma servono per proteggere gli abitanti e le loro abitazioni dai frammenti di vetro in caso di esplosioni nelle aree di conflitto, come documentano i tanti reportage di guerra. Il piano inferiore dell\u2019installazione richiama un luogo di morte, una tomba sotterranea. Sulla terra compatta della parete di fondo si scorge una mano in bronzo fuso da un calco della mano dell\u2019artista. L\u2019installazione nel suo complesso si carica della tragicit\u00e0 della storia corrente, trasformandosi in un ambiente di solitudine, silenzio, rifugio, malinconica impotenza, e incapacit\u00e0 di agire.<\/p>\n<p>SALA 37<\/p>\n<p>Nella Sala 37 si trova l\u2019elaborazione artistica della Guerra nei Balcani (1990\u20132001), con il video dell\u2019artista albanese Anri Sala (Tirana, 1974) Nocturnes (Notturni), 1999, che utilizza tecniche documentarie di associazione tra storie personali e realt\u00e0 storiche per richiamare l\u2019attenzione sull\u2019esperienza della solitudine e della pressione sociale in tempo di guerra. L\u2019opera intreccia i racconti di due personaggi che per motivi diversi soffrono di insonnia: un solitario collezionista di pesci, Jacques, che vede nella violenza tra pesci una metafora del lato violento e oscuro degli umani, e un altro giovane uomo, Denis, che soffre di insonnia dopo aver vissuto atrocit\u00e0 quando era casco blu delle Nazioni Unite in guerra.<\/p>\n<p>Nella medesima sala i conflitti in Medio Oriente (1948 \u2013 in corso) sono raccontati attraverso il film The Ballad of Special Ops Cody (La ballata dell\u2019agente speciale Cody), 2017, dell\u2019artista americano di origine irachena Michael Rakowitz (Long Island, New York, 1973), il cui lavoro indaga le contraddizioni delle guerre in Iraq (2003\u20132011). Nel film, realizzato con la tecnica dell\u2019animazione stop-motion, il protagonista \u2013 un modello giocattolo di soldato americano \u2013 si confronta con statue votive mesopotamiche conservate dall\u2019Istituto Orientale dell\u2019Universit\u00e0 di Chicago e si scusa con loro addossandosi le responsabilit\u00e0 dei crimini commessi contro la popolazione irachena. Il soldato, a cui il sergente Gin McGill-Prather, ex soccorritore militare dell\u2019Army National Guard (ARNG), presta la voce, si reca al museo e, utilizzando il suo equipaggiamento militare, si arrampica sulle vetrine che custodiscono i preziosi cimeli. Il video lo ritrae mentre chiede scusa alle statue.<\/p>\n<p>SALA 38 \u2013 SOTTOTETTO<\/p>\n<p>Il percorso espositivo al Terzo piano del Castello si conclude nella Sala 38 e nell\u2019ambiente sottotetto del Museo con gli echi delle pi\u00f9 recenti guerre in Afghanistan, iniziate con l\u2019attacco USA e la liberazione del paese dai Taliban nell\u2019autunno 2001 (a seguito dell\u2019attentato di Al Qaida alle Torri gemelle a New York) che si concluse con l\u2019istituzione di un nuovo governo afgano sostenuto da forze USA e NATO fino al 2014; segu\u00ec un periodo di maggiore autonomia politica per l\u2019Afghanistan con una ridotta presenza di truppe USA e NATO fino al ritiro definitivo nel 2021 e al ritorno del regime Talebano subito dopo. Questo conflitto con continui rovesciamenti, \u00e8 evocato nelle opere dell\u2019artista afghano Rahraw Omarzad fondatore del CCAA centro per l\u2019arte contemporanea a Kabul e di una scuola concepita per dare accesso all\u2019educazione artistica alle donne, fuggito nell\u2019autunno 2021 anche grazie all\u2019impegno del Museo e del Governo italiano. L\u2019installazione Every Tiger Needs a Horse (Ogni tigre ha bisogno di un cavallo), 2022-2023, \u00e8 un ambiente nato a partire dall\u2019esplosione di un cubo contenente dinamite e pittura, esplosione eseguita in maniera controllata all\u2019interno di una base militare in Piemonte grazie alla collaborazione dell\u2019Esercito Italiano. Le sei tele che ne derivano e ne portano le tracce sono allestite per la prima volta in questa mostra. L\u2019opera prende le mosse dalla percezione di crescente violenza e guerra continua nel proprio Paese d\u2019origine. Una ulteriore nuova opera di Omarzad \u00e8 esposta, il film New Scenario (Nuovo scenario), 2022, girato in video durante i mesi di residenza dell\u2019artista al Castello di Rivoli, all\u2019interno di un rifugio antiaereo di Torino costruito nel 1943 dopo i primi grandi bombardamenti della citt\u00e0. Esso propone invece una riflessione sulla circolarit\u00e0 del destino umano e sulle difficolt\u00e0 di affrancamento dalle logiche del trauma, della ferita e del conflitto. L\u2019opera mostra personaggi allegorici simili a fantasmi guidati da una partitura di movimenti e gestualit\u00e0 lenti e ripetitivi, in un\u2019ambientazione teatrale essenziale costituita da oggetti di scena e luci contrastate che trasportano l\u2019osservatore in una dimensione ipnotica e senza risoluzione. I protagonisti dell\u2019allegoria includono, tra gli altri, un talebano, un soldato americano, un uomo d\u2019affari, oltre a figure mitologiche avvolte in drappi. I ruoli dei personaggi si rovesciano pi\u00f9 volte, come pupazzi della Storia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">TEATRO (programma video)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il percorso della mostra \u00e8 integrato dalla presentazione nel Teatro del Museo di un programma video curato dall\u2019artista ucraino Nikita Kadan e da Giulia Colletti intitolato Una lettera dal fronte con opere degli artisti contemporanei ucraini AntiGONNA (Vinnitsa, 1986), Yaroslav Futymsky (Poninka, 1987), Nikolay Karabinovych (Odessa, 1988), Dana Kavelina (Melitopol, 1995), Alina Kleytman (Kharkiv, 1991), Yuri Leiderman (Odessa, 1963), Katya Libkind (Vladivostok, 1991), Yarema Malashchuk &amp; Roman Himey (Yarema Malashchuk: Kolomyia, 1993 \/ Roman Himey: Kolomyia, 1992), Lada Nakonechna (Dnipropetrovsk, 1981), R.E.P. (2004), Revkovsky \/ Rachinsky (Daniil Revkovsky: Kharkiv, 1993 \/ Andriy Rachinsky: Kharkiv, 1990), Oleksiy Sai (Kiev, 1975), Lesia Khomenko (Kiev, 1980), e Mykola Ridnyi (Kharkiv, 1985).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p><strong>Castello di Rivoli<\/strong><br \/>\n<strong>Piazza Mafalda di Savoia<\/strong><br \/>\n<strong>10098 Rivoli &#8211; Torino<\/strong><br \/>\n<strong>Info: +39 0119565222<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il tema della guerra si sta imponendo sui media &#8211; si vuole abituare il pubblico italiano all&#8217;idea che sia parte ineluttabile da accettare come sempiterno<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[1916,14,15,9411,358,15896],"tags":[26492],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/115441"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=115441"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/115441\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":115442,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/115441\/revisions\/115442"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=115441"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=115441"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=115441"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}