{"id":125448,"date":"2023-10-24T20:11:01","date_gmt":"2023-10-24T18:11:01","guid":{"rendered":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/?p=125448"},"modified":"2023-10-25T20:22:02","modified_gmt":"2023-10-25T18:22:02","slug":"mostre-a-milano-oro-bianco-tre-secoli-di-porcellane-ginori-museo-poldi-pezzoli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/?p=125448","title":{"rendered":"Mostre a Milano &#8211; ORO BIANCO &#8211; Tre secoli di porcellane Ginori &#8211; Museo Poldi Pezzoli"},"content":{"rendered":"<p><strong>ORO BIANCO<\/strong><br \/>\n<strong>Tre secoli di porcellane Ginori<\/strong><br \/>\nMilano, Museo Poldi Pezzoli<br \/>\n25 ottobre 2023 \u2013 19 febbraio 2024<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A Milano una mostra dedicata alla storia della Manifattura di Doccia,<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">da Carlo Ginori a Gio Ponti<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/mostra-12-op.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-125450\" src=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/mostra-12-op-300x200.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/mostra-12-op-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/mostra-12-op-768x512.jpg 768w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/mostra-12-op-450x300.jpg 450w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/mostra-12-op.jpg 1024w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">ORO BIANCO. Tre secoli di porcellane Ginori \u00e8 il titolo della mostra che il Museo Poldi Pezzoli e<br \/>\nil Museo Ginori presentano al pubblico dal 25 ottobre 2023 al 19 febbraio 2024 nelle sale della<br \/>\ncasa museo di via Manzoni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il desiderio di <strong>impadronirsi del segreto di fabbricazione della porcellana all\u2019inizio del XVIII secolo era paragonabile a quello che animava la leggendaria ricerca della pietra filosofale<\/strong> degli alchimisti, da cui la <strong>metafora \u201coro bianco\u201d, spesso usata per identificare il pi\u00f9 nobile fra i materiali ceramici.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>L\u2019esposizione, a cura di Rita Balleri e Oliva Rucellai<\/strong>, rispettivamente conservatrice e capo-conservatrice del Museo Ginori, e di Federica Manoli, collection manager e curatrice della collezione di ceramiche del Museo Poldi Pezzoli, racconta alcuni dei momenti pi\u00f9 significativi della storia della manifattura di Sesto Fiorentino attraverso <strong>una selezione di opere (circa 60) provenienti, oltre dai musei promotori, da Le Gallerie degli Uffizi di Firenze, dal Museo Civico di Arte Antica &#8211; Palazzo Madama di Torino, dalle collezioni dei principi del Liechtenstein e da alcune importanti raccolte private.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abNella storia romanzesca della porcellana europea, <strong>fatta di sfrenate ambizioni principesche, febbrili ricerche e codici tenuti segreti come preziosi tesori, la Manifattura Ginori<\/strong> ha un marcato carattere di unicit\u00e0 e il Museo Poldi Pezzoli \u00e8 la sede pi\u00f9 adatta e prestigiosa per raccontarne la storia. In quanto casa museo \u00e8 una vera e propria antologia, <strong>perch\u00e9 conserva un panorama di epoche, mode e sensibilit\u00e0 differenti.<\/strong> Spiccano n<strong>ella nostra collezione per qualit\u00e0 e preziosit\u00e0 proprio le porcellane provenienti dalle fabbriche pi\u00f9 rinomate e affermate sulla scena del Settecento europeo<\/strong> e tra queste le opere nate nella Manifattura di Doccia, emblema di sperimentazione artistica ed eclettismo\u00bb dichiara Alessandra Quarto, Direttore del Museo Poldi Pezzoli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>\u00abIn attesa che il Museo Ginori riapra le sue porte<\/strong>, questa mostra \u00e8 un\u2019occasione preziosa per raccontare la sua straordinaria storia. Una storia che tiene insieme la capacit\u00e0 imprenditoriale del<br \/>\nsuo visionario fondatore Carlo Ginori (sorta di Adriano Olivetti del Settecento) e l\u2019eccezionale abilit\u00e0 di generazioni di lavoratrici e di lavoratori; la progressiva democratizzazione dell\u2019oro bianco, che dalle tavole dei principi entra in ogni casa italiana, e la crescita culturale e politica di un movimento operaio che proprio alla Ginori vede nascere la Societ\u00e0 di Mutuo Soccorso di Sesto Fiorentino e, poi, una stagione di lotte cui partecip\u00f2 anche don Lorenzo Milani. Sar\u00e0 appassionante, per i visitatori, scoprire quali forme \u2013 altissime, inaspettate, commoventi \u2013 abbia assunto, lungo i secoli, un materiale per tutti cos\u00ec consueto come la porcellana\u00bb dichiara Tomaso Montanari, Presidente della Fondazione Museo Archivio Richard Ginori della Manifattura di Doccia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Possedere i manufatti delle prime fabbriche europee era segno di distinzione ed eccezionale era il prestigio di chi ne promuoveva la produzione. Tra questi il marchese Carlo Ginori, fondatore dell\u2019impresa ancora oggi attiva e ispiratore del Museo che ne racconta la storia. Il percorso espositivo, per presentare le fasi salienti della produzione della prestigiosa manifattura, si snoda attraverso quattro sezioni:<br \/>\n1. Le origini: Carlo Ginori e l\u2019oro bianco; l\u2019eleganza nell\u2019apparecchiatura della tavola.<br \/>\n2. La Manifattura Ginori e la scultura in porcellana: opere dall\u2019antico e dal tardo barocco a<br \/>\nFirenze.<br \/>\n3. Eclettismo e gusto per l\u2019esotico.<br \/>\n4. Il Novecento tra arte e industria: Gio Ponti direttore artistico della Richard-Ginori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La prima sezione sviluppa uno dei temi dominanti nella produzione della Manifattura:<strong> sulla scia<\/strong><br \/>\n<strong>dell\u2019interesse dei viaggiatori che da tutta Europa intraprendevano il Grand Tour per ammirare i<\/strong><br \/>\n<strong>marmi delle collezioni medicee, si sviluppa un gusto per l\u2019antico che Carlo Ginori accoglie e<\/strong><br \/>\n<strong>concretizza realizzando riproduzioni in porcellana dei capolavori pi\u00f9 celebri conservati nella<\/strong><br \/>\n<strong>Tribuna degli Uffizi e in altre raccolte fiorentine e romane, dal Museo Capitolino alle collezioni<\/strong><br \/>\n<strong>Vaticane<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A testimonianza di questa attenzione verso l\u2019antico, in mostra sono esposti <strong>la Venere de\u2019Medici e le Teste di Adriano e di Nerva,<\/strong> quest\u2019ultima acquistata dallo Stato italiano per il Museo Ginori nel novembre 2020.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Con il passaggio del Granducato di Toscana alla dinastia lorenese, il fondatore della Manifattura<\/strong><br \/>\n<strong>Ginori raccoglie l\u2019eredit\u00e0 artistica e culturale dei Medici,<\/strong> acquisendo forme e modelli dalle principali botteghe degli scultori tardo barocchi fiorentini. Raccontano questa fase della Manifattura raffinati accostamenti di <strong>sculture in porcellana esposte per la prima volta insieme ai rispettivi archetipi in bronzo come: la Menade danzante messa a confronto con l\u2019Anfitrite in bronzo dello Studiolo di Francesco I de\u2019 Medici, il Laocoonte del Museo Poldi Pezzoli con il relativo bronzetto,<\/strong> l\u2019Atlante che regge <strong>il globo terrestre dalle gallerie di Palazzo Madama di Torino con Ercole<\/strong> che regge il globo celeste di Ferdinando Tacca, dalle collezioni dei principi del Liechtenstein.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il percorso giunge al termine con i capolavori del XIX secolo, che avranno il loro culmine nel<\/strong><br \/>\n<strong>servizio da tavola su disegno di Gaetano Lodi per il Khediv\u00e8 Ismail Pasha<\/strong>. Le due ciste conservate<br \/>\nal Museo Poldi Pezzoli, dono di Paola Ojetti del 1973, aprono infine all\u2019analisi del periodo della<br \/>\ndirezione artistica di Gio Ponti, di cui saranno esposte <strong>anche lettere autografe con schizzi e<\/strong><br \/>\n<strong>istruzioni per l\u2019esecuzione dei suoi progetti.<\/strong> La sezione finale della mostra presenta quindi anche<br \/>\nl\u2019occasione per v<strong>alorizzare la figura del milanese Gio Ponti nel centenario della prima Mostra<\/strong><br \/>\n<strong>Biennale delle Arti Decorative Internazionali di Monza,<\/strong> svoltasi nel 1923. Si intende cos\u00ec rendere<br \/>\nomaggio a uno dei pi\u00f9 importanti architetti e designer del Novecento italiano, che tanto ha fatto<br \/>\nanche per la citt\u00e0 di Milano, grazie alle grandi opere architettoniche che portano la sua<br \/>\ninconfondibile firma.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Accompagna la mostra un video in italiano con sottotitoli in inglese, realizzato in collaborazione<br \/>\ncon ICASTICA \u2013 Arte e Culture della Comunicazione, divisione multimediale del Gruppo Promos,<br \/>\nche introdurr\u00e0 la mostra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il progetto di allestimento, affidato allo studio Guicciardini &amp; Magni di Firenze, favorisce la<br \/>\nlettura dei confronti e il racconto del percorso stilistico della manifattura attraverso i secoli,<br \/>\naccompagnando il visitatore nella scoperta e sottolineando l\u2019importanza della scultura attraverso<br \/>\nuna esposizione suggestiva delle opere che occupano lo spazio centrale della prima sala.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Completa l\u2019esposizione un volume, edito da Skira, con saggi che delineano le vicende della<br \/>\nmanifattura Ginori nel contesto europeo della corsa all\u2019\u201doro bianco\u201d, le particolarit\u00e0 della<br \/>\nmanifattura italiana e i personaggi che ne hanno costruito la storia (Carlo Ginori e i suoi eredi,<br \/>\nAugusto Richard, Gio Ponti e altri); glossario, linea del tempo e mappa delle prime manifatture<br \/>\neuropee corredano i testi. Inoltre il volume presenta un catalogo delle opere in mostra con schede di<br \/>\napprofondimento, alcune delle quali contenenti risultati di studi inediti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Museo Ginori \u2013 Museo Poldi Pezzoli<\/strong><br \/>\nORO BIANCO. Tre secoli di porcellane Ginori<br \/>\nMuseo Poldi Pezzoli<br \/>\nVia A. Manzoni 12 Milano<br \/>\n25 ottobre 2023 \u2013 19 febbraio 2024<br \/>\nChiusa: marted\u00ec e festivit\u00e0 ( 25 dicembre, 1 gennaio, Pasqua, 25 aprile, 1 maggio, 15 agosto)<br \/>\nOrario: 10.00 \u2013 18.00 (orario continuato)<br \/>\n<strong>Ingresso:<\/strong><br \/>\n<strong>Intero: \u20ac14,00<\/strong><br \/>\nRidotto: \u20ac10,00 (over 65 \u2013 Convenzionati)<br \/>\nRidotto Giovani: \u20ac6,00 (Ragazzi 11 \u2013 18 anni, studenti fino a 26 anni)<br \/>\nPer informazioni: 02794889\/6334<br \/>\nwww.museopoldipezzoli.it<br \/>\nwww.museoginori.org<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La Fondazione Museo Archivio Richard Ginori della Manifattura di Doccia \u00e8 particolarmente felice<br \/>\ndi questa occasione di conoscenza del suo patrimonio offerta al pubblico milanese, nazionale e<br \/>\ninternazionale.<br \/>\nLa Fondazione nasce (su proposta di chi scrive, e decisione dell\u2019allora ministro dei Beni culturali<br \/>\nDario Franceschini) dopo l\u2019acquisto, da parte dello Stato, delle straordinarie collezioni che<br \/>\ndocumentano la secolare attivit\u00e0 della Manifattura Ginori.<br \/>\nUn grande gruppo della moda aveva allora rilevato lo stabilimento, salvandolo da un complicato<br \/>\nfallimento, ma nessuno sembrava interessato al Museo, che pure rappresenta nel modo pi\u00f9 alto la<br \/>\nstoria della porcellana italiana.<br \/>\nUna storia che tiene insieme la visionaria capacit\u00e0 imprenditoriale del fondatore Carlo Ginori (sorta<br \/>\ndi Adriano Olivetti del Settecento) e l\u2019eccezionale abilit\u00e0 manuale di generazioni di lavoratrici e di<br \/>\nlavoratori, una storia che racconta la progressiva democratizzazione dell\u2019oro bianco, che dalle tavole<br \/>\ndei principi entra in ogni casa italiana, e la crescita culturale e politica di un movimento operaio che<br \/>\nproprio alla Ginori vede nascere la Societ\u00e0 di Mutuo Soccorso di Sesto Fiorentino e vede poi una<br \/>\nstagione di lotte cui partecip\u00f2 anche don Lorenzo Milani. L\u2019accordo di valorizzazione firmato nel<br \/>\n2018 fra i tre soci fondatori (Ministero della Cultura, Regione Toscana, Comune di Sesto Fiorentino)<br \/>\nprevede che il Museo sia conferito alla Fondazione dopo i necessari, radicali, lavori di restauro che<br \/>\nprenderanno finalmente il via nei prossimi mesi.<br \/>\nNel frattempo, la Fondazione ha inventariato, e quindi trasferito a sue spese in un luogo sicuro, le<br \/>\ncollezioni che rimanevano, in casse, nel Museo; ha realizzato un sito capace di far conoscere<br \/>\nvirtualmente al pubblico la ricchezza delle collezioni; ha restituito alla popolazione il godimento del<br \/>\npiccolo parco del Museo; ha realizzato una serie di mostre, tra le quali questa, che nasce<br \/>\ndall\u2019esperienza dell\u2019ex direttore della Fondazione, Andrea Di Lorenzo, a lungo vicedirettore del<br \/>\nMuseo Poldi Pezzoli, e dal lavoro di curatela di Oliva Rucellai e Rita Balleri: a loro va la gratitudine<br \/>\ndella Fondazione, che si estende a tutto lo staff (e qui, in particolare, a Consuelo de Gara, responsabile<br \/>\ndella comunicazione, e ad Angela Cutuli, per la continua assistenza legale e amministrativa).<br \/>\nLa Fondazione \u00e8 gratissima ai tre soci fondatori, nelle persone del ministro Gennaro Sangiuliano, del<br \/>\npresidente Eugenio Giani, del sindaco Lorenzo Falchi.<br \/>\nRingrazio, infine, in modo particolare il Museo Poldi Pezzoli, nella sua direttrice Alessandra Quarto,<br \/>\nche, con questa collaborazione, ha permesso ai milanesi di conoscere la storia della Ginori, che<br \/>\nproprio grazie al legame con la milanese Richard, nata dalla Societ\u00e0 per la fabbricazione delle<br \/>\nporcellane lombarde, raggiunse una dimensione davvero di massa.<br \/>\nCrediamo che sar\u00e0 appassionante, per il pubblico, scoprire quali forme \u2013 altissime, inaspettate,<br \/>\ncommoventi \u2013 abbia assunto, lungo i secoli, un materiale domestico per tutti cos\u00ec consueto come la<br \/>\nporcellana: \u201cgiacch\u00e9 la materia d\u2019un\u2019arte \u2013 ha scritto Henry Focillon \u2013 non \u00e8 affatto un dato fisso,<br \/>\nacquisito per sempre: fin dagli inizi esso \u00e8 trasformazione e novit\u00e0, poich\u00e9 l\u2019arte, come un\u2019operazione<br \/>\nchimica, elabora, e continua a compiere, metamorfosi\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tomaso Montanari<br \/>\nPresidente<br \/>\nFondazione Museo Archivio Richard Ginori della Manifattura di Doccia<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In una mostra tre secoli di raffinatezza ed eleganza<br \/>\nLa mostra che si presenta al Museo Poldi Pezzoli nasce dalla collaborazione con il Museo Ginori di<br \/>\nSesto Fiorentino, chiuso dal 2014 e acquisito al patrimonio dello Stato nel 2017. Due istituzioni con<br \/>\nuna storia importante si legano e danno vita a un progetto scientifico che ne celebra le collezioni, la<br \/>\nstoria e i valori, per diffondere la conoscenza e approfondire gli studi in corso.<br \/>\nDa sempre il Museo Poldi Pezzoli, nella programmazione delle mostre, sceglie di ospitare e<br \/>\norganizzare esposizioni che abbiano principalmente l\u2019obiettivo di promuovere la collezione<br \/>\npermanente. Un patrimonio che oggi conta oltre seimila oggetti che spaziano dalla pittura alle<br \/>\nporcellane, dai vetri alle sculture, dalle oreficerie agli arredi, dagli orologi ai tessuti, in linea con lo<br \/>\nspirito enciclopedico che caratterizzava il collezionismo ottocentesco. Per ciascuna raccolta il Museo<br \/>\nconserva assoluti capolavori, considerati dalla letteratura critica tra i pi\u00f9 importanti a livello mondiale.<br \/>\nUna collezione che testimonia una straordinaria storia di collezionismo privato che diviene<br \/>\npatrimonio pubblico. La casa museo \u00e8 una vera e propria antologia: racconti di epoche, di mode, di<br \/>\nsensibilit\u00e0 differenti che alla fine sono narrazioni delle nostre radici, e come tali indispensabili per<br \/>\ncapire come costruire il nostro futuro. Una storia e una collezione che ci permettono di riallacciare il<br \/>\npassato al presente, attraverso una conoscenza vera e libera, nel cuore della nostra citt\u00e0.<br \/>\nAllo stesso modo, il Museo Ginori nasce con la Manifattura delle porcellane di Doccia, creata dal<br \/>\nmarchese Carlo Ginori nel 1737, per esporre il meglio della produzione che, grazie alla vivacit\u00e0<br \/>\nculturale del fondatore, incontra per la prima volta la grande storia dell\u2019arte italiana.<br \/>\nInfatti, nella storia romanzesca della porcellana europea, fatta di sfrenate ambizioni principesche,<br \/>\nfebbrili ricerche e codici tenuti segreti come preziosi tesori, la Manifattura Ginori ha un marcato<br \/>\ncarattere di unicit\u00e0. E questo grazie alle straordinarie doti d\u2019intraprendenza e curiosit\u00e0 del marchese<br \/>\nCarlo. \u00c8 suo il merito di aver introdotto in Toscana l\u2019arte della porcellana a pasta dura, ma \u00e8<br \/>\nsoprattutto con lui che prende avvio un nuovo capitolo della storia della scultura fiorentina. Con uno<br \/>\nslancio innovativo, Ginori rifiuta la creazione monotona di eleganti minuterie d\u2019uso corrente,<br \/>\ntrovando nell\u2019arte uno splendido terreno di sperimentazione che indirizza la sua impresa verso<br \/>\nl\u2019esecuzione di sculture in porcellana, equivalenti delle grandi statue del passato. Sulle ceneri delle<br \/>\nmanifatture medicee inizia cos\u00ec una florida produzione di oggetti d\u2019arte, che unisce la tradizione delle<br \/>\ncopie dall\u2019antico, per studio o per collezione, alla scelta di una formula estetica di recente<br \/>\nacquisizione. Immagini tratte dalla memoria di statue gi\u00e0 scolpite si trasformano in porcellane di<br \/>\nnaturale gentilezza e finissimo candore: vere e proprie sculture, statue, figure riferibili a<br \/>\nquell\u2019altissima tradizione che, da Donatello a Michelangelo, da Giambologna ai maestri del Barocco,<br \/>\nmetteva al centro la scultura. \u00c8 una straordinaria storia dell\u2019arte, ma anche storia sociale fatta di<br \/>\nlavoro, scioperi e di una grande comunit\u00e0, quella di Sesto Fiorentino, che \u00e8 indissolubilmente legata<br \/>\nalla vita del Museo.<br \/>\nEcco, la mostra che ospitiamo vuole raccontare e far conoscere, attraverso la produzione artistica<br \/>\ndella Manifattura, la storia di queste collezioni: quella del Poldi Pezzoli e del Museo Ginori,<br \/>\npromuovendone lo straordinario valore culturale e artistico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il progetto scientifico intende raccontare al grande pubblico la vita della Manifattura a partire dalla<br \/>\nfigura di Carlo Ginori fino alla produzione degli anni in cui Gio Ponti ne era direttore artistico,<br \/>\nattraverso un percorso che sviluppa alcuni temi dominanti nella produzione della Manifattura nel<br \/>\nperiodo che va dal XVIII al XX secolo: il gusto antiquario, l\u2019eredit\u00e0 medicea e la tradizione scultorea<br \/>\nfiorentina, il gusto ottocentesco e la direzione artistica di Ponti.<br \/>\nIl Poldi Pezzoli \u00e8 quindi la sede pi\u00f9 adatta e prestigiosa per ospitare questa esposizione perch\u00e9<br \/>\ncustodisce raccolte di opere di arte applicata di rilevanza internazionale: tra queste spicca per qualit\u00e0<br \/>\ne preziosit\u00e0 dei pezzi la collezione di porcellane provenienti da diverse fabbriche europee, da S\u00e8vres<br \/>\na Wedgwood, da Berlino a Strasburgo, a Vienna. Si tratta delle manifatture pi\u00f9 affermate e rinomate<br \/>\nsulla scena del Settecento europeo. La collezione \u00e8 ricca ed eterogenea, composta da terraglie,<br \/>\nporcellane e maioliche.<br \/>\nLa maggior parte delle ceramiche era gi\u00e0 propriet\u00e0 della famiglia Poldi Pezzoli prima della<br \/>\ncostituzione della Fondazione Artistica e dell\u2019apertura al pubblico, avvenuta nel 1881.<br \/>\nNel 1880 Giuseppe Bertini, primo direttore del Museo, aveva allestito una grande vetrina aperta su<br \/>\ndue lati che divideva la Sala Gialla (oggi Sala degli Stucchi) dal Salone dorato.<br \/>\nIn questa vetrina ancora oggi \u00e8 esposta la maggior parte delle ceramiche della collezione, secondo<br \/>\nquel criterio adottato dal Bertini, di collocare tantissimi oggetti in uno spazio ridotto. Il nucleo pi\u00f9<br \/>\nconsistente \u00e8, sicuramente, quello delle porcellane di Meissen, che comprende servizi da tavola,<br \/>\nservizi da t\u00e8 e caff\u00e8, statuette e oggetti vari databili dal 1720 alla fine del XIX secolo.<br \/>\nLa produzione italiana, invece, riguarda soprattutto Doccia e Capodimonte che rappresentano due<br \/>\nmomenti molto interessanti nella storia dell\u2019arte e del gusto italiano del XVIII secolo e offrono un<br \/>\nesempio della perizia tecnica raggiunta dalle nostre fabbriche, divenute degne concorrenti della<br \/>\nmigliore produzione europea. La Manifattura toscana \u00e8 rappresentata al Poldi da tazzine con<br \/>\ndecorazione a bassorilievo bianche e policrome e da alcune statuine, realizzate proprio nel fervore di<br \/>\nquegli anni di intensa attivit\u00e0, anche sperimentale, finalizzata a lanciare il nome della Manifattura e a<br \/>\ncostituirne il prestigio, grazie alla vivacit\u00e0 culturale del marchese Ginori.<br \/>\nA questi preziosi oggetti si aggiunge nel 1973, come dono della giornalista Paola Ojetti, una coppia<br \/>\ndi ciste in porcellana dura, di forma cilindrica con coperchio leggermente convesso della Manifattura<br \/>\ndi Doccia, disegnate dall\u2019architetto Gio Ponti nel 1926 e modellate dallo scultore Libero Andreotti<br \/>\nnel 1927. Gio Ponti era all\u2019epoca direttore artistico della Richard-Ginori e aveva ideato il modello<br \/>\ndella cista per la Biennale di arti decorative di Monza e l\u2019Esposizione di Parigi del 1925.<br \/>\nInfine nel 2015, con la donazione di Elena Giulini, discendente di Augusto Richard che nel 1896<br \/>\nacquis\u00ec lo stabilimento di Doccia, arrivano al Museo il Vaso da pot-pourri in porcellana bianca e lo<br \/>\nstraordinario gruppo in porcellana \u201cmasso bastardo\u201d raffigurante Laocoonte, datati 1750 circa.<br \/>\nL\u2019impulso del Grand Tour, che port\u00f2 viaggiatori da tutta Europa ad ammirare gli splendidi marmi<br \/>\nantichi conservati nelle collezioni medicee, contribu\u00ec a rendere unica la produzione di Ginori che,<br \/>\nintorno al 1747, diede inizio alla raccolta di calchi in gesso rivolgendo la sua attenzione prima alla<br \/>\nGalleria degli Uffizi e successivamente (dal 1753 circa) alla statuaria nelle collezioni romane. La<br \/>\ndeterminazione con la quale acquis\u00ec i calchi, destinati a divenire modelli per la Manifattura di Doccia,<br \/>\n\u00e8 rivelata dall\u2019immediatezza con cui dispose che essi fossero tradotti in porcellana. In mostra sono<br \/>\nesposti la Venere de\u2019 Medici, la Menade, la Testa di Adriano e la Testa di Nerva.<br \/>\nIl repertorio dei modelli scultorei viene rielaborato dalle maestranze della Manifattura per adattarlo<br \/>\nalle esigenze tecniche del nuovo materiale; operazione ben visibile nei raffinati confronti dei pezzi<br \/>\nesposti in mostra. L\u2019allestimento, progettato dallo studio di architettura Guicciardini e Magni,<br \/>\nfavorisce la lettura dei confronti e il racconto del percorso stilistico della Manifattura attraverso i<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">secoli, accompagnando il visitatore nella scoperta e sottolineando l\u2019importanza della scultura<br \/>\nattraverso un\u2019esposizione scenografica delle opere che occupano lo spazio centrale della prima sala.<br \/>\nProtagonista assoluta della mostra \u00e8 la porcellana, regina del XVIII secolo, che incarna perfettamente<br \/>\nil suo tempo attraverso la delicatezza della materia, la minuzia e la virtuosit\u00e0 della lavorazione, la fine<br \/>\narmonia dei colori ma anche la resistenza che, a dispetto della sua fragilit\u00e0, ci ha consegnato uno<br \/>\nstraordinario patrimonio.<br \/>\nEcco che la mostra celebra proprio il valore di questo patrimonio attraverso la selezione degli oggetti<br \/>\npi\u00f9 importanti della collezione del Museo Poldi Pezzoli e del Museo Ginori, insieme ad altre opere<br \/>\nprovenienti dalle Gallerie degli Uffizi, dal Palazzo Madama di Torino, dal Museo Nazionale del<br \/>\nLiechtenstein a Vienna e da alcune prestigiose collezioni private. Una mostra in grado di dialogare<br \/>\nsia con gli specialisti sia con i profani, realizzata da un comitato scientifico internazionale, che si<br \/>\noffre come momento della conoscenza, capace di istruire, di stimolare, di commuovere, di generare<br \/>\ncivilt\u00e0. Per aiutare a tutelare il nostro patrimonio non abbiamo che un\u2019arma: la conoscenza. La<br \/>\nmission del Museo \u00e8 proprio quella di far comprendere a tutti il valore della nostra cultura.<br \/>\nQuesta mostra \u00e8 stata realizzata grazie al lavoro sinergico delle due istituzioni e alla grande passione<br \/>\ne professionalit\u00e0 del personale del Museo che ho l\u2019onore di dirigere, a cui va tutta la mia gratitudine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alessandra Quarto<br \/>\nDirettrice<br \/>\nMuseo Poldi Pezzoli<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Carlo Ginori e la porcellana. La scultura alla Manifattura di Doccia tra tardo Barocco<br \/>\nfiorentino e gusto antiquario<br \/>\nRita Balleri<br \/>\nIn concomitanza con il tramontare della dinastia medicea e la nomina di Francesco Stefano di Lorena<br \/>\na nuovo granduca di Toscana, nel 1737 Carlo Ginori diede avvio a una impresa pioneristica, la<br \/>\nfondazione della propria Manifattura di porcellane e maioliche nel Popolo di Colonnata nella frazione<br \/>\ndi Doccia del Borgo di Sesto, attuale comune di Sesto Fiorentino. Prossimo all\u2019incoronazione a<br \/>\nimperatore d\u2019Austria, in quanto consorte di Maria Teresa d\u2019Asburgo, Francesco Stefano non si<br \/>\ndimostr\u00f2 particolarmente interessato ad amministrare il vasto territorio granducale che vendette,<br \/>\nmantenendo il controllo sulle citt\u00e0 di Firenze e di Livorno, quest\u2019ultima per la presenza del porto.<br \/>\nFu cos\u00ec che il Ginori nel 1738 acquis\u00ec la Fattoria di Cecina, a cui aggiunse il marchesato di Riparbella,<br \/>\ncomprensivo dei possedimenti di Montescudaio, Casale e Bibbona, che acquist\u00f2 dai Carlotti di<br \/>\nVerona. Questo gli valse nel 1739 il titolo marchionale e l\u2019investitura feudale indicati sull\u2019arme della<br \/>\nfamiglia con due aquile che incorniciano lo scudo modificato con l\u2019aggiunta di questi possedimenti.<br \/>\nTra le varie attivit\u00e0 impiantate nel 1740 nella sua colonia a Cecina introdusse la pesca del corallo, per<br \/>\nla quale dal 1752 fece realizzare a Doccia gruppetti da immergere lungo la costa per: \u201cMarinas plantas<br \/>\nut sponte sua hic enascantur et eas ad caesarei cimelii ornatum phijsicaeque incrementum\u201d, come<br \/>\nindicato sul cartiglio dell\u2019esemplare conservato al Museo Ginori. La precisazione \u201cad caesarei cimelii<br \/>\nornatum\u201d trova riscontro nell\u2019esemplare in porcellana databile al 1755 circa, che funge da sontuosa<br \/>\nbase per un articolato rametto di corallo. L\u2019arme Lorena e Toscana con l\u2019aquila bicipite imperiale<br \/>\nincisa su una placca in corallo ne suggerisce la destinazione a Francesco Stefano. Le cariche detenute<br \/>\ndal Ginori nell\u2019ormai sciolto governo mediceo indussero il Senato fiorentino a inviarlo nel 1737 a<br \/>\nomaggiare il neoeletto granduca. Il soggiorno viennese si rivel\u00f2 particolarmente proficuo per la<br \/>\nconoscenza della produzione della porcellana, poich\u00e9 entr\u00f2 in contatto con la Manifattura fondata nel<br \/>\n1718 da Claudius Innocentius Du Paquier, dalla quale trasse ispirazione per la sua fabbrica. Questo<br \/>\nnobile materiale, il cui candore e lucentezza avevano affascinato le corti d\u2019Europa, divenne<br \/>\nidentificativo dello status sociale al punto che i regnanti ambirono ad avere una propria produzione<br \/>\nda impiegare come regalie per ingraziarsi alleanze. Quella del Ginori \u00e8 sempre rimasta l\u2019attivit\u00e0 di un<br \/>\nprivato a cui si deve la brillante intuizione che ha reso indipendente il Borgo di Sesto dalle incertezze<br \/>\nsul futuro delle arti a Firenze e lo ha proiettato nel teatro d\u2019Europa, dove rimase a lungo protagonista<br \/>\ninsieme alle altre manifatture di porcellane coeve e successive. La mancata annessione di Doccia<br \/>\ncome manifattura di corte potrebbe trovare giustificazione nella presenza sul territorio austriaco di<br \/>\nquella di Du Paquier, divenuta dal 1744 Imperial Manifattura di Vienna, con la quale sarebbe potuta<br \/>\nentrare in competizione. Certamente l\u2019indipendenza dalla corte ha indotto il Ginori a sperimentare<br \/>\nnuove ricette per l\u2019impasto della porcellana, al fine di limitare l\u2019impiego dell\u2019assai costoso caolino,<br \/>\ncome reso noto dal medico e naturalista fiorentino Giovanni Targioni Tozzetti, per quanto riguarda<br \/>\nle ricerche di argille e minerali sul territorio della Toscana: \u201cCarlo Ginori, sopra questa Terra, e sopra<br \/>\nmolte altre Terre e Rene della Toscana, (delle quali forn\u00ec una raccolta nella sua fabbrica delle<br \/>\nPorcellane a Doccia) fece varie esperienze affine di servirsene poi per ingredienti, o per colori di esse<br \/>\nPorcellane\u201d. Tale indipendenza si \u00e8 rivelata favorevole anche per introdurre una produzione che<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">esulasse dalle leziose rappresentazioni amate dalle corti, quali scene galanti, nobildonne e<br \/>\ngentiluomini, che nel 1763 furono aborrite dall\u2019archeologo e critico d\u2019arte Johann Joachim<br \/>\nWinckelmann: \u201cOr quanto pi\u00f9 dagli uomini di buon gusto, e intelligenti stimar non si dovrebbero<br \/>\nsiffatti antichi vasi [con figure a rilievo], che tutte le si preziose porcellane, che ornano oggid\u00ec gli<br \/>\nappartamenti de\u2019 ricchi? Queste altro merito non hanno che la bellezza della materia, e nulla vi si<br \/>\nravvisa mai di rimarchevole e d\u2019istruttivo; essendo per lo pi\u00f9 figure ridicole e informi, dalle quali<br \/>\nebbe origine quel gusto frivolo e incoerente, che poi cotanto si \u00e8 esteso\u201d. La critica sollevata dal<br \/>\nWinckelmann \u00e8 in accordo con l\u2019invito rivolto nel 1739 da Francesco Algarotti ad Augusto il Forte<br \/>\ndi Sassonia riguardo la produzione nella Manifattura di Meissen, da quest\u2019ultimo fondata nel 1710:<br \/>\n\u201cche bella cosa non sarebbe avere in porcellana bella e bianca qualche bel pezzo di basso rilievo, una<br \/>\nserie di medaglioni d\u2019imperadori, di filosofi, le pi\u00f9 belle statue, come la Venere il Fauno l\u2019Antinoo il<br \/>\nLaocoonte, modellate in picciolo! Parmi che se ne vorrebbero ornare tutti i gabinetti, e i desserti<br \/>\nd\u2019Inghilterra\u201d. L\u2019Algarotti propose di esaltare la magnificenza della porcellana attraverso la<br \/>\nriproduzione della statuaria antica in ridotte dimensioni da destinare alla decorazione di consoles,<br \/>\ncamini, studioli e tavole da desserts. Non vi \u00e8 stato un contatto tra questi e il Ginori ma, in linea con<br \/>\nun gusto internazionale fortemente influenzato dai viaggiatori del Grand Tour, fin dai primi anni di<br \/>\nattivit\u00e0 a Doccia sono state eseguite sculture dall\u2019antico sia in ridotte dimensioni che in scala al vero,<br \/>\nse si eccettua l\u2019importante ritiro del 12-14% a cui \u00e8 sottoposta la porcellana durante la cottura a<br \/>\n1400\u00b0C. Per l\u2019acquisizione di modelli dall\u2019antico da tradurre in porcellana, tra quelli conservati nelle<br \/>\nprincipali raccolte fiorentine e romane, il Ginori a Firenze acquist\u00f2 tra il 1746 e il 1747 forme e calchi<br \/>\nin gesso dai restauratori Nicola Kindermann e Gaetano Traballesi, che risultano dai Libri contabili<br \/>\ndella Manifattura essere stati pagati per l\u2019Amore e Psiche, il Ganimede e la Venere de\u2019 Medici delle<br \/>\nGallerie degli Uffizi. A Roma, invece, dal 1753 si avvalse della mediazione di agenti d\u2019arte quali il<br \/>\ncancelliere Guido Bottari e il disegnatore e incisore Giovan Domenico Campiglia, cui si deve<br \/>\nl\u2019acquisizione dei calchi raffiguranti le Teste dei Cesari conservate nei Musei Capitolini e di cui \u00e8<br \/>\ntestimonianza la Testa di Nerva. Si tratta di fedeli traduzioni in porcellana dagli archetipi di<br \/>\nderivazione, seppur private del busto per problemi legati alla lavorazione, come indicato dal Bruschi<br \/>\nin una lettera del 1754 riferita a un Busto di Adriano. Fondamentale si rivel\u00f2 la collaborazione degli<br \/>\nscultori Filippo Della Valle e Bartolomeo Cavaceppi, l\u2019uno per l\u2019acquisizione, ad esempio, di forme<br \/>\nin gesso da composizioni di sua invenzione o da bronzetti conservati nelle raccolte Corsini presso il<br \/>\npalazzo alla Lungara. L\u2019altro, invece, provvide al reperimento di calchi o forme in gesso di alcuni<br \/>\nesemplari di statuaria antica da lui restaurati o di sua ideazione. Oltre a modelli derivati dalla statuaria<br \/>\nantica, fin dagli anni quaranta del Settecento il Ginori acquis\u00ec calchi in cera e in gesso, ma anche<br \/>\nforme in gesso da composizioni d\u2019invenzione di alcuni dei principali scultori tardo barocchi attivi a<br \/>\nFirenze, quali Giovan Battista Foggini, Massimiliano Soldani Benzi e Giuseppe Piamontini.<br \/>\nSi deve ai rispettivi figli, che ne ereditarono le botteghe, l\u2019incremento della raccolta di modelli \u201ca<br \/>\nuso\u201d della Manifattura. Inoltre, a esclusione di Ferdinando Soldani Benzi, che non prosegu\u00ec l\u2019attivit\u00e0<br \/>\npaterna, Vincenzo Foggini e Giovan Battista Piamontini prestarono la loro collaborazione a Doccia,<br \/>\nper arricchire il repertorio di modelli provenienti da altri scultori, anche di epoche precedenti. Vista<br \/>\nla presenza a Firenze di importanti botteghe di scultori bronzisti e dato l\u2019impiego per la fusione a cera<br \/>\npersa di forme in gesso a tasselli, medium fondamentale anche per la lavorazione della porcellana,<br \/>\nappare evidente che la prima produzione introdotta a Doccia fu quella della scultura, per la cui<br \/>\nesecuzione dal 1737 fu nominato capo modellatore lo scultore Gaspero Bruschi, allievo di Girolamo<br \/>\nTicciati. Si deve a questi la supervisione e almeno in parte l\u2019esecuzione di traduzioni in porcellana<br \/>\nsia di grandi sculture che di articolate composizioni, oltrech\u00e9 di \u201cbustini, caramogi \/ Figure di 1\u00b0, 2\u00b0,<br \/>\ne 3\u00b0 grandezza\u201d destinati all\u2019apparecchiatura delle tavole da desserts, per le quali la Manifattura<br \/>\npropose alcuni assemblaggi con figure e gruppi di ridotte dimensioni: \u201c\/ n. 1 Galleria \/ 3 Sort\u00f9 bianchi<br \/>\nornati di caramogi caccine e bustini e vasellame \/ 20 caramogi di pi\u00f9 grandezze\u201d. Lo spoglio dello<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sbozzo dell\u2019inventario della Galleria di palazzo Ginori del 1757 ha restituito la testimonianza<br \/>\ndell\u2019esistenza \u201csopra una cornice che forma un palchetto intagliato e dorato\u201d di esemplari in vari<br \/>\nmateriali, alcuni dei quali riconoscibili nella descrizione del citato surtout de table: \u201c9 Pimmei<br \/>\n[Caramogi] d\u2019argento sopra sua base simile \/ 8 Gruppettini d\u2019animali [verosimilmente Caccine] di<br \/>\nbronzo dorato con base di pero nero filettata d\u2019oro \/ 4 Vasettini piccolini con corpo di pietra dura e<br \/>\nmanichi, e piedini d\u2019argento dorato, entrovi quattro Fiori di filo di ferro d\u2019argento\u201d. Potremmo quindi<br \/>\nipotizzare che siano state copiate dalle maestranze della Manifattura, come suggerito sia dalla<br \/>\nconoscenza di alcuni modelli in terracotta delle Caccine, sia dalla voce dell\u2019Inventario dei Modelli<br \/>\nrelativa alle Stagioni di Balthasar Permoser, i cui \u201coriginali si trovano in Firenze d\u2019avorio in casa del<br \/>\nSignor Marchese Giuseppe Ginori\u201d. Le cosiddette Caccine prodotte a Doccia sono in numero<br \/>\nsuperiore rispetto alle versioni in bronzo citate nell\u2019inventario, poich\u00e9 costituiscono una serie di dieci<br \/>\ngruppetti che raffigurano animali in lotta tra di loro, con l\u2019eccezione di due esemplari rappresentanti<br \/>\nl\u2019uno una famiglia di conigli selvatici e l\u2019altro un\u2019orsa con cuccioli. La fortuna di questi soggetti,<br \/>\ncaratteristici della produzione della Manifattura Ginori, prosegu\u00ec ancora nell\u2019Ottocento, seppur con<br \/>\naltri impieghi. Se ne ha testimonianza nel Catalogo dei Modelli di Capo di Monte (post 1846), dove<br \/>\nle voci a essi relative sono intervallate dalla descrizione di altri animali. Tuttavia, la serie originale \u00e8<br \/>\nriconoscibile in quanto il \u201c621\u201d, indicato come \u201cnumero vecchio delle forme in nero\u201d, \u00e8 comune ai<br \/>\ngruppetti che ne fanno parte. Esula da questa numerazione l\u2019\u201cOrsa con figli\u201d contrassegnata con il<br \/>\n\u201c622\u201d, la quale in effetti si distingue dal tema della caccia in quanto intenta ad accudire i propri<br \/>\ncuccioli. Simile attitudine \u00e8 riscontrabile nel gruppo delle \u201cLepri\u201d, che pur essendo inserito nella serie<br \/>\ndelle Caccine \u00e8 stato impiegato dalla Manifattura in altre composizioni: \u201cDeser con Cristallo dipinto<br \/>\ncon contorno di cornice di porcellana dipinta e filettata d\u2019oro, con suoi viticci di porcellana, che<br \/>\nformano il Trionfo con 8 nicchie ai lati, un nicchione alla cima con diversi nicchi, con un gruppo di<br \/>\nLeprini, in tutto dipinto con colori naturali\u201d. In questo Catalogo non compare il \u201cBacco su testuggine\u201d<br \/>\ncitato nell\u2019Inventario delle Forme (1791-1806 circa) e ancora nel coevo Inventario dei Modelli, per\u00f2<br \/>\nin quest\u2019ultimo con la denominazione di \u201cBaccanale\u201d. Considerando che il resto della serie \u00e8<br \/>\nfedelmente indicata in questi inventari settecenteschi, potremmo ipotizzare trattarsi dello stesso<br \/>\nsoggetto, sennonch\u00e9 nell\u2019Inventario dei Modelli un \u201cBacco sulla testuggine\u201d viene annotato sullo<br \/>\nstesso palchetto H dei nostri gruppetti, ma alla voce precedente: \u201cN. 4: a questo numero vi sono 8<br \/>\npiccoli gruppetti\u201d. Per le dimensioni e l\u2019iconografia, ritengo sia da identificare nel calco in cera da<br \/>\nricondurre all\u2019invenzione di Valerio Cioli. Questo esemplare \u00e8 assente anche nella serie di Caccine<br \/>\nconservata nel Museo Ginori ed eseguita probabilmente in occasione della sua inaugurazione nel<br \/>\n1965, dove \u00e8 stato sostituito da un erote che cavalca un elefante intento a soffocare con la proboscide<br \/>\npresumibilmente una tigre. Pur essendo pertinente sia al tema della caccia che per le dimensioni (h 8<br \/>\ncm), \u00e8 da ritenersi aggiunto dopo la stesura del citato inventario ottocentesco, in quanto in esso risulta<br \/>\nannotato un \u201cElefante con putto\u201d, ma con un\u2019altra numerazione delle forme (\u201c603\u201d), che quindi lo<br \/>\nesclude dalla serie. Per il soggetto poco comune nella produzione della Manifattura, potrebbe essere<br \/>\nidentificato nella voce dell\u2019Inventario delle Forme: \u201cn. 4, sempre della Sesta Stanza \/ Il sesto<br \/>\nl\u2019elefante p.zi 2\u201d, oltrech\u00e9 nella fattura databile al 1750 emessa da Giovan Battista Piamontini<br \/>\nal Ginori per l\u2019esecuzione di alcuni calchi in cera, tra cui un \u201celefante che col naso strozza un cane,<br \/>\ne addosso tiene un putto\u201d. Siamo quindi in presenza di traduzioni pressoch\u00e9 fedeli all\u2019archetipo di<br \/>\nderivazione, sul tipo di quelle delle grandi statue, ma destinate a composizioni create dalla<br \/>\nManifattura per esaltare l\u2019oro bianco quale identificativo dello status sociale di chi lo possedeva,<br \/>\ninsieme ai servizi per le bevande esotiche: t\u00e8, caff\u00e8 e cioccolata anch\u2019esse, come la porcellana, giunte<br \/>\nin Europa per il tramite della Compagnia olandese delle Indie orientali. In linea con la tradizione<br \/>\nscultorea propria di Doccia, furono elaborati per questi servizi alcuni decori denominati \u201cistoriati\u201d.<br \/>\nPer le tazzine, in genere, veniva eseguito lo sviluppo lineare di un tronco di cono con scene a rilievo<br \/>\ntratte dal repertorio delle M\u00e9tamorphoses d\u2019Ovide nell\u2019edizione di Antoine<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Banier stampata ad Amsterdam nel 1732. Intorno agli anni cinquanta del Settecento, per un tipo di<br \/>\ntazza fu sviluppato un decoro che prevedeva la fedele applicazione di calchi in porcellana di rovesci<br \/>\ndi medaglie. Per incrementare e variare la raccolta di modelli, il marchese si avvalse della<br \/>\ncollaborazione di maestranze provenienti dalla Galleria dei Lavori granducale, come gli scultori<br \/>\nAntonio Selvi e Anton Filippo Maria Weber, entrambi allievi del Soldani. In particolare, nel 1746<br \/>\nvengono documentati a Doccia per la realizzazione in piombo di calchi da medaglie e rilievi, che<br \/>\npossiamo ipotizzare destinati alla realizzazione dei citati decori \u201cistoriati\u201d. L\u2019introduzione nella<br \/>\nManifattura di composizioni tratte dalla tradizione scultorea fiorentina, distanti da un gusto<br \/>\ninternazionale, porta a riflettere sulla volont\u00e0 del Ginori di omaggiare, in epoca lorenese, il glorioso<br \/>\nmecenatismo mediceo. Del resto lui stesso ha dichiarato questo intento adottando, nelle sporadiche<br \/>\nmarcature dei manufatti della sua epoca, lo stesso marchio impiegato da Francesco I de\u2019 Medici per<br \/>\ncontrassegnare le cosiddette \u201cporcellane\u201d prodotte tra il 1575 e il 1587 nel Casino di San Marco.<br \/>\nCerto \u00e8 che si tratta di un genere di rappresentazione scultorea propria della produzione di Doccia e<br \/>\ncaratterizzante i primi decenni di attivit\u00e0. L\u2019avanzamento degli studi sull\u2019argomento ha rivelato come<br \/>\ni settecenteschi inventari della Manifattura non sempre siano corretti, laddove vengono citati gli autori<br \/>\ndegli archetipi delle composizioni. Tuttavia, le informazioni fornite risultano interessanti in quanto<br \/>\nspesso indicano il maestro presso il quale si sono formati. Ne costituisce un esempio il gruppo del<br \/>\nLaocoonte recentemente restituito al giovane Filippo Della Valle, la cui invenzione era riferita a<br \/>\nGiovan Battista Foggini, probabilmente perch\u00e9 presso la sua bottega si trovavano le relative forme in<br \/>\ngesso. A questi casi se ne aggiungono altri riguardanti modelli che aprono il campo a nuove indagini<br \/>\nconoscitive sulla storia delle sculture in porcellana presso la Manifattura. Si veda, ad esempio, la<br \/>\nMenade che suona il cembalo (o \u201cCimbalistria\u201d, cos\u00ec definita negli inventari di Doccia del 1757)<br \/>\ncitata come modello del Piamontini, verosimilmente Giuseppe, ma stilisticamente avvicinabile alla<br \/>\nmaniera del Della Valle. L\u2019archetipo di derivazione \u00e8 da porre in relazione con il bronzo conservato<br \/>\nalla Frick Collection, seppur quest\u2019ultimo nella rappresentazione iconografica sia riconducibile<br \/>\nall\u2019esemplare eseguito da Stoldo Lorenzi nel 1573, da cui ha tratto ispirazione per l\u2019impostazione<br \/>\ndella figura. Stabilire una relazione tra i due esemplari in bronzo e la versione in porcellana, a livello<br \/>\nsia stilistico che iconografico, allo stato attuale delle conoscenze risulta assai complesso e degno di<br \/>\napprofondimenti. Quanto evidenziato appare interessante se rapportato all\u2019Atlante con globo, poich\u00e9<br \/>\nstavolta siamo in presenza di modifiche apportate dalla Manifattura al modello di derivazione, per<br \/>\nadattarlo alla funzione di sostegno del Globo terrestre. L\u2019attenzione del Ginori verso la produzione di<br \/>\nsculture non lasci\u00f2 indifferente i cronisti dell\u2019epoca, come rivelato dallo storico e geografo inglese<br \/>\nThomas Salmon nel capitolo dello Stato presente di tutti i paesi e popoli del mondo dedicato alla<br \/>\nManifattura: \u201cCon incredibile profusione di denaro raccolse, ed in pi\u00f9 stanze di Doccia dispose, come<br \/>\ntuttora si vede uno studio di diversi modelli di cera, terrecotte, gessi, s\u00ec di antiche, che moderne statue,<br \/>\nGruppi e Bassi rilievi, i quali da s\u00e9 compongono non solo una Galleria Reale quanto una Scuola atta<br \/>\na formare in qualunque arte un valente uomo\u201d. Ancora il Principe di Viano esaltava l\u2019effetto<br \/>\nscenografico della sala espositiva allestita all\u2019interno della Manifattura con le pitture murali eseguite<br \/>\nda Vincenzo Meucci e Giuseppe Del Moro all\u2019incirca tra il 1753 e il 1755, dove vengono descritte le<br \/>\nprincipali fasi della lavorazione della porcellana a cominciare dalla preparazione dell\u2019impasto: \u201cIn<br \/>\nuna Gran Galleria fatta a posta sono raccolti i pezzi pi\u00f9 grandi di porcellana, cio\u00e8 di statue, gruppi,<br \/>\ntrionfi, Sort\u00f9, ed anco di pezzi minuti, e pi\u00f9 delicati\u201d. Il cronista non manca tuttavia di rilevare che<br \/>\n\u201cQuesta porcellana riesce buona in cose di tavola, e simili, e quando \u00e8 ornata di pittura, ma non in<br \/>\nstatue, e cose obbligate, nella quale debba restare la sola vernice, che \u00e8 inferiore\u201d. Dunque, pur<br \/>\nriconoscendo l\u2019audace impresa del Ginori nella realizzazione di statue in notevoli dimensioni, che<br \/>\ncon il candore della porcellana si ponevano a imitazione del marmo, il Principe di Viano riteneva<br \/>\nmigliori gli esemplari destinati all\u2019apparecchiatura della tavola, genere peraltro sul quale si orient\u00f2 il<br \/>\nfiglio del marchese, Lorenzo, quando nel 1779 divent\u00f2 unico erede della Manifattura.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un architetto al servizio dell\u2019industria: Gio Ponti e la Richard-Ginori<br \/>\nOliva Rucellai<br \/>\nQuando Giuseppe Benassai e Urbano Lucchesi, principali direttori artistici della Ginori di fine<br \/>\nOttocento, fornivano alla fabbrica i loro disegni e modelli, ne seguivano la perfetta esecuzione, ma<br \/>\npoco si curavano delle logiche industriali e tanto meno della vita del prodotto una volta uscito dalla<br \/>\nfornace, della sua promozione e della sua distribuzione. Al lombardo Luigi Tazzini, giunto a Doccia<br \/>\ncon la gestione Richard, \u00e8 attribuito il rinnovamento della produzione in stile liberty, tuttavia non<br \/>\nabbiamo neanche un oggetto che rechi la sua firma e la mancanza di documentazione rende assai<br \/>\nindefiniti i contorni del suo contributo autoriale. Nessuno insomma, prima di Gio Ponti \u2013 che pure<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">era alle prime armi \u2013 aveva interpretato (e interpreter\u00e0) il ruolo di direttore artistico della Richard-<br \/>\nGinori coniugando cos\u00ec magistralmente un poderoso talento creativo con l\u2019attitudine progettuale di<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">un moderno designer. Nessuno si era tanto speso per tenere in pari considerazione le ragioni dello<br \/>\nstile, le ragioni produttive dell\u2019industria e la diffusione sul mercato. Inoltre, evidentemente, tale era<br \/>\nla consapevolezza dell\u2019importanza del proprio lavoro, che fin dall\u2019inizio egli ottiene di far apporre la<br \/>\nsua firma sulle sue creazioni.<br \/>\nForme e decori<br \/>\nPonti inizia a collaborare con lo stabilimento Richard-Ginori di San Cristoforo intorno al 1922, ma<br \/>\nesordisce come direttore artistico nel 1923, alla prima esposizione biennale di arti decorative di<br \/>\nMonza, riscuotendo da subito notevoli consensi da parte dei critici. I suoi decori sono moderni, ma<br \/>\nspesso traggono ispirazione da fonti antiche. Protagoniste sono silhouettes stilizzate in movimento,<br \/>\nvibranti di un\u2019elegante vena umoristica; ma anche motivi geometrici, semplici superfici scandite da<br \/>\nelementi architettonici o da intrecci, griglie ortogonali e fasce sovrapposte, in forte contrasto<br \/>\ncromatico. Con la stessa leggerezza e ironia, ed esigendo sempre il massimo della qualit\u00e0, inventa<br \/>\nserie come la Conversazione classica o Le mie donne, dipinte tutte a mano su maiolica, oppure<br \/>\nLabirintesco, Circo e Fantini, che si prestano invece all\u2019esecuzione a decalcomania e sono adattabili<br \/>\na piccoli oggetti, posaceneri o portasigarette, alla portata di un pi\u00f9 vasto ceto borghese. Per arricchire<br \/>\nl\u2019offerta di oggetti d\u2019arredo e articoli da regalo sviluppa tipologie nuove, con un\u2019utilit\u00e0 pratica oltre<br \/>\nche decorativa, come basi per lampada, fermalibri, vasi da burro, vasetti per cactus, o ne recupera<br \/>\naltri caduti in disuso, come la geliera, che rivisita per Doccia partendo da modelli del Settecento, o<br \/>\nancora il surtout da dessert, reinventato per il Ministero degli Esteri. Predilige volumi essenziali \u2013<br \/>\ncome il cilindro, il cono, il semisferico \u201cbolo\u201d \u2013 e forme chiuse, dalle grandi ciste alle pi\u00f9 piccole<br \/>\nbomboniere, passando per urne, barattoli e calamai che paiono edifici in miniatura. Raffinate prese<br \/>\nplastiche ornano di saporosi accenti figurativi i coperchi e i profili nitidi dei contenitori.<br \/>\nLe sculture<br \/>\nLa produzione di sculture in ceramica, dai piccoli fermacarte alla statuaria da tavolo di maggiori<br \/>\ndimensioni, anche se minoritaria nell\u2019insieme del suo catalogo, \u00e8 curata da Ponti con grande<br \/>\nattenzione. Pensata per essere riproducibile in serie a costi relativamente contenuti, \u00e8 il veicolo ideale<br \/>\nper realizzare quell\u2019idea di \u201carte nella casa\u201d che \u00e8 sottesa alla sua futura direzione della rivista<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u201cDomus\u201d: un\u2019arte moderna accessibile anche a chi non potrebbe permettersi un pezzo unico in bronzo<br \/>\no in marmo, ma riconosce il beneficio che le opere \u2013 sia pur \u201cd\u2019arte decorativa\u201d \u2013 recano all\u2019abitare.<br \/>\nNella maggior parte dei casi Ponti si rivolge ad artisti esterni a cui fornisce i disegni da tradurre in<br \/>\nmodelli plastici. Soggetti come L\u2019Ospitalit\u00e0 e La Letizia, Il pellegrino stanco e L\u2019uva della terra<br \/>\npromessa nascono come decori per poi diventare sculture. A San Cristoforo collabora soprattutto con<br \/>\nSalvatore Saponaro e per Doccia si avvale di allievi dell\u2019amico Libero Andreotti, di Geminiano Cibau<br \/>\nper Il Poeta e Il Maestro di Danze, e dal 1926 soprattutto di Italo Griselli, lo scultore con cui instaura<br \/>\nla collaborazione pi\u00f9 duratura. Non mancano tuttavia esempi di modelli di invenzione altrui, come<br \/>\nalcune opere di Carlo Lorenzetti, \u00c9douard Sandoz e del giovane Fausto Melotti, che vengono inseriti<br \/>\nnella linea delle ceramiche moderne d\u2019arte con la sua supervisione.<br \/>\nLa diffusione sul mercato<br \/>\nPonti progetta sempre tenendo presente l\u2019intero iter del prodotto, dal disegno alla vendita, attento alle<br \/>\nnecessit\u00e0 produttive quanto alle esigenze del cliente finale. Il suo non \u00e8 un esercizio di creativit\u00e0 fine<br \/>\na se stessa o all\u2019affermazione della sua personalit\u00e0, ma arte al servizio dell\u2019industria. Una naturale<br \/>\npredisposizione lo porta a preoccuparsi di tutto ci\u00f2 che riguarda l\u2019identit\u00e0 del marchio Richard-Ginori,<br \/>\ndisegnando, oltre a forme e decori, anche le confezioni, i cataloghi, le marche da porre sotto ai<br \/>\nmanufatti e proponendo persino i canali di distribuzione pi\u00f9 adatti ai vari prodotti. Non disdegna di<br \/>\nsvolgere funzioni che sarebbero di competenza di un ufficio stampa, tiene i rapporti con i giornalisti<br \/>\npi\u00f9 autorevoli e cura le campagne fotografiche. Per coprire le diverse fasce di mercato per la prima<br \/>\nvolta organizza e coordina la linea delle \u201cceramiche d\u2019arte\u201d sui tre stabilimenti di Doccia, San<br \/>\nCristoforo e Mondov\u00ec, che fino ad allora erano stati gestiti in modo indipendente dai rispettivi<br \/>\ndirettori. Affronta cos\u00ec la complessit\u00e0 della Richard-Ginori creando un sistema organico che valorizza<br \/>\nle specificit\u00e0 delle diverse tipologie ceramiche, come se fossero diversi registri stilistici del suo<br \/>\npersonale linguaggio, sempre coerente e contemporaneo: pi\u00f9 aulico e prezioso per le porcellane e le<br \/>\nmaioliche di Doccia, ricercato, ma informale per la terraglia forte industriale di San Cristoforo, rustico<br \/>\ne vivace per la terraglia tenera di Mondov\u00ec.<br \/>\nTecniche tradizionali e nuove sperimentazioni<br \/>\nA Doccia Ponti riesce a infondere nuova vita nelle tecniche tradizionali pi\u00f9 raffinate, come la pittura<br \/>\nsu maiolica, alla quale attribuisce un ruolo fondamentale, e l\u2019oro segnato a punta d\u2019agata.<br \/>\nQuest\u2019ultima \u00e8 la specialit\u00e0 di Elena Diana. La decoratrice viene assunta nel 1924 e diventa in poco<br \/>\ntempo una virtuosa del genere. La sua presenza stimola Ponti a ideare, a partire dal 1926 circa, molti<br \/>\ndecori interamente realizzati con tale tecnica, che aveva raggiunto vette di eccellenza nel periodo<br \/>\nImpero con gli ampi fregi delle porcellane di Vienna e di S\u00e8vres. Alla Biennale monzese del 1927<br \/>\nElena Diana \u00e8 citata nel catalogo ufficiale della mostra come autrice di alcune placchette, un<br \/>\nriconoscimento che non era stato mai concesso ad alcuna decoratrice prima di lei. Il confronto con le<br \/>\nproduzioni concorrenti, italiane e straniere, richiedeva per\u00f2 innovazione costante, non solo attraverso<br \/>\ni disegni tracciati su carta dalla matita dell\u2019architetto, ma anche tramite la ricerca su impasti, smalti e<br \/>\nsoluzioni espressive proprie alla materia ceramica e alla finitura delle superfici. Nel 1927, ad esempio,<br \/>\nPonti presenta a Monza una serie di maioliche con un inedito smalto turchese opaco e con l\u2019orcio<br \/>\nCirco equestre sperimenta rilievi smaltati \u201csu fondo naturale\u201d. Negli anni seguenti indirizza i tecnici<br \/>\ndello stabilimento di Doccia verso la ricerca di nuovi effetti come le maioliche graffite,<br \/>\nil \u201cgran rosso\u201d, il biscuit grigio e oro e il celadon.<br \/>\nIl rapporto con Ojetti<br \/>\nIl talento e la portata innovativa del lavoro di Gio Ponti per la Richard-Ginori vengono riconosciuti<br \/>\nfin dal 1923 da voci autorevoli come Roberto Papini, Margherita Sarfatti e Antonio Maraini, che ne<br \/>\nscrivono in occasione della prima Biennale di Monza e negli anni seguenti. Tra questi estimatori il<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">pi\u00f9 influente \u00e8 Ugo Ojetti, critico, giornalista e scrittore, che Ponti, nei suoi anni alla Richard-Ginori,<br \/>\nconsidera come un maestro al quale chiedere aiuto e consiglio. A sua volta Ojetti lo incoraggia e lo<br \/>\nsprona a impegnarsi a beneficio delle industrie artistiche italiane. \u00c8, ad esempio, per interessamento<br \/>\ndi Ojetti che nel 1925, dopo aver vinto il Grand Prix all\u2019Expo di Parigi, l\u2019architetto riceve il<br \/>\nprestigioso incarico di scrivere una relazione ufficiale sulle ceramiche ivi esposte, che serva di<br \/>\nindirizzo per la futura affermazione delle manifatture italiane. Ponti si reca a Parigi apposta per<br \/>\nassolvere al compito, nonostante qualche titubanza: \u201cPiet\u00e0, Ojetti, mi faccia dividere con qualcun<br \/>\naltro la responsabilit\u00e0 di servir d\u2019esempio al peccator decorativo\u201d e sottopone il testo alla revisione di<br \/>\nOjetti, prima di consegnarlo all\u2019editore. Negli stessi giorni Ugo e la moglie Fernanda ordinano le due<br \/>\nciste oggi conservate al Museo Poldi Pezzoli. Il volume contenente il testo verr\u00e0 pubblicato solo alla<br \/>\nfine del 1928 con sorprendente ritardo e tiratura limitata (a giudicare dalla sua rarit\u00e0). Se dunque la<br \/>\nrelazione non pot\u00e8 avere l\u2019impatto auspicato da Ojetti, resta un documento illuminante per<br \/>\ncomprendere la visione maturata da Ponti nei suoi primi anni di esperienza come direttore artistico<br \/>\ndella Richard-Ginori. Inoltre quel primo cimento con la scrittura contribu\u00ec forse a far scoprire a Ponti<br \/>\nquella vocazione per la promozione dell\u2019arte e l\u2019educazione al gusto che alimenter\u00e0 per tutta la vita<br \/>\nla sua intensa attivit\u00e0 pubblicistica.<br \/>\nIl graduale distacco<br \/>\nI successi del 1925 favoriscono il moltiplicarsi degli impegni di Ponti: la progettazione di edifici, il<br \/>\ncoinvolgimento nell\u2019organizzazione delle mostre di Monza del 1927 e 1930 e di Milano nel 1933, la<br \/>\nfondazione della rivista \u201cDomus\u201d, suggeritagli dallo stesso Ojetti. Fatalmente l\u2019assiduit\u00e0 del suo<br \/>\nlavoro alla Richard-Ginori tende a diminuire, soprattutto a Doccia, dove dal 1928 arriva, ad affiancare<br \/>\nLuigi Tazzini, Alfred Brown, sul quale Ponti dar\u00e0 qualche anno dopo un giudizio non troppo<br \/>\nlusinghiero. Il distacco si avverte soprattutto dopo il 1930, forse motivato anche dalla morte del<br \/>\npresidente Augusto Richard, che per primo aveva dato fiducia all\u2019architetto. Il 30 giugno del 1931<br \/>\nPonti commenta con amarezza: \u201ccome Lei ha capito, le cose a Doccia non le posso condurre come<br \/>\nvorrei e come sarebbe bene, ed esercito la pazienza in luogo dell\u2019intelligenza\u201d. Dalla corrispondenza<br \/>\ncon gli Ojetti si evince che anche i rapporti con la dirigenza milanese della Richard-Ginori non sono<br \/>\nsereni. Non a caso il suo lavoro pi\u00f9 significativo dell\u2019ultimo periodo \u00e8 realizzato a San Cristoforo su<br \/>\ncommissione dell\u2019architetto Mezzanotte. Ponti ne scrive entusiasta a Fernanda Ojetti nell\u2019agosto del<br \/>\n1931: \u201cPer la borsa di Milano (sotterranei: nel ristorante) disegno delle figure alte due e cinquanta e<br \/>\nmi appassiono moltissimo\u201d. Per il resto si affida molto al suo \u201ccaro e fedele collaboratore Giovanni<br \/>\nGariboldi\u201d che dal 1926 lo assiste nello stabilimento milanese e a cui si deve probabilmente la<br \/>\nmaggior parte dei disegni dei primi anni trenta. \u00c8 ancora dalla corrispondenza con gli Ojetti che<br \/>\napprendiamo delle sue dimissioni, presentate alla vigilia della V Triennale di Milano, nell\u2019aprile del<br \/>\n1933. Vi saranno in seguito altre episodiche collaborazioni, ma si conclude cos\u00ec la direzione artistica<br \/>\nche fino a oggi ha segnato pi\u00f9 profondamente la storia della Richard-Ginori e che per Ponti ha<br \/>\nrappresentato oltre che il fortunato esordio di una lunga e brillante carriera un fondamentale<br \/>\napprendistato nel mondo dell\u2019industria e della ceramica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una storia di gentiluomini: il collezionismo della porcellana dalle origini a Gian Giacomo Poldi<br \/>\nPezzoli<br \/>\nFederica Manoli<br \/>\nLuca Melegati Strada<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il viaggio del collezionismo della porcellana in Europa inizia, e non potrebbe essere diversamente,<br \/>\ndall\u2019Oriente. La Cina e il Giappone sono la patria di quest\u2019affascinante materiale: e il misterioso Catai<br \/>\nresta, per le \u00e9lites uscite dal Medioevo, la sorgente di ogni esotica eleganza. Le collezioni delle grandi<br \/>\nfamiglie principesche di tutta Europa comprendono vasi, tazze e frammenti di porcellana cinese e<br \/>\norientale, spesso elegantemente montati in metallo e destinati non solo alla decorazione della tavola<br \/>\nma anche all\u2019arredo di quelle Wunderkammern che resteranno per lungo tempo una vera passione<br \/>\ncollezionistica. Tra i molti esempi noti, limitiamoci qui alle collezioni dei Medici di Firenze, dove i<br \/>\nmateriali orientali rappresentano un elemento importante delle raccolte di famiglia ancor prima di<br \/>\nLorenzo: certamente presenti nelle collezioni del Magnifico, esemplari di ceramiche orientali erano<br \/>\nprobabilmente nella raccolta di Piero il Gottoso (1416-1469), che aveva allestito una sorta di<br \/>\nWunderkammer nell\u2019attuale palazzo Medici Riccardi di via Larga. O ancora ricordiamo Augusto II<br \/>\ndetto il Forte (1670-1733), Elettore di Sassonia e re di Polonia: un collezionista appassionato e<br \/>\ninsaziabile che nello scorcio del Seicento raccoglie magnifiche porcellane orientali destinate a<br \/>\ndecorare le sale dei suoi palazzi (e naturalmente a costituire il prototipo ineludibile per le produzioni<br \/>\ndella neonata Manifattura di Meissen). Una passione, questa, che Augusto II condivideva con altri<br \/>\nprincipi del tempo, come Luigi Enrico di Borbone, principe di Cond\u00e9 (1692-1740). Come \u00e8 noto il<br \/>\nBorbone, mentre va raccogliendo tra il 1730 e il 1740 una importante collezione di porcellane in stile<br \/>\nKakiemon, una decorazione nata in Giappone a partire probabilmente dall\u2019inizio del Seicento, si fa<br \/>\npatrocinatore tra l\u2019altro della Manifattura di Chantilly, dove non a caso i decori giapponesi avranno<br \/>\nun ruolo tutt\u2019altro che secondario. Non \u00e8 questo il luogo per ripercorrere il complesso sviluppo del<br \/>\ncollezionismo principesco di porcellana sino alla fine dell\u2019Ancien R\u00e9gime. Ma per quel che riguarda<br \/>\nla nostra dinastia nazionale, i Savoia, baster\u00e0 ricordare come le porcellane costituissero un elemento<br \/>\ndi arredo di primaria importanza in un generale progetto di modernizzazione e abbellimento delle<br \/>\nresidenze del sovrano, soprattutto dopo la conquista nel 1720 della corona reale sarda: un argomento<br \/>\naffrontato in modo organico tra gli altri nel catalogo della mostra del 1986 dedicata alle collezioni<br \/>\nreali oggi a Torino, primo di una serie di studi sull\u2019argomento. Certamente con il XVIII secolo il<br \/>\ncollezionismo di porcellane tende ad assumere un aspetto pi\u00f9 pratico: la porcellana, ormai realizzata<br \/>\nin gran parte d\u2019Europa (anche se faticher\u00e0 a soppiantare, certamente nell\u2019aspetto collezionistico, la<br \/>\nproduzione orientale e non ci riuscir\u00e0 mai del tutto) diventa sempre pi\u00f9 materiale d\u2019uso, per quanto<br \/>\nelegantissimo e costoso, utilizzato per servizi da tavola, figure destinate ai centritavola, i cosiddetti<br \/>\n\u201csurt\u00f9\u201d, oggetti di arredo, galanterie e quant\u2019altro. Le porcellane sono il nuovo status symbol, amato<br \/>\ndalle corti e dai potenti di tutta Europa, una rilevanza esemplificata dall\u2019abitudine di utilizzare, come<br \/>\ndoni diplomatici o per scambi tra le varie famiglie regnanti, servizi di porcellana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un argomento, questo, assai studiato e che \u00e8 stato recentemente ripreso in occasione della mostra<br \/>\ndedicata alle collezioni di porcellane della corte di Parma e alla personalit\u00e0 di Luisa Elisabetta (1727-<br \/>\n1759), figlia di Luigi XV e moglie del duca di Parma Filippo di Borbone (1720-1765). Sono gli anni<br \/>\nnei quali le grandi manifatture europee, prime fra tutte Meissen, S\u00e8vres e Doccia, ricevono<br \/>\ncommissioni dalle \u00e9lites del tempo, siano sovrani, principi e aristocratici o semplicemente membri<br \/>\ndella nuova borghesia emergente. Questa passione continuer\u00e0 vivissima ben dentro l\u2019Ottocento,<br \/>\ne sotto Napoleone I i doni e gli acquisti in porcellana restano un uso della corte imperiale cos\u00ec come<br \/>\nera stato ai tempi dei Luigi. Ma negli anni turbolenti della Rivoluzione francese e dell\u2019Impero, questa<br \/>\npassione per la porcellana prende un aspetto nuovo: complici le grandi vendite organizzate in<br \/>\nInghilterra e in Francia per disperdere gli arredi dei palazzi reali e delle residenze degli emigrati e dei<br \/>\nsovrani detronizzati ci-devant, appare un nuovo genere di collezionismo che ha, almeno in una prima<br \/>\nfase, un\u2019impronta del tutto anglosassone. La grande disponibilit\u00e0 di magnifiche porcellane sul<br \/>\nmercato (e qui inizia, sia detto per inciso, uno dei momenti gloriosi delle case d\u2019aste inglesi) stimola<br \/>\nuna passione che pervader\u00e0 tutta la societ\u00e0 del tempo. All\u2019inizio sono personaggi come Giorgio del<br \/>\nGalles (1738-1820), il futuro principe reggente, quindi, dal 1820, Giorgio IV d\u2019Inghilterra, a<br \/>\ncomprare in maniera quasi bulimica i sofisticati arredi che la Rivoluzione ha reso disponibili (fig. 2).<br \/>\nPoi \u00e8 la volta dei ceti emergenti, di quella classe che nell\u2019Ottocento raggiunge grandi e nuove<br \/>\nricchezze, ricchezze pronte a essere indirizzate verso un gusto collezionistico sofisticato e visto come<br \/>\nelemento ineludibile del riconoscimento sociale. Una moda che vede nel Settecento prerivoluzionario<br \/>\n(e nelle sue porcellane) la pietra di paragone di ogni eleganza: i pi\u00f9 grandi di questi nuovi ricchi, per<br \/>\ngusto e per averi, sono i celebri banchieri Rothschild, che nelle residenze distribuite tra Austria, Italia,<br \/>\nFrancia e Inghilterra e possedute dai vari rami della famiglia si dedicano quasi senza eccezione a un<br \/>\ncollezionismo cos\u00ec sofisticato e di tale importanza da essere definito il \u201cgusto Rothschild\u201d (fig. 3) per<br \/>\nantonomasia. Questo \u201cgusto Rothschild\u201d prescrive di riunire collezioni di opere emblematiche di un<br \/>\nSettecento opulento come lo si immagina a distanza di mezzo secolo, e che siano compatibili con il<br \/>\ntrain de vie fastoso delle classi alte ottocentesche e con la grande preparazione culturale dei loro<br \/>\nesponenti. Un gusto che peraltro non rinuncia all\u2019utilizzo di copie, se queste si rendono necessarie<br \/>\nper completare l\u2019arredamento di un salotto o di una sala di ricevimento: in questo caso non si esita, e<br \/>\ni Rothschild lo faranno per primi in maniera ricorrente, a ordinare perfette repliche di arredi antichi<br \/>\nin modo da creare coppie meglio inseribili nell\u2019arredamento. L\u2019Ottocento vede poi altre novit\u00e0<br \/>\ndestinate ad avere un impatto non trascurabile sul collezionismo delle ceramiche e delle porcellane<br \/>\nantiche: le grandi esposizioni internazionali, per esempio, a partire da quella londinese nel 1851<br \/>\nfortemente voluta dal principe Alberto, consorte della regina Vittoria. Questi appuntamenti non solo<br \/>\naccendono l\u2019attenzione del pubblico sulle copie magnificamente realizzate dai laboratori ceramici<br \/>\ncontemporanei, ma stimolano il desiderio di possederne gli originali. E poi i nazionalismi nascenti in<br \/>\ntutta Europa, che spingono le \u00e9lites di ogni paese a ricreare ambienti dal forte sentimento patriottico,<br \/>\nambienti che riproponessero, con la maggior fedelt\u00e0 possibile, se non la realt\u00e0 storica certo il passato<br \/>\nglorioso di ogni popolo, e dove le ceramiche hanno un ruolo tutt\u2019altro che secondario. A Milano i<br \/>\nnomi sono quelli dei Bagatti Valsecchi e, lo vedremo, di Poldi Pezzoli: anche nella nostra citt\u00e0 il<br \/>\ncollezionismo di ceramiche, si tratti di materiali arcaici come di maioliche o porcellane, insegue<br \/>\nun\u2019ideale di ricerca delle proprie radici in un pi\u00f9 ampio respiro europeo, un tratto particolarmente<br \/>\nevidente nel caso di Gian Giacomo Poldi Pezzoli (1822-1879), che appare sempre guidato nelle sue<br \/>\nscelte dalla ricerca di una qualit\u00e0 tutt\u2019affatto particolare (fig. 4). E infatti le porcellane costituiscono<br \/>\nun nucleo di notevole interesse nelle raccolte del gentiluomo milanese. Alla sua morte, quelle da lui<br \/>\nraccolte erano circa duecento su un totale di oltre duemila pezzi collezionati e comprendenti dipinti,<br \/>\nsculture, armi e armature, oreficerie, orologi, vetri, tessili e ceramiche (reperti archeologici, terraglie<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">e maioliche oltre alle porcellane): oggetti che ripercorrevano nell\u2019insieme un arco cronologico di<br \/>\n2500 anni circa, dal VII secolo a.C. al XIX. Tutto questo era disposto secondo un preciso criterio<br \/>\nnell\u2019appartamento \u201cparticolare\u201d che don Giacomo occupava all\u2019interno del palazzo di famiglia. Il suo<br \/>\nprogetto, probabilmente sviluppatosi nel corso del tempo, rispondeva alla volont\u00e0 di formare un<br \/>\ncompendio della produzione artistica del passato attraverso pezzi rappresentativi di ogni epoca, da<br \/>\nesporre in ambienti storicisti secondo la tendenza diffusa in Europa all\u2019epoca della costituzione degli<br \/>\nstati nazionali e della quale si \u00e8 detto. Una delle fonti di ispirazione per Gian Giacomo potrebbe essere<br \/>\nstata la casa parigina in stile neomedievale del collezionista Alexandre du Sommerard (1779-1842),<br \/>\nche deve aver visitato negli anni dell\u2019esilio. Pittori, scultori, ebanisti e bronzisti si alternavano per<br \/>\ncostruire e decorare l\u2019armeria gotica, lo studiolo medievale dedicato a Dante, le sale rinascimentali e<br \/>\nbarocche incastonando pezzi originali negli ambienti \u201cin stile\u201d. Per Gian Giacomo l\u2019allestimento<br \/>\ndell\u2019appartamento era parte integrante del progetto collezionistico al quale destinava una somma<br \/>\nannuale equamente suddivisa tra l\u2019acquisto di nuove opere e la decorazione degli ambienti che<br \/>\ndovevano accoglierle, come documentato dalla \u201ccassa mia particolare\u201d, quaderno in cui annotava le<br \/>\nspese. Da questo documento non \u00e8 sempre possibile identificare le opere acquisite e purtroppo Gian<br \/>\nGiacomo, straordinario collezionista noto in tutta Europa, non ha lasciato altre riflessioni o<br \/>\nannotazioni scritte relative alle sue scelte rendendo molto difficile la ricostruzione della genesi della<br \/>\nsua collezione e dello scrigno destinato a custodirla. Le disposizioni testamentarie relative al futuro<br \/>\ndella sua opera collezionistica sono invece estremamente chiare e dettagliate: indicano la volont\u00e0 di<br \/>\ncostituire una fondazione artistica a uso e beneficio pubblico in perpetuo, che dota di un vitalizio<br \/>\nannuo di ottomila lire per i restauri, le spese di gestione e nuove acquisizioni di \u201copere antiche e<br \/>\nmoderne\u201d. Nel 1881, due anni dopo la sua scomparsa, il Museo Poldi Pezzoli verr\u00e0 aperto al pubblico<br \/>\ndal primo direttore, Giuseppe Bertini, amico e consulente storico del Poldi Pezzoli. La collezione di<br \/>\nporcellane di Gian Giacomo si presentava ricca ed eterogenea, composta da manufatti di produzione<br \/>\norientale ed europea a testimonianza della sua volont\u00e0 di raccogliere esemplari di elevata qualit\u00e0<br \/>\nartistica e tecnica di ogni manifattura. Le origini di questa raccolta si legano al padre, Giuseppe Poldi<br \/>\nPezzoli, che nel primo ventennio del XIX secolo aveva acquistato oggetti ceramici presso mercanti<br \/>\nmilanesi sulla scia della moda del tempo. Gian Giacomo continuer\u00e0 l\u2019iniziativa paterna<br \/>\nacquisendo numerosi pezzi di provenienza orientale ed europea, prediligendo la produzione di<br \/>\nMeissen. Dall\u2019inventario giudiziale stilato dopo la morte (e compilato secondo un ordine topografico)<br \/>\nsi apprende che Gian Giacomo amava attorniarsi delle sue porcellane, distribuite nelle diverse sale<br \/>\nappoggiate su mobili e consoles o affollate all\u2019interno di vetrine. Nella Sala degli Stucchi, la seconda<br \/>\ndall\u2019ingresso, aveva sistemato una parte dei grandi vasi cinesi (ben otto) del XVIII e XIX secolo e le<br \/>\ndue \u201cvasche da pesci\u201d (tuttora esposte) del Settecento guarnite, secondo il gusto storicistico, con<br \/>\ndraghi alati in bronzo realizzati da Giuseppe Speluzzi (1827-1890) (fig. 5). Un altro pastiche di<br \/>\nSpeluzzi \u00e8 la lampada \u201cmoderateur\u201d composta da un vaso cinese del XVIII secolo con farfalle e fiori<br \/>\nsu fondo blu, adattato alla funzione di lume e impreziosito dall\u2019artista con un drago e guarniture in<br \/>\nbronzo cesellato, argentato e dorato in stile orientale (fig. 6). La lampada si trovava nella Sala nera<br \/>\n(il salotto, fig. 1) attigua alla Sala degli Stucchi con altre porcellane: una coppia di figure cinesi<br \/>\nrappresentanti i geni dell\u2019Unione e dell\u2019Armonia (1662-1722), due vasi con montatura metallica del<br \/>\nperiodo Edo del XIX secolo e il gruppo equestre in porcellana di Meissen raffigurante Augusto il<br \/>\nForte, Elettore di Sassonia. Ancora porcellane cinesi si trovavano nella camera da letto: la coppia di<br \/>\ngru in biscuit smaltato del XVIII secolo e altri cinque vasi biansati con invetriatura craquel\u00e9e e<br \/>\nguarniture metalliche del XIX secolo, mentre una fontana parietale in porcellana di era Kangxi (1662-<br \/>\n1722) si trovava nell\u2019attigua stanza da bagno. Le porcellane di dimensioni pi\u00f9 contenute erano<br \/>\nconservate invece nelle vetrine dello Studiolo dantesco. In questo luogo, che ha mantenuto buona<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">parte della decorazione ottocentesca, il collezionista teneva le figure di Meissen e di Capodimonte, i<br \/>\nservizi da caff\u00e8 e da t\u00e8 prodotti dalle manifatture di Vienna, Meissen, Wedgwood, S\u00e8vres, Doccia,<br \/>\nCapodimonte e cinesi. Ancora oggi buona parte di questi oggetti \u00e8 esposta nella medesima sala. Tra<br \/>\nessi meritano di essere citati la tazzina con piattino di Capodimonte recanti la marca di fabbrica con<br \/>\nil giglio borbonico in oro (segno di qualit\u00e0), la cui decorazione con scene di battaglia, attribuita a<br \/>\nGiovanni Caselli (1688-1752), capo decoratore della Manifattura tra il 1743 e il 1752, \u00e8 tratta da<br \/>\nopere di Antonio Tempesta: l\u2019utilizzo di fonti grafiche di rilievo come modello per la produzione fu<br \/>\nd\u2019altronde una prassi consolidata nelle manifatture di porcellana settecentesche. Poldi Pezzoli teneva<br \/>\nnello studiolo, la sua Wunderkammer, insieme alla collezione di vetri antichi, a quella di oreficerie,<br \/>\na una parte dei reperti archeologici, al nautilus e ai metalli islamici, anche il servizio da t\u00e8 e caff\u00e8<br \/>\n\u201cBorromeo\u201d (fig. 7). Ciascuno dei trentuno pezzi del servizio riporta il monogramma del re Augusto<br \/>\nIII di Polonia dipinto in oro accanto alla marca di fabbrica, le armi della famiglia Borromeo e<br \/>\nl\u2019emblema dell\u2019Ordine polacco dell\u2019Aquila Bianca del quale fu insignito Federico VI Borromeo nel<br \/>\n1736. I servizi da tavola, tra i quali si distingue quello di Meissen a \u201cfiori indiani\u201d, cos\u00ec chiamato per<br \/>\nil decoro floreale in uso tra il 1740 e il 1745, si trovavano all\u2019interno di armadi e credenze in attesa<br \/>\ndi essere disposti nella vetrina a soffitto con doppia luce realizzata da Bertini, che tuttora raccorda la<br \/>\nSala degli Stucchi con il Salone dorato, la cui decorazione in stile neorinascimentale non era ancora<br \/>\nterminata alla morte di Poldi Pezzoli. La raccolta di porcellane che ci ha lasciato Gian Giacomo<br \/>\npresentava un\u2019organicit\u00e0, cos\u00ec come quelle di dipinti, di armi, di armature e di gioielli, a differenza di<br \/>\naltre sezioni, come quelle degli orologi, dei vetri e dei tessili, costituite da pochi preziosi pezzi, che<br \/>\nsono state accresciute nel tempo dai direttori del suo museo attraverso acquisti e donazioni. L\u2019ultima<br \/>\nin ordine di tempo \u00e8 la selezione di circa ottanta pezzi di porcellane europee raccolte dai marchesi<br \/>\nZerilli-Marim\u00f2, giunta nel 2017, ma prima di questa la collezione di porcellane si era arricchita di<br \/>\naltre donazioni: il Laocoonte (cat. 20) e il Vaso da pot-pourri (cat. 7) della Manifattura Ginori di<br \/>\nDoccia da parte di Elena Giulini, rispettivamente nel 1993 e nel 2015, e la coppia di ciste disegnate<br \/>\nda Gio Ponti e da Libero Andreotti per Fernanda e Ugo Ojetti, donate dalla figlia Paola nel 1973 (catt.<br \/>\n32a-b), che hanno ispirato la mostra in corso.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>ORO BIANCO Tre secoli di porcellane Ginori Milano, Museo Poldi Pezzoli 25 ottobre 2023 \u2013 19 febbraio 2024 A Milano una mostra dedicata alla storia<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":122126,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[1916,14,15,9411,358,15896],"tags":[28255],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/125448"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=125448"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/125448\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":125451,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/125448\/revisions\/125451"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/122126"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=125448"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=125448"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=125448"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}