{"id":147753,"date":"2025-06-09T18:49:20","date_gmt":"2025-06-09T16:49:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/?p=147753"},"modified":"2025-06-09T18:49:20","modified_gmt":"2025-06-09T16:49:20","slug":"mostre-a-padova-palazzo-moroni-out-of-place","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/?p=147753","title":{"rendered":"Mostre a Padova &#8211; Palazzo Moroni &#8220;Out of place&#8221;"},"content":{"rendered":"<p style=\"font-weight: 400;\"><strong>\u201cOUT OF PLACE. ARTE E STORIE DAI CAMPI RIFUGIATI NEL MONDO\u201d<\/strong><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><strong>Basata su una ricerca realizzata all\u2019interno di 18 tra i pi\u00f9 grandi campi rifugiati esistenti oggi, la mostra presenta le testimonianze \u2013 opere e storie \u2013 di 264 artisti che risiedono in questi insediamenti o che hanno vissuto una simile esperienza in passato<\/strong><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><strong>Giardino Pensile di Palazzo Moroni, Padova<\/strong><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><strong>9 giugno &#8211; 30 giugno 2025<\/strong><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Cortile Antico di Palazzo del Bo, Padova<\/p>\n<figure id=\"attachment_147756\" aria-describedby=\"caption-attachment-147756\" style=\"width: 300px\" class=\"wp-caption alignnone\"><a href=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/8-Mario-Antonio-Rivas.gif\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-147756\" src=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/8-Mario-Antonio-Rivas-300x188.gif\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"188\" srcset=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/8-Mario-Antonio-Rivas-300x188.gif 300w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/8-Mario-Antonio-Rivas-768x482.gif 768w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/8-Mario-Antonio-Rivas-478x300.gif 478w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/8-Mario-Antonio-Rivas-800x500.gif 800w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-147756\" class=\"wp-caption-text\">Mario-Antonio-Rivas<\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">9 giugno &#8211; 31 luglio 2025<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Orario: tutti i giorni con ingresso gratuito dalle ore 10.00 alle ore 23.00<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><strong>Fondazione\u00a0Imago Mundi con Universit\u00e0 di Padova e Assessorato alla Cultura del Comune di Padova<\/strong>\u00a0presentano\u00a0<strong>da\u00a0<\/strong><strong>luned\u00ec\u00a09 giugno<\/strong>\u00a0in due sedi espositive\u00a0\u2013\u00a0Cortile Antico di Palazzo del Bo e Giardino Pensile di Palazzo Moroni a Padova\u00a0\u2013\u00a0la mostra\u00a0<strong>Out of Place. Arte e storie dai campi rifugiati nel mondo<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">L\u2019esposizione prende le mosse dalla pi\u00f9 recente collezione di Imago Mundi, curata da Claudio Scorretti, Irina Ungureanu e Aman Mojadidi, che<\/p>\n<ul>\n<li style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><strong>ha coinvolto artisti che vivono o hanno vissuto in campi per rifugiati, invitati a realizzare opere nel formato di 10&#215;12 cm, distintivo della Imago Mundi Collection, esposte in mostra.<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">L\u2019essenza del progetto sta nella<\/p>\n<ul>\n<li style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><strong>pluralit\u00e0 di storie provenienti da cinque continenti; <\/strong><\/li>\n<li style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">storie che testimoniano come la condizione di rifugiato sia un fatto accidentale e che rivendicano ciascuna la propria unicit\u00e0. In questo modo,<\/li>\n<li style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><strong>i rifugiati non sono una massa indistinta di persone senza volto, a<\/strong>ssumono invece i contorni nitidi di singoli individui, ciascuno con la propria vicenda unica e irripetibile, affidata alla tela.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">\u00a0Le aree di provenienza degli artisti vanno dall\u2019A<strong>fghanistan al Myanmar e al\u00a0Vietnam, dalla Palestina al Kurdistan e alla Siria, dal Burundi all\u2019Etiopia e\u00a0alla Somalia, dalla Costa d\u2019Avorio al Sudan, dall\u2019Europa al Sud America\u00a0e\u00a0molte\u00a0altre zone ancora<\/strong> \u2013 tutti\u00a0luoghi che ci parlano di crisi multiformi, che siano conflitti armati,\u00a0persecuzioni etniche o religiose, catastrofi naturali,\u00a0cambiamento climatico, violenza o altro.<\/p>\n<ul>\n<li style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><strong>I Paesi di accoglienza<\/strong> sono allo stesso modo distribuiti ovunque, <strong>dall\u2019Uganda al Kenya, dal Nord America alla Germania, dal Bangladesh al Regno Unito, all\u2019Italia.<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><strong>La mostra ha ottenuto il patrocinio dell\u2019Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.<\/strong><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Cristina Basso, Prorettrice alle Relazioni Internazionali, Universit\u00e0 di Padova<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><em>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<strong>\u00a0\u201cSoltanto il 3% dei rifugiati a livello globale, secondo le stime dell\u2019UNHCR, ha accesso all\u2019istruzione superiore a fronte di una media pari al 37% a livello globale.<\/strong> Nel novembre 2019 la nostra Universit\u00e0 ha aderito al Manifesto dell\u2019Universit\u00e0 Inclusiva e, dopo le campagne Unipd4Afghanistan e Unipd4Ukraine, ha deciso di intervenire in maniera ancor pi\u00f9 profonda con il programma People at Risk, caratterizzato da servizi mirati all\u2019accoglienza e supporto, non solo per rifugiati e richiedenti asilo, ma anche per altri soggetti considerati a rischio per situazioni che impediscono la libert\u00e0 di studio e ricerca nei propri Paesi. Inoltre supporta con fellowship di ricerca studiosi\/studiose titolari di asilo politico o protezione internazionale, o considerati in situazione di rischio. La fellowship viene finanziata congiuntamente dall\u2019Ateneo e dal Dipartimento\/Centro che garantisce l\u2019accoglienza del Visiting Scholar, unitamente alla disponibilit\u00e0 di spazi, biblioteche, strumentazioni e laboratori necessari allo svolgimento delle sue attivit\u00e0. Alle spalle di queste attivit\u00e0 esiste l\u2019idea di una universit\u00e0 che accoglie, condivide spazi e saperi, come per la mostra che s\u2019inaugura oggi: aperta nei luoghi, che raccoglie storie e le restituisce a tutti\u201d.<\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Andrea Colasio, Assessore alla Cultura Comune di Padova<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><em>\u201c<strong>Il numero di persone costrette alla fuga nel mondo continua a crescere, raggiungendo la cifra <\/strong><\/em><em><strong>record di 122,6 milioni a fine giugno 2024,<\/strong> secondo l\u2019UNHCR. Questo significa che, <\/em><\/p>\n<ul>\n<li style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><em><strong>ogni 67 persone nel mondo, una \u00e8 costretta a fuggire dalla propria casa a causa di persecuzioni, conflitti,<\/strong> violenze o violazioni dei diritti umani. Questa fotografia dei rifugiati nel mondo \u00e8 impressionante, ma ha un grandissimo limite. <\/em><\/li>\n<li style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><em>Parla di loro come numeri,<strong> 1,2 milioni di siriani, 4,3 milioni di ucraini, 6 milioni di palestinesi e via dicendo<\/strong>.<\/em><\/li>\n<li style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><em><strong> Ma i rifugiati sono persone, uomini donne, bambini con una dignit\u00e0 che va difesa<\/strong> e, se possibile, restituita. L\u2019arte, con il suo linguaggio universale che supera frontiere e culture pu\u00f2 contribuire a farlo, e questo \u00e8 il grandissimo merito di questa mostra ideata e organizzata da Fondazione Imago Mundi che con orgoglio insieme all\u2019Universit\u00e0 ospitiamo a Padova.<\/em><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><em><strong>Una mostra che restituisce la parola simbolicamente a tutti i rifugiati del mondo<\/strong>, e che mostra come l\u2019arte sia pi\u00f9 forte di qualsiasi violenza e limite che viene posto agli esseri umani\u201d.<\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Fondazione Imago Mundi<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><em>\u201cCon questa mostra, Fondazione Imago Mundi prosegue un<strong> percorso espositivo e di ricerca che si interroga sulle possibilit\u00e0 di leggere il mondo attraverso le pratiche artistiche contemporanee.<\/strong> <\/em><em><strong>Non si tratta di descrivere la realt\u00e0, ma di provare a comprenderla,<\/strong> dando spazio a una pluralit\u00e0 di voci e sguardi, spesso provenienti da contesti di margine o da geografie di confine. La collezione di opere realizzate nei campi rifugiati e parte di Imago Mundi Collection rappresenta in questo senso un atto potente di sconfinamento che interroga le logiche dell\u2019esclusione e al tempo stesso afferma dignit\u00e0, resistenza e capacit\u00e0 espressiva. Le opere che compongono questa mostra raccontano d<strong>i frontiere attraversate, ma anche di identit\u00e0 in movimento, e ci invitano a considerare il confine non come una barriera ma come uno spazio vivo, da abitare criticamente.<\/strong> \u00c8 questa tensione tra centro e margine, tra visibilit\u00e0 e invisibilit\u00e0, a nutrire il lavoro della Fondazione: un laboratorio aperto in cui l\u2019arte diventa uno strumento per pensare il presente e immaginare altri futuri possibili.\u201d<\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><strong>La collezione in mostra<\/strong><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Basata su<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><strong>&#8211; una ricerca realizzata all\u2019interno di <u>18 tra i pi\u00f9 grandi campi rifugiati esistenti oggi<\/u>, la<\/strong> collezione in mostra\u00a0<em>Out of Place. Arte e storie dai campi rifugiati nel mondo<\/em>\u00a0presenta le testimonianze \u2013 opere e storie \u2013 di\u00a0<u>264 artisti<\/u>\u00a0che risiedono in questi insediamenti o che hanno vissuto una simile esperienza in passato.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><strong>Insieme alle\u00a0<u>284 opere da loro realizzate sul formato 10&#215;12 cm<\/u><\/strong>, vengono proposti un <strong>intervento\u00a0video e un\u2019installazione\u00a0<\/strong>\u00a0per offrire una riflessione pi\u00f9 ampia sull\u2019attuale crisi globale dei rifugiati.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Dopo Kutupalong, in Bangladesh, la mostra presenta<strong> diverse testimonianze dall\u2019Africa con\u00a0\u00a0due grandi campi del Kenya \u2013 Dadaab e Kakuma \u2013 due rappresentativi insediamenti in Uganda \u2013 Nakivale e Bidibidi \u2013, il campo di Dzaleka in Malawi, quello di Nyabiheke in Rwanda, e l\u2019insediamento di Smara con gli adiacenti El Aaiun, Awserd, Boujdour, Dakhla, in Algeria.<\/strong><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><strong>Le tele offrono poi testimonianze dal\u00a0Medio Oriente, da Za\u2019atari, il pi\u00f9 esteso campo per siriani, e\u00a0da\u00a0altri cinque campi per palestinesi: Baq\u2019a, Hittin, Irbid, Madaba e Souf, tutti in Giordania.<\/strong><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">A questa cartografia si aggiungono artisti che hanno vissuto, dagli anni Ottanta ad oggi, situazioni analoghe in altre aree geografiche, inclusi artisti curdi e yazidi che raccontano la complicata storia del loro popolo, e 40 artisti afghani che, all\u2019indomani della ripresa di potere da parte dei talebani nell\u2019agosto 2021, hanno lasciato il Paese oppure sono rimasti in patria.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Completano la mostra le analisi delle migrazioni che giungono in Europa dall\u2019Ucraina e tramite le rotte del Mediterraneo, e una selezione\u00a0che racconta i\u00a0corridoi di migrazione in America del Sud e Centrale, con un focus sulla frontiera tra Messico e Stati Uniti.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">\u201cEsuli, migranti, rifugiati e apolidi, sradicati dalle proprie terre, sono costretti a fare i conti con un nuovo paesaggio \u2013 affermava Edward Said, critico e scrittore, in<em>\u00a0Nel segno dell\u2019esilio<\/em>\u00a0\u2013 e la creativit\u00e0, come del resto la profonda infelicit\u00e0 che si attribuisce al modo di fare di tali soggetti fuori posto, costituisce di per s\u00e9 una delle esperienze che devono ancora trovare una loro narrazione\u201d. Prendendo a prestito la definizione dei rifugiati proposta da Said \u2013\u00a0<em>out of place<\/em>\u00a0\u2013 l\u2019obiettivo della mostra \u00e8 quello di offrire loro uno spazio di espressione, artistica e narrativa, e presentarli in primo luogo come artisti, considerando l\u2019attuale o passato status di rifugiati come accidentale nella loro biografia.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Alla luce delle storie e testimonianze raccolte, i campi ci appaiono non solo come realt\u00e0 abitative fragili e temporanee, ma come entit\u00e0 in evoluzione, citt\u00e0 accidentali, conglomerati urbani destinati a durare nel tempo. Un solo esempio come prova di un approccio che, invece di isolare, tende a integrare i campi nei paesi di accoglienza: nel 2023 il Kenya ha annunciato che i due insediamenti pi\u00f9 grandi del Paese \u2013 Dadaab e Kakuma \u2013 si sarebbero integrati con le comunit\u00e0 locali.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><strong>Riuscire a raggiungere i campi \u00e8 stato in s\u00e9 un percorso iniziatico e una rottura di barriere: geografiche, linguistiche e amministrative. Realizzato con l\u2019aiuto di artisti contattati direttamente all\u2019interno dei campi<\/strong> e con il supporto di collaboratori esterni, il progetto \u00e8 una testimonianza della funzionalit\u00e0 e della comunicazione aperta e dinamica che caratterizza i campi rifugiati presentati in mostra.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Nonostante le vicissitudini, che l\u2019arte sia ancora possibile all\u2019interno di queste strutture e che gli artisti continuino a fare gli artisti rimane una scoperta straordinaria. Pittori, scultori, fotografi, registi nati e formatisi nei\u00a0campi,\u00a0raggruppati in piccole comunit\u00e0, grazie al sostegno di organizzazioni umanitarie, con le loro storie insegnano lezioni potenti di determinazione e fiducia nella forza dell\u2019arte.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Raccontare la creativit\u00e0 che nasce nelle \u201ccitt\u00e0 delle spine\u201d \u2013 per riprendere il titolo del libro di Ben Rawlence sulla vita nel complesso di Dadaab \u2013 rimane lo scopo della mostra.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Trovare, cio\u00e8, l\u2019energia creativa in grado di trasfigurare l\u2019insostenibile realt\u00e0, per poter trasmettere un messaggio come quello di Aminah Rwimo, regista multipremiata proveniente dal campo di Kakuma: \u201cVolevo dare l\u2019esempio e dire ai miei compagni sopravvissuti che qualunque cosa ci sia accaduta, fa parte s\u00ec della nostra vita. Ma non ne costituisce la fine\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><strong>Le storie<\/strong><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Tra le storie che veniamo a conoscere: <strong>Famakinka Olunafemi, pittore\u00a0nigeriano che vive in Francia e, lontano dalla sua terra natale, si sente come\u00a0un re senza trono; l\u2019opera fotografica di Youssef Al-Shuwaili, dall\u2019Iraq,\u00a0presenta una madre in una posa simile a quella della Madonna della Piet\u00e0,\u00a0ma, a guardar bene, la donna con un braccio culla un neonato e nell\u2019altra\u00a0mano tiene una granata, generando un cortocircuito di amore e odio;<\/strong> nel\u00a0lavoro di MyLoan Dinh, artista di origine vietnamita residente negli Stati\u00a0Uniti, una foto di famiglia \u00e8 incorniciata dai ritagli di un\u2019economica borsa per\u00a0la spesa che spesso i rifugiati impiegano come valigia, mentre sul retro\u00a0dell\u2019opera frammenti di gusci d\u2019uovo formano una busta, a simboleggiare la\u00a0\u00a0fragilit\u00e0 della loro condizione e il desiderio di restare in contatto con i\u00a0familiari; Somaya Abdelrahman \u00e8 una fotografa documentarista e artista\u00a0nata in Egitto che ora vive in Germania e lavora su temi sociali e diritti umani;\u00a0Chinar Hassan, artista curda nata in Siria, rappresenta, nell\u2019essenzialit\u00e0 del\u00a0suo lavoro, il senso di profonda incertezza verso il futuro che \u00e8 proprio di chi\u00a0non ha casa.\u00a0\u00a0In mostra viene presentato il campo di\u00a0\u00a0Kutupalong in Bangladesh, ritenuto oggi il pi\u00f9 popoloso al\u00a0mondo, dove trovano accoglienza i rohingya, protagonisti di un\u00a0tragico\u00a0esodo\u00a0forzato; lo slide-show del fotografo Abir Abdullah cattura alcuni\u00a0momenti della drammatica migrazione di questa comunit\u00e0.\u00a0Al\u00a0visitatore viene\u00a0proposto poi\u00a0un approfondimento sul campo di Dadaab in Kenya, con il cortometraggio di Dennis Munene sulla convivenza nello stesso campo di tre comunit\u00e0 etniche \u2013 somala, sudanese ed etiope.\u00a0Le opere in mostra\u00a0raccontano anche le realt\u00e0 dei campi della\u00a0Giordania:\u00a0Za\u2019atari, il pi\u00f9 esteso campo per rifugiati siriani al mondo, Baq\u2019a, Hittin, Irbid, Madaba e Souf, che accolgono rifugiati palestinesi e\u00a0sono tra i primi ad essere stati istituiti, negli anni Cinquanta e Sessanta. Gli\u00a0insediamenti di Nakivale e Bidibidi si trovano invece in Uganda e ospitano\u00a0persone che provengono da Repubblica Democratica del Congo, Burundi,\u00a0Ruanda, Sud Sudan, Somalia. Si giunge cos\u00ec alla sezione dedicata al popolo\u00a0afghano. Le testimonianze qui raccolte raccontano le storie di artisti che,\u00a0dopo la ripresa del potere da parte dei talebani nel 2021, sono\u00a0fuggiti\u00a0e di altri che sono rimasti in patria, insieme alle storie di artisti, ora stabilitisi\u00a0in Europa o in America, per cui il campo \u00e8 un elemento fondante del proprio\u00a0passato.\u00a0Ci spostiamo poi in Malawi, con il campo di Dzaleka, e il Algeria, con il campo di Smara, che\u00a0ospita rifugiati Saharawi; da l\u00ec lo sguardo si sposta sul Mar Mediterraneo e\u00a0le sue rotte dirette verso i confini meridionali dell\u2019Europa, in particolare\u00a0verso Spagna, Italia, Grecia, Malta; restando in Europa, una sezione \u00e8\u00a0dedicata ai rifugiati ucraini, che nel febbraio 2022 sono stati costretti a\u00a0lasciare le loro case; si attraversa infine l\u2019Atlantico, per percorrere i\u00a0corridoi di migrazione dell\u2019America Centrale e meridionale, in particolare\u00a0lungo i confini tra Colombia, Panama, Venezuela e lungo le frontiere che\u00a0separano il Messico\u00a0da Guatemala\u00a0e Stati Uniti.\u00a0\u00a0Conosciamo cos\u00ec ad esempio l\u2019ucraina Olena\u00a0Pronkina, che rappresenta l\u2019esperienza di abbandonare la casa attraverso\u00a0uno\u00a0sguardo\u00a0che esprime\u00a0impotenza e solitudine; e Mario Antonio\u00a0Rivas, nato in Guatemala e ora rifugiato in Messico, che ha realizzato un piccolo\u00a0diario e invita il visitatore a sfogliarlo, per accompagnare l\u2019artista nelle\u00a0complicate tappe della sua vita nomade, segnata dall\u2019insicurezza.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">La raccolta \u201cOut of Place\u201d \u00e8 corredata dall\u2019omonimo\u00a0catalogo della Imago Mundi Collection che viene presentato\u00a0in occasione di questa mostra.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Nella ricorrenza della Giornata mondiale del rifugiato Fondazione Imago Mundi e Universit\u00e0 degli Studi di Padova organizzano gioved\u00ec 19 giugno in Aula Magna dell\u2019Universit\u00e0 \u201cTessere la pace\u201d incontro con il fotoreporter Giles Duley.\u00a0\u00a0Attivista e fotografo, Duley, \u00e8 fondatore della ONG Legacy of War Foundation. Per \u201cTessere la Pace\u201d Duley racconta di come la resilienza pu\u00f2 diventare un filo nel tessuto della pace, sia dentro di noi che nel mondo.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Universit\u00e0 di Padova<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\"><strong>Out of Place. Art and Stories from the World\u2019s Refugee Camps<\/strong><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Based on research carried out within 18 of the world\u2019s largest refugee camps, the exhibition\u00a0<em>Out of Place. Art and Stories from the World\u2019s Refugee Camps<\/em>\u00a0presents the testimonies \u2013 both works and stories \u2013 of 264 artists who currently live in these settlements or who have had a similar experience in the past. Alongside the 284 artworks created by these artists in a 10&#215;12 cm format, the exhibition features other artistic interventions, including photography, video, installations and photo-video documentation to advance a wider reflection on the current global refugee crisis.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">After Kutupalong, in Bangladesh, the exhibition presents different testimonies from Africa with the largest refugee camps in Kenya \u2013 Dadaab and Kakuma \u2013, another two representative settlements in Uganda \u2013 Nakivale and Bidibidi, the camp of Dzaleka in Malawi, the one in Nyabiheke, Rwanda,\u00a0and the settlement of Smara with the adjacent El Aaiun, Awserd, Boujdour, and Dakhla, in Algeria. The inquiry then turns to the Middle East, to open the doors of Za\u2019atari, the biggest camp for Syrians, and to five Palestinian camps: Baq\u2019a, Hittin, Irbid, Madaba and Souf, all in Jordan. Added to this map are artists who, from the 1980s until the current day, have lived in similar conditions in other geographical areas, including Kurdish and Yazidi artists who tell the complicated story of their people. A section on Afghanistan features the works and stories of 40 artists who have left their country or continue to live within its borders since the Taliban takeover in 2021. Completing the exhibition are accounts of migration to Europe from Ukraine and via the Mediterranean routes, along with a section devoted to migration corridors in South and Central America, with a focus on the Mexico-U.S. border.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">\u201cExiles, \u00e9migr\u00e9s, refugees, and expatriates uprooted from their lands\u201d, wrote Edward Said in\u00a0<em>Reflections on Exile<\/em>, \u201cmust make do in new surroundings, and the creativity as well as the sadness that can be seen in what they do is one of the experiences that has still to find its chroniclers\u2026\u201d Borrowing the definition of refugees proposed by Said \u2013\u00a0<em>Out of Place<\/em>\u00a0\u2013 the objective of the exhibition is to offer a space of artistic and narrative expression to the artists living in refugee camps, and to present them first and foremost as artists, considering their current and past refugee status as accidental in their biographies. In the light of the stories and testimonies collected here, the camps appear not only as fragile and temporary living realities, but as evolving entities, \u201caccidental cities\u201d, urban conglomerates destined to last over time. To give just one example as proof of an approach that, rather than causing isolation, as has happened in the past, instead tends towards the integration of long-term camps into their host countries: in 2023 Kenya announced that the two largest camps in the country \u2013 Dadaab and Kakuma \u2013 would become integrated settlements where refugees would have to coexist with local communities.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">The story of reaching the camps was itself an initiatory journey and a breaking of barriers: geographical, linguistic and administrative. Carried out with the help of artists contacted directly within the camps and with the support of external collaborators, the project is a testimony to the functionality and open and dynamic communication that characterises the refugee camps reached. Despite the vicissitudes, the fact that artistic expression is still possible in the camps and that artists continue to be artists remains an extraordinary discovery. Painters, sculptors, photographers and directors born and trained in the camps, and often grouped in small communities, thanks to the support of humanitarian organisations, their stories teach powerful lessons of determination and confidence in the force of art.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">To highlight the creativity that is born in the \u201ccities of thorns\u201d, to recall the title of Ben Rawlence\u2019s book on life in the Dadaab complex, is the purpose of the exhibition. In short, it seeks to find that creative energy capable of transfiguring an unsustainable reality and conveying a message like Aminah Rwimo\u2019s, an award-winning director from the Kakuma camp: \u201cI wanted to set an example and tell my fellow survivors that whatever happened to us is now part of our lives.\u00a0But this is not the end.\u201d<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cOUT OF PLACE. 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