{"id":153713,"date":"2025-10-27T17:14:21","date_gmt":"2025-10-27T16:14:21","guid":{"rendered":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/?p=153713"},"modified":"2025-10-27T17:14:21","modified_gmt":"2025-10-27T16:14:21","slug":"mostre-a-torino-inaugura-oggi-ore-19-push-the-limits","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/?p=153713","title":{"rendered":"Mostre a Torino &#8211; inaugura oggi ore 19 &#8211; PUSH THE LIMITS"},"content":{"rendered":"<p>PUSH THE LIMITS 2<br \/>\nla cultura si sveste e fa apparire la guerra<br \/>\na cura di Claudia Gioia e Beatrice Merz<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le artiste: Heba Y. Amin, Maja Bajevi\u0107, Mirna Bamieh, Fiona Banner aka The Vanity Press, Rossella Biscotti, Monica Bonvicini, Latifa Echakhch, yasmine eid-sabbagh\/Rozenn Que\u0301re\u0301, C\u00e9cile B. Evans, Dominique Gonzalez-Foerster, Mona Hatoum, Emily Jacir, Jasleen Kaur, Katerina Kovaleva, Teresa Margolles, Helina Metaferia, Janis Rafa, Zineb Sedira, Nora Turato<\/p>\n<p><strong>27 ottobre 2025 &#8211; 1\u00b0 febbraio 2026<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Fondazione Merz<\/strong><br \/>\n<strong>Torino, via Limone 24<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Opening: luned\u00ec 27 ottobre 2025 ore 19.00<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mirna Bamieh, Sour Things: the Pantry, 2024. Courtesy Fondazione Merz. Foto Andrea Guermani<br \/>\nLa Fondazione Merz presenta la seconda edizione di PUSH THE LIMITS, progetto espositivo a cura di Claudia Gioia e Beatrice Merz.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La mostra esplora la capacit\u00e0 dell\u2019arte di rispondere alle questioni attuali e urgenti e di farsi portatrice di cambiamento, rifiutando la rassegnazione all\u2019immobilit\u00e0.<\/p>\n<ul>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>Riunisce 20 artiste di generazioni e provenienze diverse che fanno del superamento e della trasformazione dei limiti<\/strong> imposti e supposti la propria grammatica artistica.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">La mostra \u00e8 aperta da luned\u00ec 27 ottobre 2025 a domenica 1\u00b0 febbraio 2026. Le artiste sono: Heba Y. Amin, Maja Bajevi\u0107, Mirna Bamieh, Fiona Banner aka The Vanity Press, Rossella Biscotti, Monica Bonvicini, Latifa Echakhch, yasmine eid-sabbagh\/Rozenn Que\u0301re\u0301, C\u00e9cile B. Evans, Dominique Gonzalez-Foerster, Mona Hatoum, Emily Jacir, Jasleen Kaur, Katerina Kovaleva, Teresa Margolles, Helina Metaferia, Janis Rafa, Zineb Sedira, Nora Turato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel rititolare la seconda edizione di PUSH THE LIMITS \u00e8 stata aggiunta la frase di Mario Merz, \u201cla cultura si sveste e fa apparire la guerra\u201d. Il riferimento \u00e8 al ruolo da sempre complesso della cultura in situazioni di conflitto e alla necessit\u00e0 che<\/p>\n<ul>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>la cultura si svesta di un\u2019immagine ovattata per evidenziare la sua natura combattiva. <\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo modo si intende sottolineare anche la libert\u00e0 e la responsabilit\u00e0 dell\u2019arte e della cultura, cos\u00ec come l\u2019obiettivo di forzare i limiti, proprio oggi in cui tutti i principi della convivenza e del diritto vengono continuamente stravolti, perch\u00e9 possano venire nuove parole per ricominciare a<\/p>\n<ul>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>pensare in termini di giustizia e di relazioni internazionali, sociali e civili.<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">La mostra mette in campo azioni, immagini e voci capaci di riallineare mezzi e fini, con la consapevolezza che la relazionalit\u00e0 \u00e8, come ricordava Barbara Kruger nella prima edizione del progetto, qualit\u00e0 costitutiva dell\u2019azione. In questa prospettiva \u2014 cara anche a Hannah Arendt, per la quale l\u2019azione collettiva possiede un principio estetico \u2014<\/p>\n<ul>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>libert\u00e0 e esecuzione coincidono nel dare forma a parole e forme nuove, in risposta alle crisi del presente.<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p>Percorso espositivo e opere<br \/>\nLa mostra si articola in un percorso plurale che alterna opere inedite, lavori gi\u00e0 esistenti e ricontestualizzazioni pensate per gli spazi della Fondazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Heba Y. Amin \u2014 Iterations on Witnessing, 2025\u2013ongoing<br \/>\nRaccolta di cortometraggi, 23\u2018 27\u2018\u2018, Courtesy dell\u2019artista e Zilberman Gallery<br \/>\nIspirata al fenomeno neurologico della blindsight \u2014 la capacit\u00e0 di vedere senza consapevolezza \u2014 la sequenza filmica si struttura come partitura di ripetizioni e contrappunti. La conoscenza si altera, si frammenta, diventa racconto poetico e politico in cui perdita, migrazione e guerra costituiscono la trama. Amin interroga la legittimit\u00e0 dello sguardo: cosa \u00e8 visibile, cosa resta nascosto, cosa viene deliberatamente occultato? E soprattutto chi ha diritto di guardare, e a quali condizioni. Lo spettatore diventa testimone, responsabile di una riscrittura continua di senso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Maja Bajevi\u0107 \u2014 Sous les pav\u00e9s, les jeux (Under the cobblestones, games), 2022\u20132025<br \/>\nPietre, biglie, luci, suono; dimensioni variabili, Courtesy dell\u2019artista<br \/>\nRiprendendo lo slogan del Maggio \u201968 \u2014 Sous les pav\u00e9s, la plage \u2014 Bajevi\u0107 mette in tensione la stratificazione storica della citt\u00e0 con la dimensione liberatoria del gioco. Alla durezza del gi\u00e0 costruito oppone una luce che scopre e trasforma, attivando energie di cambiamento. Ad accompagnare un audio realizzato come un pastiche, di Le temps des cerises della Comune di Parigi, L\u2019internazionale e Bella Ciao a risvegliare memorie che continuano a sfuggire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mirna Bamieh \u2014 Sour Things: the Pantry, 2024<br \/>\nStruttura in legno, 2 video, paesaggio sonoro, ceramiche, vetro, disegni, wallpaper, sale; dimensioni variabili<br \/>\nCommissione Noordbrabants Museum (NL) per \u201cImagine Home\u201d, a cura di Nina Folkersma. Vetro prodotto da Marc Barreda. Courtesy NIKA Project Space.<br \/>\nLa dispensa svuotata prima della fuga da Ramallah durante i bombardamenti su Gaza diventa gesto politico. La quotidianit\u00e0 della conserva \u2014 sale, barattoli, attese \u2014 resiste alla distruzione e afferma un futuro possibile. La vita contro la morte, la memoria contro la menzogna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fiona Banner aka The Vanity Press\u2014 Pranayama Organ, 2021; Soft Parts: Wing, Fin, Flap, 2022<br \/>\nFilm digitale HD, 10\u201938\u2019\u2019; pouf su misura, dimensioni variabili, Courtesy l\u2019artista e Frith Street Gallery, London<br \/>\nDue aerei da combattimento gonfiabili \u2014 Typhoon e Falcon \u2014 assumono movenze umane e aviarie in un rituale di attrazione e repulsione. L\u2019artista gioca con la mascolinit\u00e0 della guerra, scoprendo un desiderio di relazione e futuro. La colonna sonora \u00e8 il respiro e un organo che richiama Wild is the Wind. In sala, grandi pouf accolgono il pubblico in un contrasto tra comfort e ineluttabilit\u00e0 del conflitto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Veduta della mostra. (Dominique Gonzalez-Foerster, Metapanorama I, II, III, 2023 e Katerina Kovaleva \u2014 Memory table, 2025) Courtesy Fondazione Merz. Foto Andrea Guermani<br \/>\nRossella Biscotti \u2014 Le Teste in Oggetto, 2015, Resina acrilica simil-ceramica, silicone RTV-2\/118, gesso, 2 europallet; Courtesy dell\u2019artista<br \/>\nLe Teste in Oggetto, 2015, Resina acrilica simil-ceramica, silicone RTV-2\/118, gesso, 2 europallet; Courtesy Fondazione MUSEION. Museo d\u2019arte moderna e contemporanea Bolzano<br \/>\nLe teste in Oggetto (The Heads in question), 2009-2025, 5 stampe a getto di inchiostro su carta baritata Hahnemuhle, Courtesy l\u2019artista<br \/>\nI calchi di due teste monumentali di Mussolini, dimenticati per anni nei depositi dell\u2019EUR, interrogano la vanit\u00e0 del culto della personalit\u00e0 e la ferocia della politica quando degenera in dominio. Le fotografie in bianco e nero insistono sui dettagli: svelano piccolezza e banalit\u00e0, ribaltando l\u2019icona di forza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Monica Bonvicini \u2014 And Rose (gold), 2024; And Rose (black), 2024<br \/>\nCatene in acciaio cromato, moschettoni a sgancio rapido, anelli; dimensioni variabili, Collezione privata<br \/>\nDue sculture della serie Chainswing tagliano lo spazio con una estetica industriale reiterata e dissacrante. La rosa del titolo evoca ciclo vitale, vulnerabilit\u00e0 e resistenza: l\u2019arte come dispositivo che forza i limiti della rappresentazione e riscrive simbolicamente la societ\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Latifa Echakhch \u2014 Untitled (Tears Fall), 2025<br \/>\nPerline di vetro, fili di nylon; 700 \u00d7 700 \u00d7 50 cm, Courtesy dell\u2019artista e Kaufmann Repetto Milano\/New York.<br \/>\nUna tenda scintillante di fili e perline rifrange la luce fino a un bagliore blu: \u00e8 il momento in cui le lacrime toccano una superficie. Acqua come metafora delle emozioni: ascesa e abisso, forza e collasso. Un\u2019oscillazione che abita il nostro tempo tra ambizione e speranza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">yasmine eid-sabbagh\/Rozenn Que\u0301re\u0301 \u2014 Possible and Imaginary Lives<br \/>\n98 diapositive, 31 fotografie, wallpaper, suono 27\u2019, \u00a9 yasmine eid-sabbagh\/Rozenn Que\u0301re\u0301. Prodotto da Festival Images, Vevey.<br \/>\nQuattro sorelle palestinesi nate tra anni \u201930 e \u201940 raccontano una vita segnata dall\u2019esilio. Beirut, Il Cairo, New York, Parigi diventano i cardinali di una mappa affettiva che ritorna, per memoria, ad Haifa e Ramallah. Tra documentario e finzione, l\u2019opera riscrive le biografie nel presente, traducendo liberamente interviste audio in un teatro di ricordi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">C\u00e9cile B. Evans \u2014 Spurt of Blood (top 10 \/ last 100 years), 2025<br \/>\nvideo in loop, commissionato Fondazione Merz, Courtesy l\u2019artista<br \/>\nSpurt of Blood (radio play), 2025<br \/>\nsuono in loop, commissionato da Somerset House con supporto da Fondazione Merz, Courtesy l\u2019artista<br \/>\nIspirata alla pi\u00e8ce di Antonin Artaud (1925), l\u2019opera si compone di due parti: un radiodramma e un saggio visivo. Il radiodramma riprende il testo teatrale originale ma mai messo in scena riattualizzandolo al tempo di oggi. Il saggio visivo \u00e8 costruito con frammenti animati delle dieci immagini pi\u00f9 circolate degli ultimi cento anni (1925\u20132025) per rivisitare il passato attraverso rappresentazioni che suggeriscono futuro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dominique Gonzalez-Foerster \u2014 Metapanorama I, II, III, 2023<br \/>\nTrittico, stampa a pigmenti UV su lino stampato a mano; 315 \u00d7 250 \u00d7 7 cm (cad.), 315 \u00d7 750 \u00d7 7 cm (totale), Courtesy dell\u2019artista e Albarr\u00e1n Bourdais<br \/>\nTra murales alla Diego Rivera, diorama ottocentesco e muro di Berlino, il trittico si fa narrazione espansa: una folla di personaggi, movimenti antagonisti, masse critiche e alieni compone un tutto vitale che proclama la necessit\u00e0 di connessioni contro l\u2019esclusione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mona Hatoum \u2014 Hot Spot (stand), 2018<br \/>\nAcciaio inossidabile, neon, gomma; 172 \u00d7 83 \u00d7 80 cm, Courtesy dell\u2019artista<br \/>\nUn mappamondo incandescente registra la temperatura del pianeta: il mondo brucia, attraversato da guerre e conflitti protratti nel tempo. Contro l\u2019anestesia delle immagini e la retorica dell\u2019\u201ceffetto speciale\u201d, l\u2019opera visualizza il presente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Emily Jacir \u2014 Crossing Surda, 2002<br \/>\nvideo a due canali, 132\u201948\u2019\u2019, Courtesy Simondi Gallery<br \/>\nPer otto giorni Jacir filma il percorso da Surda all\u2019Universit\u00e0 di Birzeit, attraversando il confine israelo-palestinese. Il passaporto gettato nel fango \u00e8 solo uno degli episodi che restituiscono una quotidianit\u00e0 durata decenni, oggi sopraffatta da una situazione ancor pi\u00f9 tragica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Jasleen Kaur \u2014 Not new, otherwise, 2025<br \/>\nManifesti, dimensioni variabili, \u00a9 Jasleen Kaur. Courtesy dell\u2019artista e Hollybush Gardens, London<br \/>\nImmagini alterate stratificano storia e memoria familiare. Materiali che abitavano spazi domestici e di culto nell\u2019infanzia dell\u2019artista vengono decontestualizzati e accostati per superare le narrazioni ufficiali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Veduta della mostra. Courtesy Fondazione Merz. Foto Andrea Guermani<br \/>\nKaterina Kovaleva \u2014 Memory table, 2025<br \/>\nvetro, metallo, specchio, granito, acrilico su paracadute (diametro 7 m), Courtesy l\u2019artista<br \/>\nUn grande paracadute \u2014 con allegorie di angeli che attraverso degli specchi e lenti d\u2019ingrandimento catturano i raggi del sole per comprendere meglio quello che accade sulla terra \u2014 incombe su un tavolo militare apparecchiato di piatti, bicchieri e pietre. Convito senza commensali: presenze e destini, storie individuali e collettive inchiodano alla memoria delle vittime di guerra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Teresa Margolles \u2014 Los sonidos de la muerte, 2008\u2013ongoing<br \/>\nOpera sonora, dimensioni variabili<br \/>\nNel 1993 Ciudad Ju\u00e1rez, in Messico, \u00e8 assurta agli onori della cronaca per il gran numero di donne assassinate i cui omicidi non sono stati mai risolti. Il muro rimanda le registrazioni sonore effettuate nei luoghi in cui sono state ritrovate le donne assassinate. Un\u2019opera che denuncia attivamente la violenza sulle donne e ricorda le molte altre storie nel mondo di donne desaparecidas o uccise per ragioni politiche, sociali e culturali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Helina Metaferia \u2014 Headdress 77 e Headdress 78, 2025; The Work, 2018\u2013present<br \/>\nCollage, tecnica mista; 30 \u00d7 40 cm ciascuno. Installazione partecipativa, dimensioni variabili<br \/>\nCollage d\u2019archivio indagano la storia dei movimenti per i diritti civili per capirne le influenze sulle attuali battaglie sociali delle comunit\u00e0 BIPOC. Con The Work l\u2019artista raccoglie migliaia di risposte su cosa significhi \u201crivoluzione\u201d, trasformandole in cartelli, striscioni, performance: una conversazione globale resa tangibile dall\u2019arte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Janis Rafa \u2014 The Fear of Leaving the Animal Forever Forgotten Under the Ground, 2021<br \/>\nVideo monocanale con suono stereo, 12\u2019<br \/>\nIn un mondo sotterraneo abitato da animali, la presenza umana resta fuori campo. In eco alla performance di Joseph Beuys con il coyote (1974), la natura indomita dei cani si confronta con un\u2019umanit\u00e0 invisibile. Il film evoca coppie in tensione: bestiale\/umano, crudelt\u00e0\/partecipazione, sottomissione\/rivolta, potere\/libert\u00e0. La domanda resta aperta: fino a che punto sfidiamo i nostri sensi e linguaggi per vedere oltre l\u2019ovvio?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Zineb Sedira \u2014 Disclaimers, 2023<br \/>\n6 light boxes, ed. 1\/1 + AP; 199 \u00d7 240 \u00d7 20 cm ciascuno; dimensioni variabili, Courtesy dell\u2019artista e Mennour, Paris<br \/>\nParte del progetto Dreams Have No Titles (Biennale di Venezia, 2022), la serie interroga identit\u00e0 e politiche della rappresentazione. Ogni light box espone una frase dal cinema militante degli anni \u201960\u2013\u201970 su rivoluzione e liberazione. I colori sgargianti amplificano il contrasto tra estetica e messaggio, riaffermando il cinema come strumento di resistenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nora Turato \u2014 Speaking my TRUTH!!!, 2024\/2025<br \/>\nVernice a emulsione su parete; dimensioni variabili, \u00a9 Nora Turato Courtesy dell\u2019artista e LambdaLambdaLambda, Galerie Gregor Staiger, Spr\u00fcth Magers<br \/>\nLa frase \u201cSpeaking my TRUTH!!!\u201d campeggia all\u2019entrata della Fondazione, decontestualizzata dall\u2019uso virale dei social media evidenzia la retorica di un pensiero autosufficiente. La superficialit\u00e0 del linguaggio e la banalizzazione di temi sociali e civili costituiscono una ferita per la sfera pubblica e l\u2019opera ci invita a riflettere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">FONDAZIONE MERZ<br \/>\nLa Fondazione, intitolata a Mario e Marisa Merz, nasce come centro d\u2019arte contemporanea nel 2005 a Torino, con l\u2019intento di ospitare mostre, eventi, attivit\u00e0 educative e portare avanti la ricerca e l\u2019approfondimento dell\u2019arte.<br \/>\nNata e sviluppatasi in aperto contrasto al concetto di arte come monumento, ossia immagine della memoria, potente ma statica, la Fondazione interpreta oggi il proprio ruolo di centrale energetica dell\u2019arte. Il luogo delle opere, passato da essere \u201ccasa dell\u2019artista\u201d a \u201ccasa per gli artisti\u201d, ha inevitabilmente maturato il proprio ruolo, nato da un impulso di sopravvivenza, e si \u00e8 resa attrice consapevole e presente di nuove opportunit\u00e0.<br \/>\nPresieduta da Beatrice Merz, si avvale della collaborazione di un comitato scientifico composto da Frances Morris (Director Emeritus, Tate Modern, London), Vicente Todol\u00ed (Direttore artistico HangarBicocca, Milano) e Mariano Boggia (Manager della collezione Merz) e della consulenza di curatori ospiti per la programmazione espositiva.<br \/>\nLa Fondazione alterna mostre dedicate a Mario e Marisa Merz come momenti di riflessione e studio a dei grandi progetti site-specific di artisti nazionali e internazionali invitati a confrontarsi con lo spazio di via Limone a Torino e con il suo contenuto, senza tralasciare la ricerca sulle nuove generazioni per cui sono regolarmente organizzati non solo eventi espositivi ma anche musicali e performativi.<br \/>\nIl Dipartimento Educazione offre un insieme di attivit\u00e0 e servizi finalizzati a favorire la relazione tra il territorio e il museo, diffondendo la conoscenza dei linguaggi e delle pratiche dell&#8217;arte contemporanea; organizza attivit\u00e0 rivolte a diverse tipologie di pubblico per promuovere la conoscenza dell\u2019arte contemporanea: visite guidate e laboratori per la scuola, percorsi formativi per gli insegnanti, workshop con gli artisti, oltre ad un servizio gratuito di accoglienza al pubblico in sala.<br \/>\nLa biblioteca \u00e8 specializzata in storia e critica dell\u2019arte moderna e contemporanea; \u00e8 affiancata all\u2019Archivio Merz che ha lo scopo principale di raccogliere, ordinare e conservare ogni documentazione esistente relativa a Mario e Marisa Merz.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">BIOGRAFIE ARTISTE<br \/>\nHeba Y. Amin<br \/>\nHeba Y. Amin (nata nel 1980 al Cairo, Egitto; vive e lavora a Berlino, Germania) esplora temi politici e la costruzione della memoria storica, utilizzando differenti linguaggi espressivi come film, fotografia, performance e installazione.<br \/>\nLa sua ricerca si distingue per un approccio critico, immaginativo e spesso satirico, volto a mettere in discussione le narrazioni dominanti legate alla conquista e al controllo. Amin \u00e8 professoressa di Digital and Time-Based Art presso l\u2019Accademia Statale di Belle Arti di Stoccarda, co-fondatrice del collettivo Black Athena, curatrice d\u2019arte visiva per la rivista MIZNA e attualmente fa parte dei comitati editoriali del Journal of Digital War e del Disruption Network Lab.<br \/>\nInoltre, Amin \u00e8 una delle artiste dietro l\u2019azione di graffiti sovversivi sul set della serie televisiva Homeland, che ha ricevuto attenzione mediatica a livello mondiale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Maja Bajevi\u0107<br \/>\nMaja Bajevi\u0107 (nata nel 1967 a Sarajevo, Bosnia-Erzegovina; vive e lavora a Parigi, Francia) adotta un approccio critico all\u2019arte per mettere in luce le dualit\u00e0 del comportamento umano, in particolare quelle legate al potere. Il potere della storia si contrappone a quello della scelta e dell\u2019interpretazione; la memoria collettiva all\u2019amnesia collettiva, i resoconti oggettivi alla narrazione soggettiva e all\u2019immaginazione \u2013 intesa come costruzione in divenire, fluida e instabile (la presenza di impalcature nelle sue opere non \u00e8 casuale), le cui trasformazioni e deviazioni rispondono a stimoli contraddittori. Il suo lavoro mira a formulare domande pi\u00f9 che fornire risposte: ogni domanda risolta apre un nuovo territorio, con nuove parentesi che lasciano spazio all\u2019imprevisto o all\u2019inespresso, in un continuum senza fine. Fin dalla met\u00e0 degli anni \u201990, Bajevi\u0107 affronta un\u2019ampia gamma di tematiche, tra cui globalizzazione, inclusione\/esclusione, sfruttamento, neoliberismo e i loro effetti reciproci. Parallelamente, torna spesso sul tema dell\u2019identit\u00e0 personale e della patria, e su come queste possano essere costruite o rese impossibili. Il suo lavoro spazia tra video, installazione, performance e suono, ma anche testo, artigianato, disegno, incisione, macchinari e fotografia.<br \/>\nSegnata da un\u2019esperienza migratoria personale, le sue opere precedenti mettono in risalto l\u2019interesse per la natura contingente della stabilit\u00e0 politica. Affrontando temi come l\u2019abuso di potere e religione, la migrazione e l\u2019emarginazione dello straniero, e la tensione tra locale e globale, il suo lavoro si inserisce nella tradizione di un\u2019arte che svolge una funzione sociale e informativa, volta a mettere in discussione le convinzioni dominanti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mirna Bamieh<br \/>\nMirna Bamieh (nata nel 1983 a Gerusalemme, Palestina; vive e lavora a Lisbona, Portogallo) indaga i processi di cancellazione delle identit\u00e0 e i meccanismi di resistenza e costruzione della memoria, esplorando le fragilit\u00e0 e le tensioni sociali all\u2019interno delle comunit\u00e0 palestinesi, in relazione alle complesse dinamiche del presente politico.<br \/>\nCon una formazione in arti visive, arti culinarie, psicologia e sociologia, unisce cibo e narrazione per sviluppare pratiche artistiche socialmente impegnate attraverso Palestine Hosting Society, un progetto di arte dal vivo che ha fondato nel 2018. Mettendo in scena cene performative e interventi che attingono alle pratiche alimentari e alla trasmissione orale delle ricette, il progetto mira a rivitalizzare le culture gastronomiche palestinesi tradizionali, oggi a rischio di scomparsa.<br \/>\nA partire dal 2019, spinta dal desiderio di riflettere sulla storia personale in relazione a quella collettiva, l\u2019artista ha iniziato a esplorare anche il processo di fermentazione, attraverso testi, suoni, ceramiche, disegni e opere video, confluiti in installazioni interattive site-specific. Il suo attuale ciclo di opere sull\u2019argomento \u00e8 la serie Sour Things.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fiona Banner<br \/>\nFiona Banner, nota anche come The Vanity Press (nata nel 1966 a Merseyside, Regno Unito), esplora questioni legate al genere, al linguaggio, all\u2019interpretazione e all\u2019editoria attraverso una variet\u00e0 di media, tra cui disegno, scultura, performance e immagine in movimento. Al centro del suo approccio concettuale vi \u00e8 la tensione tra linguaggio e i suoi limiti.<br \/>\nParticolarmente interessata a come il conflitto venga mitizzato dalla cultura popolare, inizia creando dei \u201cwordscapes\u201d o \u201cfilm immobili\u201d: narrazioni testuali dettagliate, scritte in prima persona, che spaziavano dai dai war movie ai film porno, da scene intime a eventi storici. Queste opere prendevano la forma di blocchi compatti di testo, spesso delle stesse dimensioni e proporzioni di uno schermo cinematografico. Successivamente, ha rivolto la sua attenzione al tema del nudo nella storia dell\u2019arte, osservando modelli dal vivo e descrivendone pose e forme esclusivamente attraverso le parole. Un altro elemento ricorrente nella sua pratica \u00e8 la rielaborazione di aerei militari, spesso trasformati in oggetti brutali, sensuali o comici: utilizzati come materiali d\u2019installazione o animati da una presenza quasi vivente.<br \/>\nNel film Pranayama Organ (2021), due aerei militari gonfiabili appaiono lentamente su una spiaggia desolata. Il film evolve in una performance rituale, messa in scena da due figure travestite da caccia militari \u2013 una delle quali \u00e8 l\u2019artista stessa \u2013 dove umano e automa si affrontano in un corteggiamento comico e inquietante tra danza e combattimento.<br \/>\nNel 1997 Banner ha fondato la sua casa editrice indipendente, The Vanity Press, con la pubblicazione del monumentale The Nam. Da allora ha pubblicato numerose opere sotto forma di libri, oggetti scultorei e performance. Nel 2009 si \u00e8 autoattribuita un numero ISBN, registrandosi come pubblicazione sotto il proprio nome.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Rossella Biscotti<br \/>\nRossella Biscotti (nata nel 1978 a Molfetta, Italia; vive e lavora tra Bruxelles, Belgio e Rotterdam, Paesi Bassi) utilizza, nella sua partica artistica, il montaggio come gesto per rivelare narrazioni individuali e la loro relazione con la societ\u00e0, mettendo in luce i dispositivi che costruiscono queste narrazioni. Attraverso un approccio transmediale che attraversa cinema, performance e scultura, Biscotti esplora e ricostruisce momenti sociali e politici recenti a partire dalle esperienze soggettive degli individui, spesso in contrasto con sistemi istituzionali violenti e repressivi.<br \/>\nIntegrando vissuto personale e narrazioni orali, l\u2019artista costruisce un racconto \u201cnon ufficiale\u201d della storia, che si colloca ai margini del discorso dominante. Spesso partendo da un luogo fisico d\u2019indagine, intreccia con sensibilit\u00e0 racconti divergenti e anche contraddittori, dando vita a nuove narrazioni visive. Analizzando i materiali recuperati da una prospettiva contemporanea, Biscotti stabilisce connessioni con il presente, attivando l\u2019immaginazione, la memoria e l\u2019esperienza dello spettatore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Monica Bonvicini<br \/>\nMonica Bonvicini (nata nel 1965 a Venezia, Italia; vive e lavora a Berlino, Germania) si \u00e8 affermata come artista visiva e ha iniziato a esporre a livello internazionale a met\u00e0 degli anni Novanta. La sua pratica eclettica ma rigorosa \u2013 che indaga il rapporto tra architettura, potere, genere e sessualit\u00e0, spazio, sorveglianza e controllo \u2013 si traduce in opere che mettono in discussione il significato del fare arte, l\u2019ambiguit\u00e0 del linguaggio, i limiti e le possibilit\u00e0 legati all\u2019ideale di libert\u00e0. L\u2019arte di Bonvicini \u00e8 sarcastica, diretta e colma di riferimenti storici e socio-politici; non si astiene mai dallo stabilire un rapporto critico con i luoghi in cui \u00e8 esposta, i materiali che la compongono e i ruoli di spettatore e creatore. Questo approccio, che \u00e8 stato al centro della sua produzione sin dalla prima mostra personale presso il California Institute of the Arts nel 1991, si \u00e8 evoluto formalmente nel corso degli anni senza tuttavia tradire la forza analitica che lo caratterizza, o cessare di mettere alla prova le posizioni dello spettatore, prendendo a colpi le convenzioni socio-culturali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Latifa Echakhch<br \/>\nLatifa Echakhch (nata nel 1974 a El Khnansa, Marocco; vive e lavora in Svizzera) introduce spesso elementi legati a &#8220;ricordi culturali&#8221;, evocando relazioni complesse in cui il valore simbolico viene sottratto, e la sua assenza suggerisce nuovi significati e presenze. L\u2019artista rielabora e riattiva oggetti trovati, straniando l\u2019ordinario e mettendo in discussione il significato che vi proiettiamo. Solo quando gli oggetti apparentemente noti vengono svuotati del loro significato originario diventano leggibili in molteplici modi. Attraverso riferimenti e appropriazioni di archetipi e ideologie del modernismo e oltre, Echakhch riflette sulla percezione spesso pregiudiziale delle identit\u00e0 nazionali e religiose. Le sue opere, al tempo stesso poetiche e concettuali, interrogano la semantica dei paradigmi culturali offrendo, al loro posto, ci\u00f2 che l\u2019artista definisce una \u201ctrasfigurazione poetica\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">yasmine eid-sabbagh<br \/>\nyasmine eid-sabbagh (libanese, nata nel 1980 a Parigi, Francia; vive e lavora a Dakar, Senegal) nella sua pratica artistica, esplora le potenzialit\u00e0 dell\u2019azione umana attraverso processi collettivi e sperimentali. Questi includono iniziative di (contro)archiviazione, come il progetto di negoziazione per un potenziale archivio digitale (ri)assemblato in collaborazione con gli abitanti di Burj al-Shamali, un campo profughi palestinese nei pressi di Tiro, in Libano, dove ha vissuto stabilmente dal 2006 al 2011. Importanti anche i progetti pedagogici radicali come Ses Milanes-cr\u00e9ixer a la natura, un\u2019iniziativa autogestita rivolta a famiglie con bambini tra i 2 e 6 anni fondata nel 2020 a Bunyola, in Spagna, che utilizza la natura (bosco e orti comunitari) come unica infrastruttura promuovendo un\u2019educazione comunitaria e consapevole. La fotografia \u00e8 spesso il mezzo attraverso cui l\u2019artista indaga le nozioni di collettivit\u00e0, potere e resistenza: ne sono esempio il suo impegno come membro della Arab Image Foundation (arabimagefoundation.org), istituzione archivistica guidata da professionisti del settore, e la sua ricerca di dottorato in Teoria dell\u2019Arte e Studi Culturali presso l\u2019Accademia di Belle Arti di Vienna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">C\u00e9cile B. Evans<br \/>\nC\u00e9cile B. Evans (americano-belga, nasce nel 1983 a Cleveland, USA; vive e lavora a La Plaine Saint Denis, Francia). Esplora, nelle opere, il valore dell\u2019emozione e della ribellione alle sovrastrutture ideologiche, fisiche e tecnologiche. Lavora con video, installazioni digitali, sculture interattive e performance utilizzando animazione, live action e software audiovisivi per creare narrazioni altre che mettano in discussione le strutture emozionali della contemporaneit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dominique Gonzalez-Foerster<br \/>\nDominique Gonzalez-Foerster (nata nel 1965 a Strasburgo, Francia; vive e lavora a Parigi, Francia e Rio de Janeiro, Brasile) \u00e8 riconosciuta a livello internazionale per una ricerca che esplora le relazioni cognitive e sensoriali tra spazi e corpi, movimento, comportamento e identit\u00e0, nonch\u00e9 sulla costruzione di ambienti che fanno diretto riferimento alla letteratura, alla musica e all\u2019architettura. Nel suo lavoro, che abbraccia fotografia, film, performance e installazioni spaziali, i codici della rappresentazione dello spazio sono spesso proiettati come scenografie teatrali, mettendo in discussione la presunta neutralit\u00e0 degli spazi espositivi. Le sue composizioni immersive invitano lo spettatore a un ruolo attivo, stimolando soggettivit\u00e0 influenzate dal passato, dal futuro e dalla finzione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mona Hatoum<br \/>\nMona Hatoum (palestinese, nata nel 1952 a Beirut, Libano; vive e lavora a Londra, Regno Unito) il suo lavoro poetico e politico si sviluppa attraverso una vasta gamma di media e affronta temi legati allo sradicamento, alla marginalizzazione e ai sistemi di controllo sociale e politico. Hatoum divenne nota alla met\u00e0 degli anni Ottanta per una serie di performances e video che si concentravano, con grande intensit\u00e0, sul corpo. Agli inizi degli anni Novanta il suo lavoro si \u00e8 orientato verso le installazioni di larga scala, che mirano a impegnare lo spettatore in contrastanti emozioni di desiderio e repulsione, fascino e timore. L\u2019artista ha sviluppato un linguaggio nel quale oggetti domestici di uso comune come sedie, letti, culle e utensili da cucina sono trasformati in oggetti sconosciuti, minacciosi e a volte pericolosi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Emily Jacir<br \/>\nEmily Jacir (nata nel 1970 a Betlemme, Palestina; vive e lavora a Betlemme, Palestina, e Roma, Italia) \u00e8 un\u2019artista e regista, la cui ricerca artistica affronta questioni legate alla traduzione, ai processi di trasformazione e di resistenza, alle narrazioni censurate e rimosse dai discorsi egemonici. Il suo lavoro si sviluppa attraverso l\u2019utilizzo di media espressivi che includono la fotografia, il cinema, la scultura, l\u2019installazione, i gesti performativi e la ricerca storica e d\u2019archivio. Esplora il movimento personale e collettivo attraverso il tempo e lo spazio, analizzandone le implicazioni sull\u2019esperienza fisica e sociale nello spazio-tempo transmediterraneo. Attribuendo valore a rituali come danze, processioni e giochi, l\u2019artista traccia i modi in cui lo spazio, la collettivit\u00e0 e la memoria vengono rivendicati. Attiva nell\u2019ambito dell\u2019educazione in Palestina dal 2000, Jacir si \u00e8 fortemente impegnata nella creazione di spazi alternativi per la produzione di conoscenza, a livello locale e internazionale. \u00c8 fondatrice di Dar Yusuf Nasri Jacir for Art and Research, centro d\u2019arte e ricerca con sede a Betlemme.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Jasleen Kaur<br \/>\nJasleen Kaur (nata nel 1986 a Pollokshields, Glasgow, Regno Unito; vive e lavora a Londra, Regno Unito), nel suo lavoro indaga il rapporto tra identit\u00e0, comunit\u00e0 e memoria attraverso materiali di uso quotidiano<br \/>\ncome fotografie e oggetti di consumo concentrandosi sulle storie e sulle persone non visibili nei racconti<br \/>\nufficiali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Katerina Kovaleva<br \/>\nKaterina Kovaleva (nata nel 1966 a Mosca, Russia) \u00e8 un\u2019artista multidisciplinare, la cui pratica si sviluppa tra grafica, collage, scultura e installazione. Al centro del suo lavoro c\u2019\u00e8 un\u2019indagine profonda sul rapporto tra memoria e identit\u00e0, tra storia collettiva e vissuto personale. Attraverso l\u2019uso di materiali d\u2019archivio, documenti, fotografie e oggetti trovati, Kovaleva costruisce narrazioni visive che riflettono sulle tracce del passato, sui processi di oblio e sulla trasformazione culturale e sociale. Il suo approccio stratificato e poetico mescola elementi documentari e immaginari, dando vita a opere in cui la materia diventa veicolo di memoria e riflessione. Spesso, nei suoi progetti, emerge l\u2019interesse per il paesaggio \u2013 fisico o simbolico \u2013 e per luoghi segnati da transizioni o marginalit\u00e0, che diventano metafore di fragilit\u00e0, attesa o dissoluzione. Kovaleva d\u00e0 forma a una pratica che coniuga ricerca storica, intuizione artistica e sensibilit\u00e0 politica, costruendo spazi visivi in cui il tempo si stratifica e l\u2019esperienza individuale si intreccia con i grandi movimenti della storia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Teresa Margolles<br \/>\nTeresa Margolles (nata nel 1963 a Culiac\u00e1n, Sinaloa, Messico; vive e lavora tra Madrid, Spagna e Citt\u00e0 del Messico, Messico). La sua pratica artistica indaga le cause sociali e le conseguenze della violenza. Per Margolles, l\u2019obitorio rappresenta uno specchio fedele della societ\u00e0, in particolare di quella messicana, segnata da morti legate al narcotraffico, alla povert\u00e0, alla crisi politica e all\u2019inefficace risposta delle istituzioni. Attraverso un linguaggio visivo essenziale e potente, d\u00e0 voce ai soggetti \u201csilenziati\u201d \u2014 le vittime considerate come \u201cdanni collaterali\u201d del conflitto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Helina Metaferia<br \/>\nHelina Metaferia (etiope-americana, nata nel 1983 a Washington, USA; vive e lavora a New York, USA) \u00e8 un\u2019artista interdisciplinare la cui pratica spazia tra collage, assemblaggio, video, performance e pratiche partecipative. Il suo lavoro si alimenta di materiali di archivio come scritti, testimonianze orali e storie che si trasformano in arte. Con ritagli, collage e assemblaggi crea una poetica visiva che porta in superficie storie marginalizzate e della diaspora promuovendo partecipazione comunitaria e processi di cura e trasformazione politica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Janis Rafa<br \/>\nJanis Rafa (nata nel 1984 ad Atene, Grecia; vive tra Amsterdam, Paesi Bassi e Atene, Grecia). La ricerca artistica di Rafa si sviluppa, attraverso diversi linguaggi, dai lungometraggi a narrazioni visive pi\u00f9 brevi, da ambienti immersivi con gesti scultorei a disegni e testi \u2014 per creare ambienti ed esperienze coinvolgenti. Il suo lavoro, spesso incentrato sulla relazione tra esseri umani e animali, esplora schemi apparentemente contraddittori come amore, desiderio e seduzione, ma anche dolore e penetrazione, giochi di potere e intrusione, trauma e controllo. L\u2019animale agisce spesso come simbolo, emblema o parabola, con l\u2019obiettivo di raccontare gli aspetti sfaccettati delle dinamiche storiche e psicosociali, erotiche e interpersonali, sollevando una domanda fondamentale: fino a che punto possiamo sfidare i nostri sensi e linguaggi per vedere attraverso e oltre l\u2019ovvio? Questi temi complessi sono al centro della pratica artistica di Janis Rafa, che si sviluppa attraverso diversi linguaggi: dai lungometraggi a narrazioni visive pi\u00f9 brevi, da ambienti immersivi con gesti scultorei a disegni e testi. Le sue opere creano esperienze sensoriali profonde, in cui il rapporto tra esseri umani e animali diventa punto di partenza per esplorare tensioni e contraddizioni: amore, desiderio e seduzione, ma anche dolore, penetrazione, giochi di potere, intrusione, trauma e controllo. L\u2019animale diventa spesso simbolo, emblema o parabola, attraverso cui affrontare le molteplici sfaccettature della storia e della psiche, dell\u2019erotismo e delle relazioni interpersonali. Il lavoro di Rafa solleva infine una domanda essenziale: fino a che punto siamo disposti a mettere in discussione i nostri sensi e i nostri linguaggi, per riuscire a vedere attraverso \u2014 e oltre \u2014 l\u2019apparenza delle cose?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Zineb Sedira<br \/>\nZineb Sedira (nata nel 1963 a Gennevilliers, Francia; vive a Londra, Regno Unito e lavora tra Parigi, Algeri e Londra). Il lavoro di Sedira esplora i temi dell\u2019identit\u00e0 post-coloniale, della memoria dei migranti e del paesaggio come testimone della storia. Utilizza video fotografia, installazioni e documentazione con una forte componente autobiografica. In opere come Dreams Have No Titles, presentata al Padiglione Francia alla Biennale di Venezia nel 2022, mescola la propria biografia con il cinema militante algerino e francese degli anni 60 e 70 trasformando l\u2019archivio in un racconto politico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nora Turato<br \/>\nNora Turato (nata nel 1991 a Zagabria, Croazia; vive e lavora ad Amsterdam, Paesi Bassi). La ricerca artistica di Turato si sviluppa attraverso installazioni testuali, stampe, libri e performance, con il linguaggio come fulcro concettuale e formale. Attingendo sia a testi raccolti che a scritti originali, Turato canalizza il flusso costante del discorso pubblico in narrazioni personali che rielabora, decostruisce e ricompone in una pratica articolata e stratificata.<br \/>\nL&#8217;artista lavora per cicli periodici che definisce &#8220;pools&#8221; (bacini), in cui riflette su tendenze culturali e sociali contemporanee, soffermandosi in particolare sul linguaggio e sullo spirito del tempo che ne segnano i cambiamenti. Ogni ciclo \u00e8 accompagnato da una pubblicazione artistica \u2013 anch\u2019essa intitolata pools \u2013 che Turato descrive come una sorta di \u201crapporto annuale\u201d dei testi e delle espressioni raccolti nell\u2019arco dell\u2019anno.<\/p>\n<p><strong>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 FOTO COPERTINA: &#8220;Occhio, aprite gli occhi&#8221;<\/strong> 2008 &#8211; particolare di serie di piatti &#8211; Grazia Seregni Copyright\u00a9 All rights reserved \u2013 il lavoro d&#8217;arte in copertina non fa parte della mostra.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>PUSH THE LIMITS 2 la cultura si sveste e fa apparire la guerra a cura di Claudia Gioia e Beatrice Merz Le artiste: Heba Y.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":19071,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[1916,15],"tags":[32529],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/153713"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=153713"}],"version-history":[{"count":7,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/153713\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":153720,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/153713\/revisions\/153720"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/19071"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=153713"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=153713"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=153713"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}