{"id":156326,"date":"2025-12-19T08:32:40","date_gmt":"2025-12-19T07:32:40","guid":{"rendered":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/?p=156326"},"modified":"2025-12-19T08:32:40","modified_gmt":"2025-12-19T07:32:40","slug":"mostre-2026-a-venezia-programma-punta-dogana-e-palazzo-grassi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/?p=156326","title":{"rendered":"Mostre 2026 a Venezia &#8211; programma Punta Dogana e Palazzo Grassi"},"content":{"rendered":"<p>Le nuove mostre negli spazi della Pinault Collection a Venezia<\/p>\n<figure id=\"attachment_156346\" aria-describedby=\"caption-attachment-156346\" style=\"width: 300px\" class=\"wp-caption alignnone\"><a href=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/1A-PRADA-JUH.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-156346\" src=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/1A-PRADA-JUH-300x188.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"188\" srcset=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/1A-PRADA-JUH-300x188.jpg 300w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/1A-PRADA-JUH-480x300.jpg 480w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/1A-PRADA-JUH.jpg 672w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-156346\" class=\"wp-caption-text\">Paulo Nazareth, Cuando Tengo Comida en Mis et Manos, 2012 (still), Pinault Collection, Video performance, 7 min., 12 sec, \u00a9 Paulo Nazareth<\/figcaption><\/figure>\n<p>Michael Armitage. The Promise of Change<\/p>\n<p>Dal 29 marzo 2026 al 10 gennaio 2027<\/p>\n<p>Palazzo Grassi<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A cura di Jean-Marie Gallais, curatore, Pinault Collection, in collaborazione con Hans-Ulrich Obrist, art director, Serpentine Galleries, per il catalogo, e Caroline Bourgeois, advisor, Pinault Collection, e Michelle Mlati, storica dell\u2019arte<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Amar Kanwar. Co-travellers<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dal 29 marzo 2026 al 10 gennaio 2027<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Palazzo Grassi<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A cura di Jean-Marie Gallais, curatore, Pinault Collection<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lorna Simpson. Third Person<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dal 29 marzo 2026 al 22 novembre 2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Punta della Dogana<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A cura di Emma Lavigne, direttrice generale e curatrice generale, Pinault Collection<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mostra organizzata in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Paulo Nazareth. Algebra<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dal 29 marzo 2026 al 22 novembre 2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Punta della Dogana<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A cura di Fernanda Brenner, curatrice indipendente<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Michael Armitage, Untitled, 2024, Pinault Collection, Oil on Lubugo bark cloth, 79 x 59 1\/2 inches \/ 200.7 x 151.1 cm, Photo : Kerry McFate, Courtesy the artist and David Zwirner<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Michael Armitage. The Promise of Change<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dal 29 marzo 2026 al 10 gennaio 2027<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Palazzo Grassi<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A cura di Jean-Marie Gallais, curatore, Pinault Collection, in collaborazione con Hans-Ulrich Obrist, art director, Serpentine Galleries, per il catalogo, e Caroline Bourgeois, advisor, Pinault Collection, e Michelle Mlati, storica dell\u2019arte<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A Palazzo Grassi Pinault Collection dedica un\u2019importante mostra a Michael Armitage, una delle voci pi\u00f9 singolari e riconosciute della pittura contemporanea. Oscillando tra figurazione e astrazione, racconto documentario e visioni oniriche, le opere di Armitage intrecciano ricordi personali, riferimenti culturali e immaginari simbolici, dando vita a dipinti lirici che interrogano le nozioni di identit\u00e0, memoria, spiritualit\u00e0 e le tensioni sociopolitiche del mondo attuale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019artista keniota-britannico Michael Armitage (nato nel 1984, Kenya) presenta a Palazzo Grassi un nucleo di oltre centocinquanta opere tra lavori storici e nuove produzioni che rivelano il suo linguaggio pittorico, ricco e sensibile, e mettono in scena figure e composizioni complesse con una notevole intensit\u00e0 cromatica, unendo diversi canoni estetici. La scelta dei soggetti e le allusioni interpretative condividono in lui la stessa forza espressiva. Il pittore non esita ad affrontare temi violenti e difficili, ritenendo che l\u2019arte non possa ignorare la realt\u00e0 ma debba al contrario impadronirsene: le conseguenze delle guerre, la corruzione e l\u2019instabilit\u00e0 nelle regioni equatoriali, la crisi migratoria, il peso dello sguardo altrui o ancora gli abusi di potere costituiscono lo sfondo di alcune sue opere particolarmente toccanti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dividendo la propria vita tra Kenya e Indonesia, Armitage trae ispirazione da una molteplicit\u00e0 di fonti: fatti storici e attualit\u00e0 contemporanea, manifestazioni politiche, letteratura, cinema, rituali locali, architetture coloniali e moderne, fauna e flora, oltre alla storia globale dell\u2019arte. Al centro della sua iconografia si trova l\u2019Africa orientale, e il Kenya in particolare, che esplora con una sensibilit\u00e0 al tempo stesso critica e satirica, cos\u00ec come con una profondit\u00e0 visionaria. Se alcune scene sono precisamente collocate nello spazio e nel tempo \u2014 ad esempio quando l\u2019artista ha seguito una squadra di giornalisti che documentava i movimenti d\u2019opposizione e la loro violenta repressione durante le elezioni del 2017 in Kenya, o quando rappresenta fatti legati al confinamento del 2020\u20132021 \u2014 altre restano pi\u00f9 elusive e universali. Questa ambiguit\u00e0 conduce Armitage verso territori fluttuanti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La mostra a Palazzo Grassi esplora progressivamente questi paesaggi abitati, propizi all\u2019apparizione di visioni. Le scene di Armitage si addensano o addirittura si offuscano, lasciando spazio alla nostra personale interpretazione. Di fronte a un dipinto di Michael Armitage l\u2019occhio esita, viene messo in scacco. Coesistono pi\u00f9 racconti, pi\u00f9 linee d\u2019orizzonte; gli spazi reali e quelli immaginari s\u2019intrecciano, le versioni e i punti di vista si sovrappongono. Trattate tra violenza e dolcezza, le composizioni dell\u2019artista, sfolgoranti nonostante l\u2019asprezza dei temi, gli permettono di dare libero corso alle sue visioni, paesaggi abitati, se non addirittura allucinati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra questi motivi, si incontrano personaggi reali e immaginari, provenienti tanto dalla letteratura africana contemporanea quanto dalla mitologia greca, che incarnano un certo stato interiore pur testimoniando una condizione esterna. Altre volte, sono individui anonimi a essere rappresentati, come nella serie dedicata alla migrazione, che tenta di raccontare, in grandi composizioni pittoriche, il viaggio pericoloso dei migranti attraverso l\u2019Africa, la traversata marittima spesso mortale verso l\u2019Europa e la disillusione di coloro che riescono a raggiungerla. Ispirandosi talvolta direttamente a scene dei film del regista senegalese Semb\u00e8ne Ousmane (1923\u20132007), ai personaggi dei romanzi dello scrittore keniota Ngugi wa Thiong\u2019o (1938\u20132025), o ancora a composizioni pittoriche di Francisco de Goya (1746\u20131828), Diego Vel\u00e1zquez (1599\u20131660), o di artisti modernisti africani come Jak Katarikawe (1940-2018) e Peter Mulindwa (1943-2022), tra gli altri, Armitage condensa con grande maestria tali influenze in una forma di sintesi, creando un nuovo vocabolario contemporaneo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le opere dell\u2019artista sono dipinte a olio su un tessuto ricavato dalla corteccia di alberi secondo le tradizioni ugandese e indonesiane, liberandosi cos\u00ec dalla tela convenzionale occidentale. Le irregolarit\u00e0 naturali di questo materiale \u2014 fori, pieghe e una texture ruvida \u2014 influenzano direttamente le composizioni visive, spesso molto elaborate, dell\u2019artista. Eseguite con una tavolozza lussureggiante e sensuale, le pitture di Armitage sono il risultato di un processo di sovrapposizione e stratificazione: la pittura viene applicata, raschiata, poi nuovamente applicata, dando vita a un\u2019immaginazione evocativa e singolare. La pratica del disegno, cui \u00e8 dedicata una vasta sala all\u2019interno della mostra, rivela inoltre l\u2019attenzione che l\u2019artista riserva ai dettagli, alla composizione e agli studi preparatori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Amar Kanwar, The Peacock\u2019s Graveyard, 2023 (still). Pinault Collection. Digital video installation, 7 screens, dimensions variable, 28 mins, 16 sec (sync, loop), edition of 6. \u00a9Amar Kanwar, Courtesy Marian Goodman Gallery<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Amar Kanwar. Co-travellers<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dal 29 marzo 2026 al 10 gennaio 2027<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Palazzo Grassi<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A cura di Jean-Marie Gallais, curatore, Pinault Collection<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pinault Collection presenta una mostra di Amar Kanwar che riunisce due importanti installazioni multimediali al secondo piano di Palazzo Grassi. Caratterizzato da un approccio poetico e filosofico alle questioni individuali, sociali e politiche, Amar Kanwar crea uno spazio di intersezione tra arte, documentazione e attivismo. Le sue installazioni invitano a vivere un\u2019esperienza meditativa con la natura umana, che unisce intensit\u00e0 visiva, impegno e profondit\u00e0 narrativa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Amar Kanwar (nato nel 1964, India) si \u00e8 distinto a partire dagli anni Novanta per i suoi film e le opere multimediali che esplorano la politica del potere, della violenza e della resistenza. Lo sguardo di Kanwar \u00e8 quello di un osservatore alla ricerca di immagini e rappresentazioni che documentino la storia contemporanea del Asia meridionale. Facendo emergere narrazioni parallele, il regista si affida a documenti d\u2019archivio e testimonianze reali, cos\u00ec come a immagini poetiche, per creare una narrazione stratificata. Andando oltre il giudizio sociale o politico, Kanwar trascende le narrazioni personali e collettive.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La sua installazione The Torn First Pages (2004-2008), presentata nelle sale del secondo piano di Palazzo Grassi, documenta la complessit\u00e0 della lotta per la democrazia in Birmania. L\u2019opera rappresenta la pratica di Kanwar di raccogliere, sintetizzare e reimpiegare documenti d\u2019archivio. Il titolo dell\u2019installazione rende omaggio a un gesto di protesta del libraio Ko Than Htay, che strappava la prima pagina di ogni libro che vendeva \u2014 la pagina che, per obbligo di legge, conteneva le dichiarazioni degli obiettivi politici della dittatura militare. Attraverso materiali stampati e video proiettati su fogli di carta, l\u2019artista attira l\u2019attenzione sulle atrocit\u00e0 del regime, cos\u00ec come sulla forza della protesta politica in Birmania e nel mondo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Immersa nell\u2019oscurit\u00e0 viene presentata l\u2019opera pi\u00f9 recente dell\u2019artista The Peacock\u2019s Graveyard (2023). Una riflessione contemporanea sulla morte, l&#8217;impermanenza e il ciclo della vita, quest&#8217;opera \u00e8 l&#8217;ultima realizzata dall&#8217;artista e fa parte della Collezione Pinault. Sette schermi invisibili, contenendo immagini o testi, tessono una coreografia fluttuante che evoca la magia del proto-cinema. Un raga (musica classica indiana melodica basata sull\u2019improvvisazione) potente e vibrante eseguito dal pianista Utsav Lal impone un ritmo lento che evolve in una trance. Sfruttando appieno il potenziale di questa narrazione multifocale, Amar Kanwar non filma figure n\u00e9 usa voci, ma il testo \u00e8 accompagnato da immagini metaforiche e astratte. In questi cinque racconti scritti dall\u2019artista (per un\u2019esperienza totale di 28 minuti), si incontrano un sacerdote furioso, un boia a cui un albero impartisce una lezione, un proprietario terriero che tradisce una promessa, un presidente reincarnato e due amici salvati dalle loro liti. Kanwar descrive queste favole semplici e metafisiche come strumenti che ci aiutano a regolare il rapporto con il mondo, la sua violenza e le sue relazioni di potere \u2014 piccole storie per adulti da portare via con s\u00e9.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Concepita da Jean-Marie Gallais, curatore della Pinault Collection, la mostra crea questo dialogo tra due opere create a vent\u2019anni di distanza e invita i visitatori a immergersi nell\u2019insieme di dispositivi visivi e narrativi del regista e stimola una meditazione poetica e politica sulla natura umana, sulla giustizia e l\u2019ingiustizia, \u201csulle conseguenze dell\u2019arroganza della nostra specie\u201d, come cita l\u2019artista. Pur assumendo una narrazione senza tempo e di finzione, The Peacock\u2019s Graveyard affronta questioni contemporanee: temi legati alla terra, all\u2019acqua e ai diritti umani, alla storia, alla memoria, al karma e alla moralit\u00e0. The Torn First Pages osserva la resistenza individuale e collettiva delle persone comuni alla violenza. Formalmente, le opere condividono somiglianze, come se la prima fosse una premonizione della seconda, che \u201cdistilla\u201d la stessa idea: le immagini diventano all\u2019improvviso cristalline e le storie universali. La mostra offre cos\u00ec una riflessione profonda sul nostro tempo presente, \u201cun momento della storia in cui ogni verit\u00e0 sembra avere un\u2019opposta verit\u00e0 brutale\u201d, spiega Kanwar.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lorna Simpson, Three Figures, 2014, Photo Cred James Wang<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lorna Simpson. Third Person<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dal 29 marzo 2026 al 22 novembre 2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Punta della Dogana<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A cura di Emma Lavigne, direttrice generale e curatrice generale, Pinault Collection<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mostra realizzata in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La mostra personale di Lorna Simpson offre, per la prima volta in Europa, un\u2019ampia rassegna dedicata a oltre un decennio della sua pratica pittorica. Realizzata in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York, dove nella primavera del 2025 \u00e8 stata presentata una versione dal titolo \u201cSource Notes\u201d a cura di Loren Rosati, la mostra a Venezia rinnova il percorso espositivo riunendo circa cinquanta opere \u2013 dipinti, collage, sculture, installazioni e un film \u2013 provenienti da collezioni private, istituzioni internazionali e dallo studio dell\u2019artista e opere inedite create specificatamente per la mostra a Punta della Dogana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019esposizione \u00e8 concepita da Emma Lavigne, direttrice generale della Pinault Collection e curatrice generale, in stretto dialogo con l\u2019artista. Il percorso veneziano propone una selezione pensata specificamente per gli spazi di Punta della Dogana, attraverso la quale l\u2019artista costruisce la trama dei fili narrativi che danno forma agli universi di finzione e ai racconti suggeriti dalla sua opera.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Rivelatasi gi\u00e0 a met\u00e0 degli anni Ottanta per il suo approccio innovativo alla fotografia concettuale, Lorna Simpson (nata nel 1960, Stati Uniti) non ha mai smesso di esplorare in modo critico i meccanismi di costruzione delle immagini. Dalla met\u00e0 degli anni 2010, la pittura si \u00e8 imposta come un campo di esplorazione particolarmente fecondo del suo lavoro, attraverso il quale prolunga e approfondisce le grandi questioni che attraversano la sua opera: l\u2019erosione e la ricomparsa della memoria, le falle della rappresentazione, l\u2019instabilit\u00e0 dei racconti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019esposizione riunisce nuclei significativi di opere appartenenti alle serie pi\u00f9 emblematiche di questo periodo, tra cui Ice, Special Characters ed Earth and Sky. Essa abbraccia oltre vent\u2019anni di attivit\u00e0, includendo alcune delle tele realizzate per la partecipazione dell\u2019artista alla Biennale di Venezia del 2015, sotto la curatela di Okwui Enwezor, fino alla presentazione di diverse opere inedite create appositamente per la mostra. Resistenti a ogni lettura univoca, le sue opere ci conducono in zone incerte poste ai margini del visibile. L\u2019esposizione si articola attorno a tre nuclei che scandiscono il percorso. Si apre con un primo gruppo di composizioni attraversate da figure enigmatiche, echi storici e tensioni politiche che evocano i sollevamenti e la loro repressione. Queste opere diventano il teatro di ambienti inospitali e instabili, attraversati da forze diffuse. Prosegue con una serie di panorami artici, ricreati sulla base di archivi di spedizioni, che si sviluppano in gamme di blu notturni e grigi ghiacciati, conferendo a questi paesaggi cupi una dimensione sospesa e irreale. Sulla soglia della laguna veneziana, queste opere sembrano fluttuare tra due stati, porosi agli elementi e abitati da presenze spettrali pronte a dissolversi. Infine, una galleria di ritratti e di enigmatiche e maestose figure femminili, presentate in particolare nel Cube di Tadao Ando, confronta lo sguardo con la complessit\u00e0 delle identit\u00e0 e l\u2019ambiguit\u00e0 della loro rappresentazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da circa quindici anni, il collage occupa un posto centrale nel processo creativo di Simpson, e la mostra ne d\u00e0 testimonianza con un\u2019installazione che riunisce quaranta collage. Attingendo da un vasto archivio visivo, l\u2019artista fa di questa pratica un terreno di sperimentazione in cui giustapposizioni, slittamenti di senso e associazioni libere trasformano queste immagini in \u201csource notes\u201d destinate a ispirare, in seguito, molte delle sue composizioni. L\u2019esposizione mette in luce tutta la ricchezza di un linguaggio concettuale e plastico multiforme, che attribuisce un grande spazio all\u2019intuizione. L\u2019artista vi esplora la memoria collettiva, il peso degli stereotipi e i meccanismi di cancellazione, proponendo altrettanti prismi critici con cui rileggere oltre mezzo secolo di storia. L&#8217;evocazione degli stati della materia e dei fenomeni naturali \u2013 acqua, fuoco, ghiaccio, polvere, meteoriti, nuvole \u2013 compone un universo instabile, favorevole alle metamorfosi e alle temporalit\u00e0 sospese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Paulo Nazareth, Cuando Tengo Comida en Mis et Manos, 2012 (still), Pinault Collection, Video performance, 7 min., 12 sec, \u00a9 Paulo Nazareth<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Paulo Nazareth. Algebra<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dal 29 marzo 2026 al 22 novembre 2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Punta della Dogana<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A cura di Fernanda Brenner, curatrice indipendente<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La Pinault Collection presenta Algebra, una grande mostra personale dell\u2019artista brasiliano Paulo Nazareth al piano superiore di Punta della Dogana. Il progetto espositivo nasce a partire dell\u2019ampia presenza delle opere di Nazareth nella Pinault Collection e include un nucleo di opere inedite, riunendo oltre vent\u2019anni di pratica artistica e trasformando lo spazio espositivo dell\u2019ex dogana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La mostra a cura di Fernanda Brenner, curatrice indipendente, trae il suo titolo, Algebra, dall\u2019arabo al-jabr, il rimettere insieme le ossa rotte, evocando l\u2019essenza dell\u2019algebra come arte del risolvere gli incogniti e ricomporre ci\u00f2 che \u00e8 stato fratturato. Per Paulo Nazareth, questo diventa una metodologia per affrontare le fratture irrisolte della storia attraverso camminate epiche nelle Americhe, nei Caraibi e nel continente africano. La sua pratica del camminare svela la violenza strutturale \u2014 razziale e coloniale \u2014 che ha modellato i confini contemporanei, proponendo forme di conoscenza radicate nella relazione invece che nell\u2019estrazione, nella saggezza ancestrale invece che nella mappatura coloniale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una spessa linea di sale attraversa ogni sala, segnando una soglia tra ci\u00f2 che \u00e8 visibile e ci\u00f2 che resta sommerso. Per i visitatori pi\u00f9 attenti, questa linea rivela lentamente la geometria di una nave fantasma \u2014 un tumbeiro, il termine portoghese per le navi negriere che attraversavano l\u2019Atlantico. La sua architettura della sofferenza riaffiora in frammenti all\u2019interno delle stanze, una presenza spettrale che sottende l\u2019intera mostra. Il sale funziona sia come metafora sia come agente materiale: guarisce, corrode, si accumula.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La mostra non presenta n\u00e9 un approccio cronologico n\u00e9 tematico, ma stazioni in un continuum, una distillazione lungo il percorso espositivo di una performance arte-vita in corso. Centrale tra queste \u00e8 Not\u00edcias de Am\u00e9rica della Pinault Collection, che condensa i dieci mesi di cammino di Nazareth dal Brasile a New York. Fotografie, testi e Havaianas consumate tracciano momenti in cui identit\u00e0 e confini si scontrano, offrendo una testimonianza diretta della migrazione come esperienza vissuta e come finzione costruita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando fu invitato alla Biennale di Venezia del 2013, Nazareth cre\u00f2 un evento parallelo a Veneza, nello stato di Minas Gerais: una piccola citt\u00e0 brasiliana che condivide il nome con la capitale marittima italiana. Per questa mostra, attiva nuovamente entrambi i siti in simultanea, creando un dialogo tra emisferi: la citt\u00e0 galleggiante costruita sul commercio incontra la sua omonima senza sbocco sul mare nell\u2019interno brasiliano. Due geografie, una pratica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Occupando un edificio dove le merci venivano contate, tassate e registrate in registri meticolosi \u2014 Algebra chiede cosa quei sistemi contabili si rifiutassero di registrare. Nel divario tra misurazione e cancellazione, la mostra di Nazareth risolve per l\u2019innominato, occupandosi di ci\u00f2 che persiste oltre la documentazione, delle equazioni che i documenti ufficiali non riuscivano a contenere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le nuove mostre negli spazi della Pinault Collection a Venezia Michael Armitage. 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