{"id":168950,"date":"2026-10-29T20:18:47","date_gmt":"2026-10-29T19:18:47","guid":{"rendered":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/?p=168950"},"modified":"2026-10-29T20:19:29","modified_gmt":"2026-10-29T19:19:29","slug":"mostre-a-pordenone-inaugura-il-31-ottobre-tamaki-yoshida-ai-mercati-culturali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/?p=168950","title":{"rendered":"Mostre a Pordenone &#8211; inaugura il 31 ottobre &#8211; Tamaki Yoshida ai Mercati Culturali"},"content":{"rendered":"<p>Save the date<\/p>\n<p>Ai Mercati Culturali Pordenone, la prima mostra europea di Tamaki Yoshida<\/p>\n<p>Tamaki Yoshida<\/p>\n<p>Unfolding<\/p>\n<figure id=\"attachment_168955\" aria-describedby=\"caption-attachment-168955\" style=\"width: 300px\" class=\"wp-caption alignnone\"><a href=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/1A-mostra-Pordenone-ot-26-Tamaki_Yoshida_Negative_Ecology2.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-168955\" src=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/1A-mostra-Pordenone-ot-26-Tamaki_Yoshida_Negative_Ecology2-300x198.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"198\" srcset=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/1A-mostra-Pordenone-ot-26-Tamaki_Yoshida_Negative_Ecology2-300x198.jpg 300w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/1A-mostra-Pordenone-ot-26-Tamaki_Yoshida_Negative_Ecology2-454x300.jpg 454w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/1A-mostra-Pordenone-ot-26-Tamaki_Yoshida_Negative_Ecology2.jpg 672w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-168955\" class=\"wp-caption-text\">Tamaki_Yoshida_Negative_Ecology<\/figcaption><\/figure>\n<p>Die Gelbe Wand &#8211;\u00a0 Mercati Culturali &#8211; Pordenone<\/p>\n<p>31 ottobre &#8211; 13 dicembre 2026<\/p>\n<figure id=\"attachment_168954\" aria-describedby=\"caption-attachment-168954\" style=\"width: 300px\" class=\"wp-caption alignnone\"><a href=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/1a-mostra-a-Pordenone-ot-26-Tamaki_Yoshida_Negative_Ecology4.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-168954\" src=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/1a-mostra-a-Pordenone-ot-26-Tamaki_Yoshida_Negative_Ecology4-300x201.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"201\" srcset=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/1a-mostra-a-Pordenone-ot-26-Tamaki_Yoshida_Negative_Ecology4-300x201.jpg 300w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/1a-mostra-a-Pordenone-ot-26-Tamaki_Yoshida_Negative_Ecology4-448x300.jpg 448w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/1a-mostra-a-Pordenone-ot-26-Tamaki_Yoshida_Negative_Ecology4.jpg 672w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-168954\" class=\"wp-caption-text\">Tamaki_Yoshida_Negative_Ecology<\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\">All\u2019interno dello spazio espositivo \u201cDie Gelbe Wand\u201d nei Mercati Culturali Pordenone, la prima grande mostra europea della fotografa giapponese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Inaugurazione 31 ottobre 2026, ore 17.00<\/strong>| Mostra aperta fino al 13 dicembre 2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dal 31 ottobre al 13 dicembre 2026,<\/p>\n<ul>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>Die Gelbe Wand, il nuovo spazio espositivo dedicato alla fotografia contemporanea<\/strong> presente<\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>all\u2019interno del centro culturale Mercati Culturali Pordenone,<\/strong><\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>ospita Tamaki Yoshida. Unfolding, la prima grande mostra europea dedicata alla fotografa giapponese.<\/strong><\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong> Curata da Marco Minuz,<\/strong> l\u2019esposizione presenta due importanti nuclei della ricerca dell\u2019artista, Negative Ecology e Himizu, attraverso i quali<\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>Yoshida indaga il rapporto tra essere umano e mondo naturale,<\/strong> interrogando le conseguenze, visibili e invisibili, dell\u2019intervento umano sull\u2019ambiente.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019esposizione rappresenta un appuntamento di rilievo nella programmazione culturale cittadina e si inserisce nel percorso di avvicinamento a Pordenone Capitale Italiana della Cultura 2027, essendo Die Gelbe Wand uno dei progetti del Dossier di Pordenone 2027, contribuendo a rafforzare il dialogo della citt\u00e0 con la scena artistica internazionale. Un progetto che prosegue il percorso di analisi della scena fotografica contemporanea giapponese e dei paesi di lingue tedesca, avviato con le precedenti mostre dedicate a Stephanie Moshammer e Gak Yamada.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come afferma Alberto Parigi, Assessore alla Cultura del Comune di Pordenone<\/p>\n<ul>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>\u201cI Mercati Culturali Pordenone,<\/strong> che accolgono il progetto di Pordenone 2027 \u201cDie Glebe Wand\u201d, <strong>raccontano meglio di ogni altro luogo che cosa significhi per la citt\u00e0 essere Capitale italiana della Cultura.<\/strong> Qui pubblico e privato hanno collaborato proficuamente e uno spazio rimasto a lungo chiuso \u00e8 diventato oggi un luogo vivo per l\u2019arte e la fotografia contemporanea. Nel percorso verso Pordenone Capitale italiana della Cultura 2027 la rigenerazione urbana sta cambiando il profilo della citt\u00e0: Villa Cattaneo ospita il Polo del Futuro Musicale gestito da giovani, la Casa del Mutilato accoglier\u00e0 esposizioni e mostre, l\u2019ex area Tomadini diventer\u00e0 un ecomuseo. In questo panorama \u201cDie Glebe Wand\u201d si afferma come nuovo punto di riferimento culturale per la citt\u00e0, un segno visibile di ci\u00f2 che la Capitale sta portando a Pordenone: un respiro pi\u00f9 metropolitano, nuovi spazi culturali e collaborazioni internazionali.\u201d<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il titolo Unfolding deriva dal verbo inglese to unfold,<\/strong> che<\/p>\n<ul>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>significa dispiegare, aprire qualcosa che era ripiegato, far emergere gradualmente<\/strong> ci\u00f2 che prima non era visibile. La parola indica anche lo svolgersi di un processo, lo sviluppo di una situazione e la progressiva rivelazione di qualcosa di ignoto. Un termine che<\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>restituisce efficacemente la natura della ricerca di Tamaki Yoshida, nella quale la fotografia diventa uno spazio di trasformazione<\/strong>, in cui ci\u00f2 che appare familiare si fa enigmatico e ci\u00f2 che sembrava sfuggire alla comprensione prende forma, diventando visibile. \u00c8 un passaggio da uno stato all\u2019 altro, nel quale non tutto viene rivelato e una parte rimane affidata all\u2019immaginazione e alla sensibilit\u00e0 di chi osserva.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le immagini di Yoshida sembrano abitare una soglia, <strong>evocando la sensazione provata durante l\u2019infanzia davanti a una porta socchiusa, quando da una stanza filtravano una luce o una voce,<\/strong> lasciando intuire l\u2019esistenza di un mondo che non era possibile conoscere interamente. \u00c8 proprio in questo spazio sospeso tra apparizione e oscurit\u00e0 che la fotografia si sottrae alla semplice registrazione del reale per diventare esperienza percettiva, interrogazione e scoperta. Una riflessione che trova una suggestiva risonanza nelle parole dello scrittore giapponese Yukio Mishima: \u00abIn fin dei conti, nella vita umana non vi sono misteri. Il mistero permane solo nell&#8217;arte, e il motivo di ci\u00f2 \u00e8 che il mistero \u00e8 necessario all&#8217;arte\u00bb. Il mistero, nella ricerca di Yoshida, non \u00e8 qualcosa da risolvere, ma una dimensione da attraversare, capace di mettere in discussione le nostre certezze e dare spazio a incertezze del nostro passato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella prima sezione presente in mostra,<\/p>\n<ul>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>Negative Ecology, l\u2019artista affronta<\/strong><\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong> le contraddizioni di un mondo plasmato dall\u2019antropocentrismo,<\/strong><\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong> interrogandosi sul modo in cui l\u2019essere umano definisce, organizza e trasforma l\u2019ambiente in funzione delle proprie necessit\u00e0.<\/strong> Al centro del progetto ci sono<\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>animali selvatici capaci di adattarsi a contesti profondamente modificati dall\u2019attivit\u00e0 umana<\/strong>. In Giappone,<strong> queste creature vengono spesso classificate come \u201canimali nocivi\u201d, perch\u00e9 considerati una minaccia per lo stile di vita umano<\/strong>. Eppure la loro straordinaria capacit\u00e0 di resistenza e sopravvivenza mette in discussione l\u2019idea che il dominio tecnologico e scientifico dell\u2019uomo coincida necessariamente con una posizione di superiorit\u00e0 nel mondo naturale.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019origine del progetto \u00e8 legata a un incidente avvenuto durante lo sviluppo di un rullino fotografico. Sul negativo erano comparse ampie aree di sviluppo irregolare, simili a una forza corrosiva che sembrava minacciare le immagini. Quell\u2019alterazione accidentale ha assunto per Yoshida un significato pi\u00f9 ampio, diventando una metafora delle trasformazioni e delle aggressioni che investono gli ecosistemi. Da questa intuizione \u00e8 nata una sperimentazione diretta sulla materia fotografica: l\u2019artista ha iniziato a trattare i negativi con sostanze provenienti dalla quotidianit\u00e0, come detersivi, shampoo, cosmetici, dentifricio, salsa di soia, condimenti e residui alimentari, materiali che, attraverso gesti ordinari e spesso inconsapevoli, finiscono negli scarichi e vengono immessi nell\u2019ambiente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le immagini si alterano, i colori mutano e le forme sembrano consumarsi, come se il mondo ritratto fosse sottoposto a un processo di erosione. <strong>Eppure, gli animali continuano a emergere da questa superficie instabile. La fotografia diventa cos\u00ec il luogo in cui rendere visibili effetti normalmente impercettibili:<\/strong><\/p>\n<ul>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>l\u2019accumulo delle conseguenze delle nostre azioni, la contaminazione diffusa e la fragilit\u00e0 di un ambiente<\/strong> che<\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>tendiamo a considerare una risorsa a nostra disposizione.<\/strong> Negative Ecology invita a riconsiderare i valori attraverso cui abbiamo posto l\u2019umanit\u00e0 al centro del mondo, aprendo una riflessione sulla capacit\u00e0 della natura di resistere anche agli ambienti che l\u2019uomo ha profondamente trasformato.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con la serie Himizu, Tamaki Yoshida sposta la sua<\/p>\n<ul>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>ricerca sulle strade che attraversano le pendici del Monte Fuji, dove nel corso delle sue ricerche si \u00e8 imbattuta ripetutamente nei corpi di animali selvatici uccisi dal traffico stradale<\/strong>. Le strade sono infrastrutture essenziali per la vita contemporanea:<\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>trasportano persone e merci, sostengono l\u2019economia e rendono accessibili luoghi di lavoro, viaggio e svago<\/strong>. Allo stesso tempo<\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>attraversano gli habitat naturali e interrompono i percorsi degli animali che li abitano<\/strong>. Quando un animale muore nel proprio ambiente, il suo corpo entra normalmente in un ciclo di trasformazione, decomposizione e restituzione alla terra. La morte sulla strada interrompe questo processo, separando il corpo dal territorio al quale apparteneva.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Nell\u2019area intorno alla citt\u00e0 di Fujiyoshida, alle pendici del Monte Fuji, vengono segnalate e recuperate in media circa 130 carcasse di animali selvatici ogni anno<\/strong>, un numero che potrebbe essere superiore se si considerano gli animali che non vengono mai ritrovati. Con la collaborazione dell\u2019organizzazione non profit Mount Fuji Outdoor Museum, Yoshida ha condotto una ricerca sul fenomeno, sviluppando un progetto che non intende soffermarsi sull\u2019impatto viscerale della morte, ma su ci\u00f2 da cui quei corpi sono stati separati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La ricerca si traduce in un confronto tra <strong>due procedimenti fotografici e due diverse modalit\u00e0 di rappresentare la relazione con il territorio. Per evocare la foresta in cui gli animali vivevano, l\u2019artista raccoglie piante e terra dai luoghi interessati e ne ricava pigmenti naturali<\/strong> utilizzati nella stampa alla gomma su carta di cotone. <strong>Per rappresentare i corpi degli animali sceglie invece il dagherrotipo, una delle prime tecniche fotografiche sviluppate nel XIX secolo, storicamente utilizzata anche per conservare le immagini dei defunti.<\/strong> Le immagini degli animali uccisi vengono fissate su lastre metalliche lucidate a specchio, cercando di mantenere una scala il pi\u00f9 possibile vicina alle loro dimensioni reali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da una parte, dunque, <strong>la foresta prende forma attraverso i materiali della terra; dall\u2019altra, il corpo rimane impresso su una superficie metallica<\/strong>. Due presenze distinte che restituiscono visivamente una separazione prodotta dall\u2019attivit\u00e0 umana: il paesaggio a cui l\u2019animale apparteneva e il corpo che da <strong>quel paesaggio \u00e8 stato strappato<\/strong>. Il titolo Himizu deriva dal <strong>nome di un piccolo mammifero endemico del Giappone, affine alla talpa, che vive prevalentemente sottoterra e possiede occhi rudimentali. Il nome richiama l\u2019idea di un animale che non vede il sole, legato a un\u2019esistenza lontana dalla luce del giorn<\/strong>o. La sua presenza diventa emblematica di una condizione pi\u00f9 ampia: quella degli animali che vivono accanto agli esseri umani, ma i cui corpi, dopo la morte, vengono spesso ignorati e rimossi. Osservare quei corpi significa allora interrogarsi non soltanto sulla morte degli animali, ma anche sul mondo che abbiamo costruito, sulle conseguenze delle nostre infrastrutture e sul rapporto che intratteniamo con gli altri esseri viventi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Attraverso Negative Ecology e Himizu, Tamaki Yoshida affronta da prospettive diverse una questione comune:<\/p>\n<ul>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>le conseguenze, visibili e invisibili, dell\u2019intervento umano sul mondo naturale<\/strong>. Se nel primo progetto \u00e8 la stessa superficie fotografica a essere aggredita e trasformata, nel secondo \u00e8 il rapporto tra il corpo e la terra a diventare il centro della ricerca. In entrambi i casi, la fotografia non si limita a documentare la realt\u00e0, ma ne mette in discussione i confini, facendo emergere ci\u00f2 che rischia di essere ignorato e aprendo nuove possibilit\u00e0 di lettura.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Unfolding diventa cos\u00ec un invito a osservare il mondo oltre ci\u00f2 che appare immediatamente visibile, a riconoscere la fragilit\u00e0 degli equilibri naturali e a interrogarsi sul posto che l\u2019essere umano occupa all\u2019interno di essi.<\/p>\n<ul>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>Le immagini non offrono risposte definitive, ma aprono domande sulla resilienza della natura, sulla responsabilit\u00e0 individuale e collettiva e sulla possibilit\u00e0 di ripensare il nostro rapporto con l\u2019ambiente<\/strong>. \u00c8 in questa tensione tra ci\u00f2 che si mostra e ci\u00f2 che rimane nascosto, tra la materia che si trasforma e ci\u00f2 che resiste, che la ricerca di Yoshida trova il suo significato pi\u00f9 profondo.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con questa esposizione, Die Gelbe Wand conferma la propria <strong>vocazione a essere un luogo di incontro tra la fotografia contemporanea e il pubblico, offrendo a Pordenone l\u2019opportunit\u00e0 di confrontarsi con una ricerca artistica di respiro internazionale.<\/strong> La mostra contribuisce a rafforzare il ruolo di Die Gelbe Wand e Pordenone come centro di produzione e diffusione culturale, in una fase strategica per la citt\u00e0 e per il suo percorso verso Pordenone Capitale Italiana della Cultura 2027.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il progetto \u00e8 organizzato da Mercati Culturali Pordenone con il contributo della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia e del Comune di Pordenone, e con il sostegno e il supporto tecnico di Suazes e Filare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">INFORMAZIONI<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mostra: Tamaki Yoshida. Unfolding<br \/>\nArtista: Tamaki Yoshida<br \/>\nCuratela: Marco Minuz<br \/>\nInaugurazione: 31 ottobre 2026<br \/>\nPeriodo espositivo: dal 31 ottobre al 13 dicembre 2026<br \/>\nSede: Die Gelbe Wand, Mercati Culturali Pordenone,<br \/>\nOrganizzazione: Associazione culturale Casablu<br \/>\nCon il contributo di: Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia, Comune di Pordenone<br \/>\nCon il sostegno e il supporto tecnico di: Suazes e Filare<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Orari: dal 31 ottobre al 13 dicembre (sabato e domenica dalle 11 alle 18)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Save the date Ai Mercati Culturali Pordenone, la prima mostra europea di Tamaki Yoshida Tamaki Yoshida Unfolding Die Gelbe Wand &#8211;\u00a0 Mercati Culturali &#8211; Pordenone<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":168953,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[1916,14,15,9411,358,15896],"tags":[34273],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/168950"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=168950"}],"version-history":[{"count":5,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/168950\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":168958,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/168950\/revisions\/168958"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/168953"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=168950"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=168950"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=168950"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}