{"id":37232,"date":"2016-09-04T17:44:49","date_gmt":"2016-09-04T15:44:49","guid":{"rendered":"http:\/\/www.donnecultura.eu\/?p=37232"},"modified":"2016-09-05T19:14:43","modified_gmt":"2016-09-05T17:14:43","slug":"arte-a-milano-fondazione-prada-presenta-a-milano-la-mostra-betye-saar-uneasy-dancer","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/?p=37232","title":{"rendered":"ARTE A MILANO &#8211; FONDAZIONE PRADA PRESENTA A MILANO LA MOSTRA \u201cBETYE SAAR: UNEASY DANCER\u201d"},"content":{"rendered":"<div class=\"page\" title=\"Page 1\">\n<div class=\"layoutArea\">\n<div class=\"column\">\n<p style=\"text-align: center;\"><a href=\"http:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/ARTE-300-FONDAZIONE-PRADA-15-SETT-2016.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-37235\" src=\"http:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/ARTE-300-FONDAZIONE-PRADA-15-SETT-2016.jpg\" alt=\"ARTE 300 FONDAZIONE PRADA 15 SETT 2016\" width=\"300\" height=\"366\" srcset=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/ARTE-300-FONDAZIONE-PRADA-15-SETT-2016.jpg 300w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/ARTE-300-FONDAZIONE-PRADA-15-SETT-2016-246x300.jpg 246w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<strong>DAL 15 SETTEMBRE 2016 AL 8 GENNAIO 2017<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u2013 Fondazione Prada presenta a Milano dal 15 settembre 2016 al 8 gennaio 2017<strong><span style=\"color: #ff00ff;\"> \u201cUneasy Dancer\u201d,<\/span><\/strong> una <strong>mostra antologica dedicata a Betye Saar<\/strong> (Los Angeles, 1926).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Curata da <strong><span style=\"color: #ff00ff;\">Elvira Dyangani Ose,<\/span> \u201cBetye Saar: Uneasy Dancer\u201d<\/strong> \u00e8 la <strong>prima esposizione in Italia<\/strong> dell\u2019artista americana che riunisce pi\u00f9 di 80 opere tra installazioni, assemblage, collage e lavori scultorei creati tra il 1966 e il 2016.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>\u201cUneasy Dancer\u201d (danzatrice incerta) \u00e8 l\u2019espressione con cui Betye Saar definisce se stessa e il proprio lavoro<\/strong> che, per usare le sue parole, \u201csegue il movimento di una spirale creativa ricorrendo ai concetti di passaggio, intersezione, morte e rinascita, nonch\u00e9 agli elementi sottostanti di razza e genere\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il suo processo artistico implica \u201cun flusso di coscienza\u201d che <strong>esplora il misticismo rituale presente nel recupero di storie personali e di iconografie da oggetti e immagini quotidiani<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al centro della sua opera si possono individuare alcuni elementi chiave: <strong>l\u2019interesse per il metafisico, la rappresentazione della memoria femminile e l\u2019identit\u00e0 afroamericana che, grazie al suo lavoro, assumono forme e significati inediti.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come sostiene Saar, la sua arte<strong> \u201cha pi\u00f9 a che fare con l\u2019evoluzione che non con la rivoluzione, con la trasformazione delle coscienze e del modo di vedere i neri, non pi\u00f9 attraverso immagini caricaturali o negative, ma come esseri umani\u201d.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il primo ricordo artistico di Betye Saar \u00e8 ispirato dalla visione delle Watts Towers di Simon Rodia nel quartiere periferico di Los Angeles che frequentava assieme alla nonna negli anni Trenta. La costruzione delle torri, prolungatasi per un periodo di 33 anni, fu decisiva nel stimolare in lei la convinzione che i materiali di recupero potessero esprimere sia un contenuto spirituale che tecnologico. Dopo la laurea in design alla UCLA, Saar lavora come grafica dedicandosi all\u2019incisione, al disegno e al collage. A partire dalla fine degli anni Sessanta, ispirata dall\u2019artista americano Joseph Cornell, la sua sperimentazione con i materiali diventa sempre pi\u00f9 tridimensionale e verso l\u2019inizio degli anni Settanta inizia a creare veri e propri assemblage.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Attraverso il suo uso esperto di materiali di recupero, memorabilia personali e immagini dispregiative che richiamano storie negate o deformate, Saar sviluppa una potente critica sociale che sfida gli stereotipi razziali e sessisti radicati nella cultura americana. Negli anni Settanta, i suoi assemblaggi iniziano ad assumere dimensioni sempre maggiori, e diventano delle vere e proprie installazioni, accomunate da un approccio che unisce visioni e fedi di ogni tipo \u2013 da quelle pi\u00f9 personali e misteriose a quelle universali \u2013 accostandole a riflessioni politiche.<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"page\" style=\"text-align: justify;\" title=\"Page 2\">\n<div class=\"layoutArea\">\n<div class=\"column\">\n<p>Come osserva Elvira Dyangani Ose, \u201cSaar confonde i confini tra arte e vita, tra piano fisico e metafisico. Il carattere spirituale della sua produzione non risiede solo nelle opere in cui trova espressione diretta il suo interesse per una pluralit\u00e0 di tradizioni culturali. Risiede soprattutto nell\u2019operazione artistica che trasforma materiali comuni in nuove iconografie evocative, in suggestive narrazioni del reale capaci di coinvolgere intimamente l\u2019osservatore\u201d.<\/p>\n<p><strong>\u201cUneasy Dancer\u201d espande nel suo complesso temi fondamentali della pratica di Betye Saar, tra i quali la memoria, il misticismo e la costruzione di entit\u00e0 socio- politiche.<\/strong><\/p>\n<p>Questo emerge nell\u2019opera seminale The Alpha and The Omega (The Beginning and The End) (2013-16), un ambiente circolare che allude al viaggio iniziatico e all\u2019esperienza della vita umana. Questa installazione \u00e8 stata concepita in occasione della mostra e include una serie di nuovi elementi che rappresentano l\u2019idea del tutto, nella sua circolarit\u00e0.<\/p>\n<p>In mostra saranno presenti i suoi assemblaggi di immagini e oggetti inseriti in scatole o valigie, come Record for Hattie (1975) e Calling Card (1976), che assumono una dimensione performativa, anche se in miniatura. Altri assemblaggi, creati pi\u00f9 recentemente e contenuti all\u2019interno di gabbiette, come Domestic Life (2007) e Rhythm and Blues (2010), rappresentano una condizione fisica e metaforica di segregazione, ma anche di resistenza e sopravvivenza. Questi lavori includono tracce del folclore afroamericano, combinando la dimensione politica a una visione spirituale che attinge a molteplici credenze e tradizioni di origine africana, asiatica, americana ed europea.<\/p>\n<p>Inoltre sar\u00e0 presentata una serie di opere che utilizzano strumenti di lavoro o elementi della vita domestica, come assi per il bucato, bilance e finestre, assemblati a fotografie o manufatti d\u2019epoca, come le opere Mystic Window for Leo (1966), The Phrenologer\u2019s Window (1966) e A Call to Arms (1997). Questi ultimi lavori che abbracciano vari decenni svelano, da un lato, una condizione intima e autobiografica e dall\u2019altro alludono a una dimensione immaginativa e fantastica. L\u2019impiego di fotografie, trattate come oggetti trovati, in lavori come Migration: Africa to America I (2006), diventa una modalit\u00e0 di celebrazione della bellezza e degli artifici della femminilit\u00e0.<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"page\" title=\"Page 3\">\n<div class=\"layoutArea\">\n<div class=\"column\">\n<p style=\"text-align: justify;\">In tutta la sua carriera Saar ha portato avanti una posizione artistica che, oltre a opporsi al pensiero maschilista ed eurocentrico, sostiene una prospettiva umanistica che riconsidera le nozioni di individuo, famiglia, comunit\u00e0 e societ\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La mostra \u201cBetye Saar: Uneasy Dancer\u201d sar\u00e0 completata da una pubblicazione illustrata, edita dalla Fondazione Prada, che includer\u00e0 i saggi della curatrice Elvira Dyangani Ose e degli studiosi Kellie Jones (Columbia University), Richard J. Powell (Duke University) e Deborah Willis (New York University).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Betye Saar \u2013 note biografiche<br \/>\nBetye Saar ha ottenuto nel 1949 la laurea in arte alla University of California a Los Angeles e le specializzazioni post-laurea alla California State University a Long Beach, alla University of Southern California e alla California State University a Northridge. Le \u00e8 stato conferito il diploma di dottorato ad honorem da alcune universit\u00e0 americane come il California College of Arts and Crafts, il California Institute of the Arts, il Massachusetts College of Art, l\u2019Otis College of Art and Design e il San Francisco Art Institute. Saar ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra I quali, il Museum of Contemporary Art Los Angeles Distinguished Women in the Arts Award, il Lifetime Achievement Award Visual Art dal California African American Museum, il John Simon Guggenheim Memorial Foundation e due National Endowment for the Arts. Le opere di Saar sono incluse nelle collezioni permanenti di pi\u00f9 di 60 musei, tra i quali il Museum of Modern Art di New York, il Metropolitan Museum of Art di New York, l\u2019Hirshhorn Museum and Sculpture Garden della Smithsonian Institution a Washington, D.C, il Whitney Museum of American Art di New York e il Museum of Contemporary Art di Los Angeles e il Los Angeles County Museum of Art. Al suo lavoro sono state dedicate numerose mostre personali in diverse istituzioni come lo Studio Museum a Harlem, New York, il San Francisco Museum of Modern Art, il Whitney Museum of American Art di New York, il De Domijnen a Sittard, Olanda e lo Scottsdale Museum of Contemporary Art in Arizona. L\u2019opera di Betye Saar \u00e8 stata presentata in otto mostre della rassegna \u201cPacific Standard Time\u201d, tra le quali \u201cNow Dig This! Art and Black Los Angeles 1960-1980\u201d al Hammer Museum di Los Angeles.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00a0DAL 15 SETTEMBRE 2016 AL 8 GENNAIO 2017 \u2013 Fondazione Prada presenta a Milano dal 15 settembre 2016 al 8 gennaio 2017 \u201cUneasy Dancer\u201d, una<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":37234,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[1916,15],"tags":[10204],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/37232"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=37232"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/37232\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":37236,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/37232\/revisions\/37236"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/37234"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=37232"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=37232"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=37232"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}