{"id":9452,"date":"2014-03-08T05:33:49","date_gmt":"2014-03-08T04:33:49","guid":{"rendered":"http:\/\/www.donnecultura.eu\/?p=9452"},"modified":"2014-03-07T11:42:38","modified_gmt":"2014-03-07T10:42:38","slug":"mostre-triennale-di-milano-ian-cheng","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/?p=9452","title":{"rendered":"MOSTRE: Triennale di Milano, Ian Cheng."},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><b>Michael E. Smith<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A cura di Simone Menegoi e Alexis Vaillant<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><b>Ian Cheng<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2014\/03\/ARTE-3_CAPC_Michael_E_Sm116719E.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-9453\" alt=\"ARTE 3_CAPC_Michael_E_Sm#116719E\" src=\"http:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2014\/03\/ARTE-3_CAPC_Michael_E_Sm116719E.jpg\" width=\"350\" height=\"334\" srcset=\"https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2014\/03\/ARTE-3_CAPC_Michael_E_Sm116719E.jpg 350w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2014\/03\/ARTE-3_CAPC_Michael_E_Sm116719E-300x286.jpg 300w, https:\/\/www.donnecultura.eu\/wp-content\/uploads\/2014\/03\/ARTE-3_CAPC_Michael_E_Sm116719E-314x300.jpg 314w\" sizes=\"(max-width: 350px) 100vw, 350px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A cura di Filipa Ramos 5 marzo-30 marzo 2014<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La Triennale di Milano \u00e8 lieta di presentare, per la prima volta in un&#8217;istituzione italiana, i due giovani artisti americani Michael E. Smith e Ian Cheng, con due mostre personali che dialogano nello spazio espositivo con elementi risonanti e tematiche comuni. I due artisti, sia pure molto diversi nei linguaggi espressivi, condividono un approccio visionario; entrambi analizzano le tensioni contemporanee e immaginano possibili modalit\u00e0 di reazione e di resistenza attraverso logiche d\u2019opposizione e di scardinamento dell\u2019ordinario. Michael E. Smith utilizza materiali poveri e industriali, spesso alterati sino a non lasciar traccia della propria funzione originaria; Ian Cheng disloca corpi fisici nello spazio virtuale per esplorarne le potenzialit\u00e0 d&#8217;azione e le possibili interazioni. Da queste rielaborazioni derivano esiti stranianti e processi imprevedibili, che invitano lo spettatore a rivedere le proprie idee di limite e di possibilit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Edoardo Bonaspetti, curatore Arti visive e Nuovi Media, Triennale di Milano<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><b>Michael E. Smith<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Michael E. Smith (1977) \u00e8 uno degli artisti americani pi\u00f9 interessanti della sua generazione. Dopo aver studiato scultura alla Yale School of Arts sotto la guida, fra gli altri, di Jessica Stockholder, ha cominciato a esporre in spazi pubblici e privati negli Stati Uniti e in Europa. Nel 2012, il suo lavoro \u00e8 stato incluso nella prestigiosa Biennale di arte americana del Whitney Museum di New York.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Prodotta in collaborazione con il CAPC \u2013 Mus\u00e9e d\u2019art contemporain de Bordeaux, e curata da Simone Menegoi e Alexis Vaillant, capo\u00a0curatore del CAPC, la mostra \u00e8 una versione completamente rielaborata della personale che Smith ha appena tenuto nel museo di Bordeaux. In particolare, rispetto alla mostra francese, quella italiana include una serie di nuove opere create per l\u2019occasione, fra cui un\u2019installazione tra le pi\u00f9 grandi che l\u2019artista abbia mai realizzato, il cui elemento principale \u00e8 una saracinesca da garage.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Smith crea piccoli dipinti dalla superficie tormentata; video che ritraggono frammenti di paesaggio urbano degradato, animali in cattivit\u00e0, gesti che sembrano appartenere a rituali incomprensibili; ma soprattutto sculture, le sue opere pi\u00f9 note e caratteristiche. Realizzate con una gamma di materiali che include quasi qualunque cosa, dalla resina sintetica agli indumenti usati, da ossa animali a parti di elettrodomestici, le sculture di Smith sono oggetti quasi sempre di modeste dimensioni ma dalla intensa, conturbante presenza. La loro forma e le loro dimensioni richiamano spesso quelle di arti umani; i materiali con cui sono fatte mostrano frequentemente i segni del tempo, dell\u2019usura, di azioni vandaliche; l\u2019inclusione di oggetti semidistrutti e di parti di animali evoca scenari post-apocalittici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Altrettanto intenso delle opere, \u00e8 il modo in cui l\u2019artista le allestisce. I lavori \u2013 sempre pochi per volta, e molto isolati l\u2019uno dall\u2019altro \u2013 raramente occupano il centro delle sale; per lo pi\u00f9 sono confinati negli angoli, seminascosti dietro elementi funzionali come radiatori o tubazioni, o addirittura appesi al soffitto. La critica li ha paragonati ad animali in agguato, o che si nascondono; il loro rapporto con l\u2019architettura dello spazio espositivo \u00e8 simbiotico. L\u2019artista non crea mai due volte lo stesso allestimento, e la mostra alla Triennale non fa eccezione. La disposizione delle opere, completamente diversa da quella del CAPC di Bordeaux, risponde alle caratteristiche specifiche dello spazio milanese, e al momento non \u00e8 possibile anticiparne le caratteristiche. Lo stesso vale per le nuove opere che saranno in mostra: l\u2019artista le creer\u00e0 sul posto nei giorni dell\u2019installazione. Smith dedica inoltre una particolare attenzione alle condizioni di illuminazione delle sue mostre. Che rimuova tutte le lampade, lasciando lo spazio in balia delle condizioni mutevoli della luce atmosferica, o che aumenti l\u2019illuminazione artificiale al massimo,\u00a0trasformando le sale di un museo in un abbagliante limbo bianco, Smith cerca di creare ogni volta un\u2019atmosfera luminosa specifica. Per la mostra alla Triennale, l\u2019artista ha scelto di isolare completamente lo spazio dalla luce naturale e di sostituire le luci a incandescenza con tubi al neon dalla tonalit\u00e0 molto pi\u00f9 fredda.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019immaginario di Smith ha le sue radici in un\u2019America suburbana e provinciale, impoverita dalla crisi economica e messa a dura prova dalle emergenze climatiche. In particolare, l\u2019artista \u00e8 profondamente legato alla sua citt\u00e0 d\u2019origine, Detroit, uno degli esempi pi\u00f9 impressionanti di quelle che vengono chiamate \u201cshrinking cities\u201d, le citt\u00e0 che, per ragioni economiche o di altro genere, si restringono, implodono su s\u00e9 stesse. Dopo una radicale de-industrializzazione, e dopo aver pi\u00f9 che dimezzato la propria popolazione rispetto al picco toccato negli anni Cinquanta, Detroit \u00e8 ora in larga parte una distesa di fabbriche in rovina e case abbandonate che offre, come ha scritto il critico americano Chris Sharp, \u201cun\u2019anteprima inquietantemente convincente della fine del mondo\u201d (\u201ca disturbingly convincing sneak peek of the end of the world\u201d). \u00c8 in questo scenario che ha preso forma il lavoro di Smith, ed \u00e8 da esso che l\u2019artista prende \u2013 a volte letteralmente \u2013 gli oggetti, i materiali e le immagini con cui realizza le sue opere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019opera di Michael E. Smith riflette le preoccupazioni e le ansie della nostra epoca, ma la sua cupezza di fondo \u00e8 tutt\u2019altro che monolitica. Il suo lavoro non parla solo di avversit\u00e0, ma anche della tenace resistenza umana ad esse. Pu\u00f2 concedersi guizzi di humour o aprirsi a inattese oasi di lirismo, come ad esempio accade in <i>Untitled <\/i>(2013), una delle opere in mostra: una multipla proiezione video in cui una brevissima ripresa di Miles Davis in concerto, rallentata e manipolata, si trasforma in una sequenza quasi astratta, di misteriosa bellezza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><b>Biografia:<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Michael Smith \u00e8 nato a Detroit nel 1977 e vive a Hopkinton, New Hampshire. Tra le sue personali recenti: 2014: Power Station, Dallas. 2013: Ludwig Forum, Aachen (D); KOW, Berlino; Clifton Benevento, New York. 2012: galleria Zero, Milano; Culturgest, Lisbona. 2011: St.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Louis Museum of Contemporary Art, St. Louis; Michael Benevento, Los Angeles; M\u00f6nchehaus Museum, Goslar (D); Susanne Hilberry Gallery, Ferndale (USA).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra le mostre collettive recenti: 2013: Painting from the Zabludowicz Collection Part II, Zabludowicz Collection, Londra; <i>Realization is Better than Anticipation<\/i>, MOCA Cleveland, Cleveland. 2012: <i>A Disagreeable Object<\/i>, Sculpture Center, New York; Biennale d\u2019art contemporain de Rennes, Rennes (F); Whitney Biennial, Whitney Museum of American Art, New York; <i>Le Silence. Une Fiction<\/i>, Nouveau Mus\u00e9e National de Monaco, Monaco.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><b>Ian Cheng<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><i>L&#8217;arte non \u00e8 una cosa del mondo.<br \/>\n\u00c8 una percezione inventata dentro di noi usando le cose del mondo. Ian Cheng presenta una serie di simulazioni animate al computer che cambiano in modo dinamico, all&#8217;infinito, senza mai ripetersi. Una simulazione rappresenta un insieme di cose.<br \/>\nUna simulazione rappresenta un ecosistema della mente.<br \/>\nE un video mostra una coreografia del comportamento inconscio umano.<br \/>\nQueste opere nascono dalla domanda: che sensazione si prova a navigare tra il caos e l&#8217;incertezza dentro e fuori di noi?<br \/>\nPossiamo sviluppare questa sensazione all&#8217;interno dell&#8217;arte.<\/i><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dichiarazione della curatrice della mostra:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ian Cheng s\u2019interessa agli stati di coscienza. Attraverso il<br \/>\nsuo lavoro esplora le possibili relazioni fra corpi e stati percettivi. Per la sua prima mostra personale in Italia, l\u2019artista presenta un video e una serie di simulazioni animate al computer come parte di un&#8217;installazione che si rapporta alle caratteristiche ambientali della Triennale e alle sue modalit\u00e0 espositive.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Realizzata attorno a una pedana dalle proporzioni esagerate,<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img decoding=\"async\" alt=\"page5image376.png\" src=\"webkit-fake-url:\/\/E3EF0B58-72A1-4EA5-B852-FDEFA7FEFA28\/page5image376.png\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">l\u2019installazione di Cheng funge simultaneamente da supporto, display e dispositivo di mixaggio. I visitatori hanno l\u2019opportunit\u00e0 di osservare le opere singolarmente o di concepirle come diversi organismi costituenti un unico corpo emergente, i cui suoni e<br \/>\nmovimenti alterano la struttura dell\u2019insieme.<br \/>\nLe figure che abitano le varie opere assomigliano a oggetti e forme riconoscibili: esseri umani, animali, piante, pianeti, rocce. I loro movimenti, gesti e suoni sono vagamente familiari e, tuttavia, anche profondamente sconcertanti e inquietanti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nonostante la virtualit\u00e0 di questi ambienti, c\u2019\u00e8 un forte senso di vitalit\u00e0 in tutta la mostra. Questa sensazione deriva dal fatto che ogni momento osservato \u00e8 il risultato di una combinazione casuale, unica e irripetibile, che una volta apparsa \u00e8 persa per sempre. L\u2019installazione, le opere o i suoi elementi espandono i concetti d&#8217;improvvisazione e performativit\u00e0 in un flusso temporale che non conosce n\u00e9 inizio n\u00e9 fine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><b>Biografia:<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ian Cheng, nato nel 1984 a Los Angeles, \u00e8 un artista di base a New York. Tra le sue personali pi\u00f9 recenti: <i>Baby feat. Bali<\/i>, Standard Oslo, Oslo Norvegia (2013); Frieze Frame, Londra (2013); <i>Entropy Wrangler<\/i>, Off Vendome, Dusseldorf (2013); <i>This Papaya Tastes Perfect<\/i>, Formalist Sidewalk Poetry Club, Miami Beach Florida (2011). Tra le sue collettive pi\u00f9 recenti: <i>XII Biennale di Lione d\u2019Arte Contemporanea<\/i>, Lione Francia (2013); <i>Freak Out<\/i>, Greene Naftali Gallery, New York (2013); <i>ProBio, Expo1<\/i>, MoMA PS1, New York (2013); <i>DisImages<\/i>, DIS Magazine, New York (2013); <i>A Disagreeable Object<\/i>, Sculpture Center, New York (2012).&#8211;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La Triennale di Milano \u00e8 lieta di presentare, per la prima volta in un&#8217;istituzione italiana, i due giovani artisti americani Michael E. Smith e Ian Cheng, con due mostre personali che dialogano nello spazio espositivo con elementi risonanti e tematiche comuni. I due artisti, sia pure molto diversi nei linguaggi espressivi, condividono un approccio visionario; entrambi analizzano le tensioni contemporanee e immaginano possibili modalit\u00e0 di reazione e di resistenza attraverso logiche d\u2019opposizione e di scardinamento dell\u2019ordinario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Michael E. Smith utilizza materiali poveri e industriali, spesso alterati sino a non lasciar traccia della propria funzione originaria; Ian Cheng disloca corpi fisici nello spazio virtuale per esplorarne le potenzialit\u00e0 d&#8217;azione e le possibili interazioni. Da queste rielaborazioni derivano esiti stranianti e processi imprevedibili, che invitano lo spettatore a rivedere le proprie idee di limite e di possibilit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><i>Edoardo Bonaspett<\/i><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><i>\u00a0<\/i><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Michael E. Smith A cura di Simone Menegoi e Alexis Vaillant Ian Cheng A cura di Filipa Ramos 5 marzo-30 marzo 2014 La Triennale di<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":9454,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[1],"tags":[2744,2742,2741,2743],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/9452"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=9452"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/9452\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":9456,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/9452\/revisions\/9456"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/9454"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=9452"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=9452"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=9452"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}