{"id":95401,"date":"2021-06-06T18:12:16","date_gmt":"2021-06-06T16:12:16","guid":{"rendered":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/?p=95401"},"modified":"2021-06-08T08:15:07","modified_gmt":"2021-06-08T06:15:07","slug":"arte-a-bologna-entrata-gratuita-mast-richard-mosse-displaced","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/?p=95401","title":{"rendered":"Arte a Bologna &#8211; entrata gratuita &#8211; MAST &#8211; Richard Mosse &#8211; Displaced"},"content":{"rendered":"<p><strong>Rilanciare la fotografia documentaria &#8211; facendola uscire dal vicolo cieco in cui \u00e8 stata rinchiusa<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dalle miniere del Congo alle immagini satellitari dei disastri umani contro natura<\/p>\n<p><strong>Richard Mosse<\/strong><\/p>\n<p>&#8211; Displaced<\/p>\n<div class=\"date_default\">\n<p><strong>Dal 07 Maggio 2021 al 19 Settembre 2021<\/strong><\/p>\n<\/div>\n<div class=\"loc_default\">\n<p><strong>BOLOGNA &#8211; <\/strong><span style=\"font-size: 1.0625rem;\">Fondazione MAST &#8211; <\/span><span style=\"font-size: 1.0625rem;\">\u00a0Via Speranza 42<\/span><\/p>\n<\/div>\n<p class=\"mostra-cnt-par\"><span class=\"lato\">orario:<\/span>\u00a0marted\u00ec \u2013 domenica 10:00 &#8211; 20:00<\/p>\n<p class=\"mostra-cnt-par\"><span class=\"lato\">Curatore:<\/span>\u00a0Urs Stahel<\/p>\n<p class=\"mostra-cnt-par\">\u00a0Ingresso gratuito solo su prenotazione<\/p>\n<p class=\"mostra-cnt-par\"><span class=\"lato\">SITO UFFICIALE:<\/span>\u00a0<a href=\"http:\/\/www.mast.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">http:\/\/www.mast.org<\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div class=\"mostra-cnt-par\" style=\"text-align: justify;\">\n<p>La Fondazione MAST presenta\u00a0<em>Displaced<\/em>, la prima mostra antologica dell\u2019artista\u00a0<strong>Richard Mosse<\/strong>. Curata da Urs Stahel, la mostra presenta un&#8217;ampia selezione dell&#8217;opera del fotografo irlandese, un\u2019esplorazione<strong> tra la fotografia documentaria e l\u2019arte contemporanea<\/strong> su Migrazione, Conflitto e Cambiamento climatico, che ha l\u2019intento di mostrare quel confine in cui si <strong>scontrano i cambiamenti sociali, economici e politici.<\/strong><\/p>\n<p>In mostra alla Fondazione MAST sono esposte <strong>77 fotografie di grande formato<\/strong> inclusi i lavori pi\u00f9 recenti della serie Tristes Tropiques (2020), realizzati nell\u2019Amazzonia brasiliana. Oltre a queste straordinarie immagini, la mostra propone anche due monumentali videoinstallazioni immersive, The Enclave (2013) e Incoming (2017), un grande video wall a 16 canali Grid (Moria) (2017) e il video Quick (2010).<\/p>\n<p>\u201cRichard Mosse crede fermamente nella <strong>potenza intrinseca dell\u2019immagine, ma di regola rinuncia a scattare le classiche immagini<\/strong> iconiche legate a un evento.<\/p>\n<p>Preferisce piuttosto rendere conto delle circostanze, del contesto, mettere <strong>ci\u00f2 che precede e ci\u00f2 che segue al centro della sua riflessione.<\/strong><\/p>\n<p>Le sue fotografie non mostrano il conflitto, la battaglia, l\u2019attraversamento del confine, in altri termini il momento culminante, ma <strong>il mondo che segue la nascita e la catastrof<\/strong>e. L\u2019artista \u00e8 estremamente <strong>determinato a rilanciare la fotografia documentaria, facendola uscire dal vicolo cieco in cui \u00e8 stata rinchiusa<\/strong>.<\/p>\n<p>Vuole sovvertire le convenzionali narrazioni mediatiche attraverso nuove t<strong>ecnologie, spesso di derivazione militare,<\/strong> proprio per scardinare i criteri rappresentativi della fotografia di guerra\u201d, spiega il curatore Urs Stahel.<\/p>\n<p>I primi lavori (MAST.Gallery) \u2013 Richard Mosse inizia a occuparsi di fotografia nei primi anni 2000, mentre termina gli studi universitari. I suoi<strong> primi lavori scattati in Bosnia, in Kosovo, nella Striscia di Gaza, lungo la frontiera fra Messico e Stati Uniti<\/strong> sono caratterizzati dall\u2019<strong>assenza quasi totale di figure umane<\/strong>.<\/p>\n<p>Solo nelle immagini che compongono la serie Breach (2009), incentrata sull\u2019occupazione dei palazzi imperiali di Saddam Hussein in Iraq da parte dell\u2019esercito americano, <strong>sono presenti personaggi in azione<\/strong>. <strong>Questi primi lavori documentano le zone di guerra dopo gli eventi, non mostrano il conflitto, la battaglia<\/strong>, l\u2019attraversamento del confine, ma il mondo che segue la catastrofe. Immagini emblematiche di distruzione, sconfitta e collasso dei sistemi: l\u2019aftermath photography, la fotografia dell\u2019indomani.<\/p>\n<p>Infra (MAST.Gallery) e The Enclave (Livello 0) \u2013 Tra il 2010 e il 2015, prima per Infra e poi per The Enclave, complessa videoinstallazione in sei parti sullo stesso tema, Richard Mosse si reca nella <strong>parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, nella regione del Nord Kivu, dove viene estratto il coltan, un minerale altamente tossico da cui si ricava il tantalio<\/strong>, materiale che trova <strong>largo impiego nell\u2019industria elettronica e che \u00e8 presente in tutti i nostri smartphone.<\/strong><\/p>\n<p>Il Congo, ricco di risorse minerarie, una delle aree pi\u00f9 ricche dell\u2019intero continente africano, \u00e8 segnato da continue guerre e disastri umanitari senza precedenti: dopo il <strong>genocidio in Ruanda del 1994 le milizie ribelli stabilitesi nella Repubblica democratica del Congo non hanno mai smesso di alimentare nuove ondate di violenza.<\/strong><\/p>\n<p>Per i suoi scatti in queste zone devastate Mosse ha scelto <strong>Kodak Aerochrome, una pellicola da ricognizione militare sensibile ai raggi infrarossi, ormai fuori produzione,<\/strong> messa a punto per localizzare i soggetti mimetizzati. Negli scatti di <strong>Infra, la pellicola registra la clorofilla presente nella vegetazione e &#8220;rende visibile l&#8217;invisibile&#8221;, con il risultato che la lussureggiante foresta pluviale congolese viene trasfigurata in uno splendido paesaggio surreale dai toni del rosa e del rosso<\/strong>.<\/p>\n<p>In Infra sono fotografati paesaggi maestosi, scene con ribelli, civili e militari, le capanne in cui la popolazione, sempre in fuga, trova momentaneo riparo da un <strong>perenne conflitto combattuto con machete e fucili.<\/strong> Con questa serie e questa tecnologia, Richard Mosse vuole scardinare i criteri rappresentativi della fotografia di guerra.<\/p>\n<p>Con l\u2019imponente videoinstallazione in sei parti The Enclave, progetto gemello di Infra, Richard Mosse svela il contrasto tra la <strong>magnifica natura della foresta della Repubblica Democratica del Congo e la violenza dei soldati dell\u2019esercito e dei ribelli.<\/strong><\/p>\n<p>Tra l\u2019erba alta e nella rigogliosa boscaglia si susseguono azioni militari, addestramenti e scontri tra i combattenti. I rumori, al pari delle immagini, sono intensi e aggressivi, quasi dolorosi, dopo la carrellata della telecamera sui soldati uccisi. I suoni diventano poi melodie e lasciano spazio ad un <strong>paesaggio ridente, aperto e calmo.<\/strong> Il fotografo e regista, accompagnato dall\u2019operatore Trevor Tweeten e dal compositore Ben Frost, ha realizzato The Enclave per il Padiglione Irlandese alla 55\u00b0 edizione della Biennale di Venezia nel 2013, ispirandosi al celebre romanzo Cuore di tenebra di Joseph Conrad.<\/p>\n<p>Heat Maps (MAST.Gallery Foyer) e Incoming (Livello 0) &#8211; Dal 2014 al 2018 Mosse si \u00e8 concentrato sulla migrazione di massa e sulle tensioni causate dalla dicotomia tra <strong>apertura e chiusura dei confini, tra compassione e rifiuto, cultura dell\u2019accoglienza e rimpatrio.<\/strong> Mosse si reca nei campi profughi Skaramagas in Grecia, Tel Sarhoun e Arsal a nord della valle della Beqa\u2019 in Libano, i campi di Nizip I e Nizip II nella provincia di Gaziantep in Turchia, il campo profughi nell\u2019area dell\u2019ex aeroporto di Tempelhof a Berlino e molti altri. Per Heat Maps e la video installazione Incoming, Mosse impiega una termocamera in grado di <strong>registrare le differenze di calore nell\u2019intervallo degli infrarossi: invece di immortalare i riflessi della luce, registra le cosiddette \u201cheat maps\u201d, le mappe termiche.<\/strong> Si tratta di una tecnica militare nota sin dalla guerra di Corea che <strong>consente di \u201cvedere\u201d le figure umane fino a una distanza di trenta chilometri, di giorno come di notte.<\/strong> Le <strong>immagini sono apparentemente nitide, precise e ricche di contrasto.<\/strong><\/p>\n<p>A un <strong>esame pi\u00f9 attento, invece, non si riescono a distinguere i dettagli<\/strong> ma solo astrazioni: persone e oggetti sono riconoscibili solo come tipologie, nei loro movimenti o nei contorni, ma non nella loro individualit\u00e0 e unicit\u00e0. Incoming (2017) \u00e8 un\u2019installazione audiovisiva divisa in tre parti che utilizza la stessa tecnologia impiegata per la serie fotografica Heat Maps, la termografia a infrarosso. Richard Mosse, che ne \u00e8 il regista e produttore, e il suo team \u2013 il direttore della fotografia Trevor Tweeten e il compositore e sound designer Ben Frost \u2013 hanno lavorato su tre scenari: nella prima parte, girata su una portaerei, sono ripresi i preparativi per il decollo di jet militari impegnati in operazioni di controllo dei cieli del Mediterraneo. Nella seconda parte, i protagonisti sono invece<strong> i migranti in arrivo su barconi sovraffollati, persone esaust<\/strong>e e spesso ferite, che attendono soccorsi e, in alcuni casi, il riconoscimento post mortem. Infine, nella terza parte, i migranti sono alloggiati<strong> nei campi profughi, tra tende e capannoni<\/strong>, ripresi nella loro nuova e forzata quotidianit\u00e0, bloccati nell\u2019attesa di riprendere il loro lungo viaggio di speranza verso l\u2019Europa centrale. Per produrre il video wall del 2017 Grid (Moria), Richard Mosse si \u00e8 recato pi\u00f9 volte nell\u2019arco di due anni nell\u2019omonimo campo profughi sull\u2019isola greca di Lesbo, un campo noto per le sue pessime condizioni. Le riprese sono state effettuate con termografia ad infrarosso (heat maps) e l\u2019opera \u00e8 costituita da 16 schermi che propongono lo stesso spezzone a diversi intervalli.<\/p>\n<p>Ultra e Tristes Tropiques (MAST.Gallery Foyer). Tra il 2018 e il 2019, Mosse comincia a esplorare la foresta pluviale sudamericana dove per la prima volta concentra l\u2019obiettivo sul macro e sul micro, spostando <strong>l\u2019interesse di ricerca dai conflitti umani alle immagini della natura. In Ultra, con la tecnica della fluorescenza UV, Mosse scandaglia il sottobosco, i licheni, i muschi, le orchidee, le piante carnivore e, alterando lo spettro cromatico,<\/strong> trasforma questi primi piani in uno spettacolo pirotecnico di <strong>colori fluorescenti e scintillanti<\/strong>.<\/p>\n<p>La biodiversit\u00e0 viene descritta minuziosamente tra <strong>proliferazione e parassitismo, tra voracit\u00e0 e convivenza, per mostrarci la ricchezza che rischiamo di perdere a causa dei cambiamenti climatici e dell\u2019intervento dell\u2019uomo.<\/strong><\/p>\n<p>Tristes Tropiques \u00e8 la serie pi\u00f9 recente di Richard Mosse: documenta con la<strong> precisione della tecnologia satellitare la distruzione dell\u2019ecosistema ad opera dell\u2019uomo.<\/strong><\/p>\n<p>La tecnica fotografica utilizzata \u00e8 ci\u00f2 che l&#8217;artista e cartografo Denis Woods definisce <strong>&#8220;counter mapping&#8221;, una forma di cartografia di resistenza 3 che grazie a fotografie ortografiche multispettrali mostra i danni ambientali difficilmente visibili dall\u2019occhio umano<\/strong>.<\/p>\n<p>Richard Mosse ha scattato queste fotografie di denuncia lungo <strong>\u201cl\u2019arco del fuoco\u201d, nel Pantanal,<\/strong> il fronte di deforestazione di massa nell\u2019Amazzonia brasiliana. I droni rilevano come in<strong> una mappa le tracce del fuoco che avanza lungo le radici delle foreste, gli effetti dell\u2019allevamento intensivo, delle miniere illegali per l\u2019estrazione di oro e minerali<\/strong>. Ogni mappa di Tristes Tropiques mostra i delitti ambientali perpetrati su vasta scala, diventando per il fotografo un archivio che li documenta.<\/p>\n<p>Il video Quick del 2010 completa le video-installazioni al Livello 0: \u00e8 un filmato girato dallo stesso Richard Mosse che ricostruisce la genesi della sua ricerca e della sua pratica artistica attraverso i temi a lui cari come la circolazione del virus Ebola, la quarantena e l\u2019isolamento, i conflitti e le migrazioni, muovendosi tra la Malesia e il Congo orientale.<\/p>\n<p>Il catalogo che accompagna la mostra propone tutte le immagini esposte oltre a un saggio critico del curatore della mostra Urs Stahel e testimonianze di Michel J. Kavanagh, inviato in Congo e in Africa centrale dal 2004 per \u201cEconomist\u201d, \u201cBloomberg News\u201d, il \u201cNew York Times\u201d, la BBC, e altri organi d&#8217;informazione, Christian Viveros-Faun\u00e9, curatore capo presso l\u2019University of South Florida Contemporary Art Museum, e Ivo Quaranta, professore di Antropologia culturale all\u2019Universit\u00e0 di Bologna. Il volume, edito dalla Fondazione MAST, \u00e8 distribuito da Corraini ed \u00e8 disponibile in libreria e online su www.mast.org e www.corraini.com.<\/p>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Rilanciare la fotografia documentaria &#8211; facendola uscire dal vicolo cieco in cui \u00e8 stata rinchiusa Dalle miniere del Congo alle immagini satellitari dei disastri umani<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":95403,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[1916,15],"tags":[23235],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/95401"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=95401"}],"version-history":[{"count":9,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/95401\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":95414,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/95401\/revisions\/95414"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/95403"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=95401"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=95401"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.donnecultura.eu\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=95401"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}