COSA PORTA IL TURISMO? UNA STORIA DA LEGGERE PER CAPIRE COME SI PUO’ MORIRE DI MARE.
Questa foto l’ho scattata personalmente, qualche anno fa, durante un’escursione nella Baia di Ha Long; sito UNESCO in Vietnam. La spiegazione su questa unica barca di nomadi del mare, ancora vivente nella baia di Ha Long, mi è stata data da una guida del posto.
Personalmente sono rimasta impressionata dalla perfetta organizzazione turistica, ma anche dall’inquinamento del mare nei luoghi visitati dai turisti (sull’acqua galleggia uno spesso strato di petrolio) e dalla storia struggente di questa famiglia che vive, da sempre, su una barca; come era tradizione per centinaia di famiglie, che nascevano e morivano sulla loro barca; vivendo di pesca e alghe. Ora queste famiglie sono state tutte trasferite e devono vivere come contadini; ma questo è totalmente fuori dalle loro conoscenze e abitudini. Il trasferimento è stato imposto dalle regole dell’UNESCO.
La barca della foto: questa è probabilmente l’ultima barca di una famiglia ribelle che continuava a vivere nella baia di Ha Long (Vietnam). Questa famiglia rischiava la prigione ogni giorno; perché viveva ancora di pesca in un sito UNESCO, dove la pesca è proibita:
- ma non è proibita l’invasione di spazzatura di plastica e lo strato di olio galleggiante; ovunque attracchino le barche dei turisti).
Una zona del mondo dove vivono ancora i nomadi del mare
Lasciata la costa birmana, dove le piantagioni dell’albero della gomma si alternano alle pagode buddiste e agli orrendi alberghi per turisti cinesi, ci si avvenuta in uno spazio di mare pericoloso.
Siamo nel mare di Salgari e Conrad, dei mercanti di oppio e dei pirati malesi, dei tifoni e dei conseguenti naufragi.
Le 800 isole dell’arcipelago di Myeik, sono difficilmente raggiungibili anche a causa dei lunghi mesi necessari per ottenere i permessi necessari; assai raramente rilasciati al viaggiatore solitario.
Qui vi è un solo parco marino “protetto” (ma devastato) e si trova a Lampi.
L’ecosistema locale è minacciato dalla pesca commerciale, dalla deforestazione e dalla speculazione edilizia.
Di tutto questo sono vittime innocenti le popolazioni Moken; gli ultimi “zingari del mare”:
- una popolazione di cacciatori e raccoglitori nomadi, ora costretti alla sedentarizzazione e privati delle loro tradizionali fonti di sostentamento.
L’isola di Bo Cho è lontana da Lampi solo un tiro di schioppo, ma le correnti di questo stretto braccio di mare sono infide. La spiaggia è bianca e circondata da palme da cocco, le acque limpide.
Purtroppo, basta raggiungere la zona abitata dell’isola per scoprire il triste mondo dei tropici odierni:
- plastica ovunque mista a spazzatura di vario genere.
Gli abitanti di queste isole, secondo l’antropologo Jacques Ivanoff, discendono da una primitiva popolazione asiatica negroide, proveniente dalle coste dell’Indocina.
- Queste popolazioni arrivarono sulle isole Myeik per sfuggire ai mercanti di schiavi ed ai pirati.
I Moken, che oggi abitano queste isole birmane e poche altre tailandesi, sono ancora animisti.
- Non si sono mai piegati ai predicatori buddisti, mussulmani e cristiani.
Come è tipico delle popolazioni nomadi, i Moken non hanno mai coltivato la terra o pescato, né accumulato ricchezze.
La loro attività era limitata alla r
- accolta, di molluschi, ricci, granchi e conchiglie commestibili, miele nella foresta ed alla caccia di pipistrelli.
Non avevano mai avuto una casa; semplicemente vivevano sulle barche che usavano per girovagare nella loro zona di mare (esattamente come in Vietnam nella famosa Baia di Ha Long, sito UNESCO e quindi divenuto proibito alle popolazioni di nomadi-navigatori locali; gli ultimi che sono rimasti rischiano la prigione).
La barca, chiamata kabang, era fabbricata senza l’uso dei chiodi, con un tetto di foglie di palma ed ospitava un’intera famiglia durante i mesi della stagione secca; affrontando con relativa sicurezza un mare tanto pericoloso.
Durante il periodo dei monsoni, questi zingari del mare si fermavano edificando semplici palafitte nelle insenature ricche di acque dolci dove
- abbondavano uova di tartaruga, ostriche e iguane.
Quando i giapponesi, alla fine della seconda guerra mondiale, approdarono su queste isole, costrinsero gli abitanti a lavorare nelle loro miniere di stagno e oro.
La grande dimestichezza con l’acqua di questa popolazione venne poi sfruttata dai commercianti cinesi per la ricerca delle preziose perle, barattate con oppio.
All’oppio ha fatto seguito l’eroina ed anche l’Aids.
Negli anni novanta questa popolazione è stata quasi decimata da questa pestilenza.
Oggi consumano molti alcolici e anfetamine.
Non ultima, è arrivata la piaga della dinamite, usata dai pescatori di frodo, che pagano il pizzo alle guardie del parco.
Ovvia conseguenza della pesca con la dinamite è una barriera corallina totalmente distrutta !
Dagli anni 2.000 le compagnie petrolifere avevano iniziato lo sfruttamento dei giacimenti locali di gas off-shore.
L’esercito birmano, nel riprendere il controllo della situazione ha portato pescatori con moderne barche da pesca industriale che
- ha impoverito tutta la zona dell’abbondante pesce di cui disponevano i poveri pescatori locali.
Oggi i Moken non trovano più le oloturie, i cetrioli di mare e le grandi conchiglie che hanno raggiunto grandi profondità.
- Il pesce è scarsissimo.
Sopravvissuti allo tzunami, grazie alle loro conoscenze del mare, oggi i Moken si ritrovano in acque ancora più impoverite dalla devastazione della “grande onda”.
Dai 12.000 abitanti del secolo scorso, ora l’arcipelago ne conta solo meno di 2.000.
L’obbligo di abitare i villaggi costruiti dal governo, ha ulteriormente incrinato l’equilibrio dei nomadi del mare.
Oggi, questa fiera popolazione è divenuta solo un’attrazione turistica per turisti di lusso che occupano villaggi esclusivi.
Sopravvivono ancora gli sciamani, che non possono frenare questo devastante “progresso”.




