Mostre a Torino – inaugura oggi ore 19 – PUSH THE LIMITS

PUSH THE LIMITS 2
la cultura si sveste e fa apparire la guerra
a cura di Claudia Gioia e Beatrice Merz

Le artiste: Heba Y. Amin, Maja Bajević, Mirna Bamieh, Fiona Banner aka The Vanity Press, Rossella Biscotti, Monica Bonvicini, Latifa Echakhch, yasmine eid-sabbagh/Rozenn Quéré, Cécile B. Evans, Dominique Gonzalez-Foerster, Mona Hatoum, Emily Jacir, Jasleen Kaur, Katerina Kovaleva, Teresa Margolles, Helina Metaferia, Janis Rafa, Zineb Sedira, Nora Turato

27 ottobre 2025 – 1° febbraio 2026

Fondazione Merz
Torino, via Limone 24

Opening: lunedì 27 ottobre 2025 ore 19.00

Mirna Bamieh, Sour Things: the Pantry, 2024. Courtesy Fondazione Merz. Foto Andrea Guermani
La Fondazione Merz presenta la seconda edizione di PUSH THE LIMITS, progetto espositivo a cura di Claudia Gioia e Beatrice Merz.

La mostra esplora la capacità dell’arte di rispondere alle questioni attuali e urgenti e di farsi portatrice di cambiamento, rifiutando la rassegnazione all’immobilità.

  • Riunisce 20 artiste di generazioni e provenienze diverse che fanno del superamento e della trasformazione dei limiti imposti e supposti la propria grammatica artistica.

La mostra è aperta da lunedì 27 ottobre 2025 a domenica 1° febbraio 2026. Le artiste sono: Heba Y. Amin, Maja Bajević, Mirna Bamieh, Fiona Banner aka The Vanity Press, Rossella Biscotti, Monica Bonvicini, Latifa Echakhch, yasmine eid-sabbagh/Rozenn Quéré, Cécile B. Evans, Dominique Gonzalez-Foerster, Mona Hatoum, Emily Jacir, Jasleen Kaur, Katerina Kovaleva, Teresa Margolles, Helina Metaferia, Janis Rafa, Zineb Sedira, Nora Turato.

Nel rititolare la seconda edizione di PUSH THE LIMITS è stata aggiunta la frase di Mario Merz, “la cultura si sveste e fa apparire la guerra”. Il riferimento è al ruolo da sempre complesso della cultura in situazioni di conflitto e alla necessità che

  • la cultura si svesta di un’immagine ovattata per evidenziare la sua natura combattiva.

In questo modo si intende sottolineare anche la libertà e la responsabilità dell’arte e della cultura, così come l’obiettivo di forzare i limiti, proprio oggi in cui tutti i principi della convivenza e del diritto vengono continuamente stravolti, perché possano venire nuove parole per ricominciare a

  • pensare in termini di giustizia e di relazioni internazionali, sociali e civili.

La mostra mette in campo azioni, immagini e voci capaci di riallineare mezzi e fini, con la consapevolezza che la relazionalità è, come ricordava Barbara Kruger nella prima edizione del progetto, qualità costitutiva dell’azione. In questa prospettiva — cara anche a Hannah Arendt, per la quale l’azione collettiva possiede un principio estetico —

  • libertà e esecuzione coincidono nel dare forma a parole e forme nuove, in risposta alle crisi del presente.

Percorso espositivo e opere
La mostra si articola in un percorso plurale che alterna opere inedite, lavori già esistenti e ricontestualizzazioni pensate per gli spazi della Fondazione.

Heba Y. Amin — Iterations on Witnessing, 2025–ongoing
Raccolta di cortometraggi, 23‘ 27‘‘, Courtesy dell’artista e Zilberman Gallery
Ispirata al fenomeno neurologico della blindsight — la capacità di vedere senza consapevolezza — la sequenza filmica si struttura come partitura di ripetizioni e contrappunti. La conoscenza si altera, si frammenta, diventa racconto poetico e politico in cui perdita, migrazione e guerra costituiscono la trama. Amin interroga la legittimità dello sguardo: cosa è visibile, cosa resta nascosto, cosa viene deliberatamente occultato? E soprattutto chi ha diritto di guardare, e a quali condizioni. Lo spettatore diventa testimone, responsabile di una riscrittura continua di senso.

Maja Bajević — Sous les pavés, les jeux (Under the cobblestones, games), 2022–2025
Pietre, biglie, luci, suono; dimensioni variabili, Courtesy dell’artista
Riprendendo lo slogan del Maggio ’68 — Sous les pavés, la plage — Bajević mette in tensione la stratificazione storica della città con la dimensione liberatoria del gioco. Alla durezza del già costruito oppone una luce che scopre e trasforma, attivando energie di cambiamento. Ad accompagnare un audio realizzato come un pastiche, di Le temps des cerises della Comune di Parigi, L’internazionale e Bella Ciao a risvegliare memorie che continuano a sfuggire.

Mirna Bamieh — Sour Things: the Pantry, 2024
Struttura in legno, 2 video, paesaggio sonoro, ceramiche, vetro, disegni, wallpaper, sale; dimensioni variabili
Commissione Noordbrabants Museum (NL) per “Imagine Home”, a cura di Nina Folkersma. Vetro prodotto da Marc Barreda. Courtesy NIKA Project Space.
La dispensa svuotata prima della fuga da Ramallah durante i bombardamenti su Gaza diventa gesto politico. La quotidianità della conserva — sale, barattoli, attese — resiste alla distruzione e afferma un futuro possibile. La vita contro la morte, la memoria contro la menzogna.

Fiona Banner aka The Vanity Press— Pranayama Organ, 2021; Soft Parts: Wing, Fin, Flap, 2022
Film digitale HD, 10’38’’; pouf su misura, dimensioni variabili, Courtesy l’artista e Frith Street Gallery, London
Due aerei da combattimento gonfiabili — Typhoon e Falcon — assumono movenze umane e aviarie in un rituale di attrazione e repulsione. L’artista gioca con la mascolinità della guerra, scoprendo un desiderio di relazione e futuro. La colonna sonora è il respiro e un organo che richiama Wild is the Wind. In sala, grandi pouf accolgono il pubblico in un contrasto tra comfort e ineluttabilità del conflitto.

Veduta della mostra. (Dominique Gonzalez-Foerster, Metapanorama I, II, III, 2023 e Katerina Kovaleva — Memory table, 2025) Courtesy Fondazione Merz. Foto Andrea Guermani
Rossella Biscotti — Le Teste in Oggetto, 2015, Resina acrilica simil-ceramica, silicone RTV-2/118, gesso, 2 europallet; Courtesy dell’artista
Le Teste in Oggetto, 2015, Resina acrilica simil-ceramica, silicone RTV-2/118, gesso, 2 europallet; Courtesy Fondazione MUSEION. Museo d’arte moderna e contemporanea Bolzano
Le teste in Oggetto (The Heads in question), 2009-2025, 5 stampe a getto di inchiostro su carta baritata Hahnemuhle, Courtesy l’artista
I calchi di due teste monumentali di Mussolini, dimenticati per anni nei depositi dell’EUR, interrogano la vanità del culto della personalità e la ferocia della politica quando degenera in dominio. Le fotografie in bianco e nero insistono sui dettagli: svelano piccolezza e banalità, ribaltando l’icona di forza.

Monica Bonvicini — And Rose (gold), 2024; And Rose (black), 2024
Catene in acciaio cromato, moschettoni a sgancio rapido, anelli; dimensioni variabili, Collezione privata
Due sculture della serie Chainswing tagliano lo spazio con una estetica industriale reiterata e dissacrante. La rosa del titolo evoca ciclo vitale, vulnerabilità e resistenza: l’arte come dispositivo che forza i limiti della rappresentazione e riscrive simbolicamente la società.

Latifa Echakhch — Untitled (Tears Fall), 2025
Perline di vetro, fili di nylon; 700 × 700 × 50 cm, Courtesy dell’artista e Kaufmann Repetto Milano/New York.
Una tenda scintillante di fili e perline rifrange la luce fino a un bagliore blu: è il momento in cui le lacrime toccano una superficie. Acqua come metafora delle emozioni: ascesa e abisso, forza e collasso. Un’oscillazione che abita il nostro tempo tra ambizione e speranza.

yasmine eid-sabbagh/Rozenn Quéré — Possible and Imaginary Lives
98 diapositive, 31 fotografie, wallpaper, suono 27’, © yasmine eid-sabbagh/Rozenn Quéré. Prodotto da Festival Images, Vevey.
Quattro sorelle palestinesi nate tra anni ’30 e ’40 raccontano una vita segnata dall’esilio. Beirut, Il Cairo, New York, Parigi diventano i cardinali di una mappa affettiva che ritorna, per memoria, ad Haifa e Ramallah. Tra documentario e finzione, l’opera riscrive le biografie nel presente, traducendo liberamente interviste audio in un teatro di ricordi.

Cécile B. Evans — Spurt of Blood (top 10 / last 100 years), 2025
video in loop, commissionato Fondazione Merz, Courtesy l’artista
Spurt of Blood (radio play), 2025
suono in loop, commissionato da Somerset House con supporto da Fondazione Merz, Courtesy l’artista
Ispirata alla pièce di Antonin Artaud (1925), l’opera si compone di due parti: un radiodramma e un saggio visivo. Il radiodramma riprende il testo teatrale originale ma mai messo in scena riattualizzandolo al tempo di oggi. Il saggio visivo è costruito con frammenti animati delle dieci immagini più circolate degli ultimi cento anni (1925–2025) per rivisitare il passato attraverso rappresentazioni che suggeriscono futuro.

Dominique Gonzalez-Foerster — Metapanorama I, II, III, 2023
Trittico, stampa a pigmenti UV su lino stampato a mano; 315 × 250 × 7 cm (cad.), 315 × 750 × 7 cm (totale), Courtesy dell’artista e Albarrán Bourdais
Tra murales alla Diego Rivera, diorama ottocentesco e muro di Berlino, il trittico si fa narrazione espansa: una folla di personaggi, movimenti antagonisti, masse critiche e alieni compone un tutto vitale che proclama la necessità di connessioni contro l’esclusione.

Mona Hatoum — Hot Spot (stand), 2018
Acciaio inossidabile, neon, gomma; 172 × 83 × 80 cm, Courtesy dell’artista
Un mappamondo incandescente registra la temperatura del pianeta: il mondo brucia, attraversato da guerre e conflitti protratti nel tempo. Contro l’anestesia delle immagini e la retorica dell’“effetto speciale”, l’opera visualizza il presente.

Emily Jacir — Crossing Surda, 2002
video a due canali, 132’48’’, Courtesy Simondi Gallery
Per otto giorni Jacir filma il percorso da Surda all’Università di Birzeit, attraversando il confine israelo-palestinese. Il passaporto gettato nel fango è solo uno degli episodi che restituiscono una quotidianità durata decenni, oggi sopraffatta da una situazione ancor più tragica.

Jasleen Kaur — Not new, otherwise, 2025
Manifesti, dimensioni variabili, © Jasleen Kaur. Courtesy dell’artista e Hollybush Gardens, London
Immagini alterate stratificano storia e memoria familiare. Materiali che abitavano spazi domestici e di culto nell’infanzia dell’artista vengono decontestualizzati e accostati per superare le narrazioni ufficiali.

Veduta della mostra. Courtesy Fondazione Merz. Foto Andrea Guermani
Katerina Kovaleva — Memory table, 2025
vetro, metallo, specchio, granito, acrilico su paracadute (diametro 7 m), Courtesy l’artista
Un grande paracadute — con allegorie di angeli che attraverso degli specchi e lenti d’ingrandimento catturano i raggi del sole per comprendere meglio quello che accade sulla terra — incombe su un tavolo militare apparecchiato di piatti, bicchieri e pietre. Convito senza commensali: presenze e destini, storie individuali e collettive inchiodano alla memoria delle vittime di guerra.

Teresa Margolles — Los sonidos de la muerte, 2008–ongoing
Opera sonora, dimensioni variabili
Nel 1993 Ciudad Juárez, in Messico, è assurta agli onori della cronaca per il gran numero di donne assassinate i cui omicidi non sono stati mai risolti. Il muro rimanda le registrazioni sonore effettuate nei luoghi in cui sono state ritrovate le donne assassinate. Un’opera che denuncia attivamente la violenza sulle donne e ricorda le molte altre storie nel mondo di donne desaparecidas o uccise per ragioni politiche, sociali e culturali.

Helina Metaferia — Headdress 77 e Headdress 78, 2025; The Work, 2018–present
Collage, tecnica mista; 30 × 40 cm ciascuno. Installazione partecipativa, dimensioni variabili
Collage d’archivio indagano la storia dei movimenti per i diritti civili per capirne le influenze sulle attuali battaglie sociali delle comunità BIPOC. Con The Work l’artista raccoglie migliaia di risposte su cosa significhi “rivoluzione”, trasformandole in cartelli, striscioni, performance: una conversazione globale resa tangibile dall’arte.

Janis Rafa — The Fear of Leaving the Animal Forever Forgotten Under the Ground, 2021
Video monocanale con suono stereo, 12’
In un mondo sotterraneo abitato da animali, la presenza umana resta fuori campo. In eco alla performance di Joseph Beuys con il coyote (1974), la natura indomita dei cani si confronta con un’umanità invisibile. Il film evoca coppie in tensione: bestiale/umano, crudeltà/partecipazione, sottomissione/rivolta, potere/libertà. La domanda resta aperta: fino a che punto sfidiamo i nostri sensi e linguaggi per vedere oltre l’ovvio?

Zineb Sedira — Disclaimers, 2023
6 light boxes, ed. 1/1 + AP; 199 × 240 × 20 cm ciascuno; dimensioni variabili, Courtesy dell’artista e Mennour, Paris
Parte del progetto Dreams Have No Titles (Biennale di Venezia, 2022), la serie interroga identità e politiche della rappresentazione. Ogni light box espone una frase dal cinema militante degli anni ’60–’70 su rivoluzione e liberazione. I colori sgargianti amplificano il contrasto tra estetica e messaggio, riaffermando il cinema come strumento di resistenza.

Nora Turato — Speaking my TRUTH!!!, 2024/2025
Vernice a emulsione su parete; dimensioni variabili, © Nora Turato Courtesy dell’artista e LambdaLambdaLambda, Galerie Gregor Staiger, Sprüth Magers
La frase “Speaking my TRUTH!!!” campeggia all’entrata della Fondazione, decontestualizzata dall’uso virale dei social media evidenzia la retorica di un pensiero autosufficiente. La superficialità del linguaggio e la banalizzazione di temi sociali e civili costituiscono una ferita per la sfera pubblica e l’opera ci invita a riflettere.

FONDAZIONE MERZ
La Fondazione, intitolata a Mario e Marisa Merz, nasce come centro d’arte contemporanea nel 2005 a Torino, con l’intento di ospitare mostre, eventi, attività educative e portare avanti la ricerca e l’approfondimento dell’arte.
Nata e sviluppatasi in aperto contrasto al concetto di arte come monumento, ossia immagine della memoria, potente ma statica, la Fondazione interpreta oggi il proprio ruolo di centrale energetica dell’arte. Il luogo delle opere, passato da essere “casa dell’artista” a “casa per gli artisti”, ha inevitabilmente maturato il proprio ruolo, nato da un impulso di sopravvivenza, e si è resa attrice consapevole e presente di nuove opportunità.
Presieduta da Beatrice Merz, si avvale della collaborazione di un comitato scientifico composto da Frances Morris (Director Emeritus, Tate Modern, London), Vicente Todolí (Direttore artistico HangarBicocca, Milano) e Mariano Boggia (Manager della collezione Merz) e della consulenza di curatori ospiti per la programmazione espositiva.
La Fondazione alterna mostre dedicate a Mario e Marisa Merz come momenti di riflessione e studio a dei grandi progetti site-specific di artisti nazionali e internazionali invitati a confrontarsi con lo spazio di via Limone a Torino e con il suo contenuto, senza tralasciare la ricerca sulle nuove generazioni per cui sono regolarmente organizzati non solo eventi espositivi ma anche musicali e performativi.
Il Dipartimento Educazione offre un insieme di attività e servizi finalizzati a favorire la relazione tra il territorio e il museo, diffondendo la conoscenza dei linguaggi e delle pratiche dell’arte contemporanea; organizza attività rivolte a diverse tipologie di pubblico per promuovere la conoscenza dell’arte contemporanea: visite guidate e laboratori per la scuola, percorsi formativi per gli insegnanti, workshop con gli artisti, oltre ad un servizio gratuito di accoglienza al pubblico in sala.
La biblioteca è specializzata in storia e critica dell’arte moderna e contemporanea; è affiancata all’Archivio Merz che ha lo scopo principale di raccogliere, ordinare e conservare ogni documentazione esistente relativa a Mario e Marisa Merz.

BIOGRAFIE ARTISTE
Heba Y. Amin
Heba Y. Amin (nata nel 1980 al Cairo, Egitto; vive e lavora a Berlino, Germania) esplora temi politici e la costruzione della memoria storica, utilizzando differenti linguaggi espressivi come film, fotografia, performance e installazione.
La sua ricerca si distingue per un approccio critico, immaginativo e spesso satirico, volto a mettere in discussione le narrazioni dominanti legate alla conquista e al controllo. Amin è professoressa di Digital and Time-Based Art presso l’Accademia Statale di Belle Arti di Stoccarda, co-fondatrice del collettivo Black Athena, curatrice d’arte visiva per la rivista MIZNA e attualmente fa parte dei comitati editoriali del Journal of Digital War e del Disruption Network Lab.
Inoltre, Amin è una delle artiste dietro l’azione di graffiti sovversivi sul set della serie televisiva Homeland, che ha ricevuto attenzione mediatica a livello mondiale.

Maja Bajević
Maja Bajević (nata nel 1967 a Sarajevo, Bosnia-Erzegovina; vive e lavora a Parigi, Francia) adotta un approccio critico all’arte per mettere in luce le dualità del comportamento umano, in particolare quelle legate al potere. Il potere della storia si contrappone a quello della scelta e dell’interpretazione; la memoria collettiva all’amnesia collettiva, i resoconti oggettivi alla narrazione soggettiva e all’immaginazione – intesa come costruzione in divenire, fluida e instabile (la presenza di impalcature nelle sue opere non è casuale), le cui trasformazioni e deviazioni rispondono a stimoli contraddittori. Il suo lavoro mira a formulare domande più che fornire risposte: ogni domanda risolta apre un nuovo territorio, con nuove parentesi che lasciano spazio all’imprevisto o all’inespresso, in un continuum senza fine. Fin dalla metà degli anni ’90, Bajević affronta un’ampia gamma di tematiche, tra cui globalizzazione, inclusione/esclusione, sfruttamento, neoliberismo e i loro effetti reciproci. Parallelamente, torna spesso sul tema dell’identità personale e della patria, e su come queste possano essere costruite o rese impossibili. Il suo lavoro spazia tra video, installazione, performance e suono, ma anche testo, artigianato, disegno, incisione, macchinari e fotografia.
Segnata da un’esperienza migratoria personale, le sue opere precedenti mettono in risalto l’interesse per la natura contingente della stabilità politica. Affrontando temi come l’abuso di potere e religione, la migrazione e l’emarginazione dello straniero, e la tensione tra locale e globale, il suo lavoro si inserisce nella tradizione di un’arte che svolge una funzione sociale e informativa, volta a mettere in discussione le convinzioni dominanti.

Mirna Bamieh
Mirna Bamieh (nata nel 1983 a Gerusalemme, Palestina; vive e lavora a Lisbona, Portogallo) indaga i processi di cancellazione delle identità e i meccanismi di resistenza e costruzione della memoria, esplorando le fragilità e le tensioni sociali all’interno delle comunità palestinesi, in relazione alle complesse dinamiche del presente politico.
Con una formazione in arti visive, arti culinarie, psicologia e sociologia, unisce cibo e narrazione per sviluppare pratiche artistiche socialmente impegnate attraverso Palestine Hosting Society, un progetto di arte dal vivo che ha fondato nel 2018. Mettendo in scena cene performative e interventi che attingono alle pratiche alimentari e alla trasmissione orale delle ricette, il progetto mira a rivitalizzare le culture gastronomiche palestinesi tradizionali, oggi a rischio di scomparsa.
A partire dal 2019, spinta dal desiderio di riflettere sulla storia personale in relazione a quella collettiva, l’artista ha iniziato a esplorare anche il processo di fermentazione, attraverso testi, suoni, ceramiche, disegni e opere video, confluiti in installazioni interattive site-specific. Il suo attuale ciclo di opere sull’argomento è la serie Sour Things.

Fiona Banner
Fiona Banner, nota anche come The Vanity Press (nata nel 1966 a Merseyside, Regno Unito), esplora questioni legate al genere, al linguaggio, all’interpretazione e all’editoria attraverso una varietà di media, tra cui disegno, scultura, performance e immagine in movimento. Al centro del suo approccio concettuale vi è la tensione tra linguaggio e i suoi limiti.
Particolarmente interessata a come il conflitto venga mitizzato dalla cultura popolare, inizia creando dei “wordscapes” o “film immobili”: narrazioni testuali dettagliate, scritte in prima persona, che spaziavano dai dai war movie ai film porno, da scene intime a eventi storici. Queste opere prendevano la forma di blocchi compatti di testo, spesso delle stesse dimensioni e proporzioni di uno schermo cinematografico. Successivamente, ha rivolto la sua attenzione al tema del nudo nella storia dell’arte, osservando modelli dal vivo e descrivendone pose e forme esclusivamente attraverso le parole. Un altro elemento ricorrente nella sua pratica è la rielaborazione di aerei militari, spesso trasformati in oggetti brutali, sensuali o comici: utilizzati come materiali d’installazione o animati da una presenza quasi vivente.
Nel film Pranayama Organ (2021), due aerei militari gonfiabili appaiono lentamente su una spiaggia desolata. Il film evolve in una performance rituale, messa in scena da due figure travestite da caccia militari – una delle quali è l’artista stessa – dove umano e automa si affrontano in un corteggiamento comico e inquietante tra danza e combattimento.
Nel 1997 Banner ha fondato la sua casa editrice indipendente, The Vanity Press, con la pubblicazione del monumentale The Nam. Da allora ha pubblicato numerose opere sotto forma di libri, oggetti scultorei e performance. Nel 2009 si è autoattribuita un numero ISBN, registrandosi come pubblicazione sotto il proprio nome.

Rossella Biscotti
Rossella Biscotti (nata nel 1978 a Molfetta, Italia; vive e lavora tra Bruxelles, Belgio e Rotterdam, Paesi Bassi) utilizza, nella sua partica artistica, il montaggio come gesto per rivelare narrazioni individuali e la loro relazione con la società, mettendo in luce i dispositivi che costruiscono queste narrazioni. Attraverso un approccio transmediale che attraversa cinema, performance e scultura, Biscotti esplora e ricostruisce momenti sociali e politici recenti a partire dalle esperienze soggettive degli individui, spesso in contrasto con sistemi istituzionali violenti e repressivi.
Integrando vissuto personale e narrazioni orali, l’artista costruisce un racconto “non ufficiale” della storia, che si colloca ai margini del discorso dominante. Spesso partendo da un luogo fisico d’indagine, intreccia con sensibilità racconti divergenti e anche contraddittori, dando vita a nuove narrazioni visive. Analizzando i materiali recuperati da una prospettiva contemporanea, Biscotti stabilisce connessioni con il presente, attivando l’immaginazione, la memoria e l’esperienza dello spettatore.

Monica Bonvicini
Monica Bonvicini (nata nel 1965 a Venezia, Italia; vive e lavora a Berlino, Germania) si è affermata come artista visiva e ha iniziato a esporre a livello internazionale a metà degli anni Novanta. La sua pratica eclettica ma rigorosa – che indaga il rapporto tra architettura, potere, genere e sessualità, spazio, sorveglianza e controllo – si traduce in opere che mettono in discussione il significato del fare arte, l’ambiguità del linguaggio, i limiti e le possibilità legati all’ideale di libertà. L’arte di Bonvicini è sarcastica, diretta e colma di riferimenti storici e socio-politici; non si astiene mai dallo stabilire un rapporto critico con i luoghi in cui è esposta, i materiali che la compongono e i ruoli di spettatore e creatore. Questo approccio, che è stato al centro della sua produzione sin dalla prima mostra personale presso il California Institute of the Arts nel 1991, si è evoluto formalmente nel corso degli anni senza tuttavia tradire la forza analitica che lo caratterizza, o cessare di mettere alla prova le posizioni dello spettatore, prendendo a colpi le convenzioni socio-culturali.

Latifa Echakhch
Latifa Echakhch (nata nel 1974 a El Khnansa, Marocco; vive e lavora in Svizzera) introduce spesso elementi legati a “ricordi culturali”, evocando relazioni complesse in cui il valore simbolico viene sottratto, e la sua assenza suggerisce nuovi significati e presenze. L’artista rielabora e riattiva oggetti trovati, straniando l’ordinario e mettendo in discussione il significato che vi proiettiamo. Solo quando gli oggetti apparentemente noti vengono svuotati del loro significato originario diventano leggibili in molteplici modi. Attraverso riferimenti e appropriazioni di archetipi e ideologie del modernismo e oltre, Echakhch riflette sulla percezione spesso pregiudiziale delle identità nazionali e religiose. Le sue opere, al tempo stesso poetiche e concettuali, interrogano la semantica dei paradigmi culturali offrendo, al loro posto, ciò che l’artista definisce una “trasfigurazione poetica”.

yasmine eid-sabbagh
yasmine eid-sabbagh (libanese, nata nel 1980 a Parigi, Francia; vive e lavora a Dakar, Senegal) nella sua pratica artistica, esplora le potenzialità dell’azione umana attraverso processi collettivi e sperimentali. Questi includono iniziative di (contro)archiviazione, come il progetto di negoziazione per un potenziale archivio digitale (ri)assemblato in collaborazione con gli abitanti di Burj al-Shamali, un campo profughi palestinese nei pressi di Tiro, in Libano, dove ha vissuto stabilmente dal 2006 al 2011. Importanti anche i progetti pedagogici radicali come Ses Milanes-créixer a la natura, un’iniziativa autogestita rivolta a famiglie con bambini tra i 2 e 6 anni fondata nel 2020 a Bunyola, in Spagna, che utilizza la natura (bosco e orti comunitari) come unica infrastruttura promuovendo un’educazione comunitaria e consapevole. La fotografia è spesso il mezzo attraverso cui l’artista indaga le nozioni di collettività, potere e resistenza: ne sono esempio il suo impegno come membro della Arab Image Foundation (arabimagefoundation.org), istituzione archivistica guidata da professionisti del settore, e la sua ricerca di dottorato in Teoria dell’Arte e Studi Culturali presso l’Accademia di Belle Arti di Vienna.

Cécile B. Evans
Cécile B. Evans (americano-belga, nasce nel 1983 a Cleveland, USA; vive e lavora a La Plaine Saint Denis, Francia). Esplora, nelle opere, il valore dell’emozione e della ribellione alle sovrastrutture ideologiche, fisiche e tecnologiche. Lavora con video, installazioni digitali, sculture interattive e performance utilizzando animazione, live action e software audiovisivi per creare narrazioni altre che mettano in discussione le strutture emozionali della contemporaneità.

Dominique Gonzalez-Foerster
Dominique Gonzalez-Foerster (nata nel 1965 a Strasburgo, Francia; vive e lavora a Parigi, Francia e Rio de Janeiro, Brasile) è riconosciuta a livello internazionale per una ricerca che esplora le relazioni cognitive e sensoriali tra spazi e corpi, movimento, comportamento e identità, nonché sulla costruzione di ambienti che fanno diretto riferimento alla letteratura, alla musica e all’architettura. Nel suo lavoro, che abbraccia fotografia, film, performance e installazioni spaziali, i codici della rappresentazione dello spazio sono spesso proiettati come scenografie teatrali, mettendo in discussione la presunta neutralità degli spazi espositivi. Le sue composizioni immersive invitano lo spettatore a un ruolo attivo, stimolando soggettività influenzate dal passato, dal futuro e dalla finzione.

Mona Hatoum
Mona Hatoum (palestinese, nata nel 1952 a Beirut, Libano; vive e lavora a Londra, Regno Unito) il suo lavoro poetico e politico si sviluppa attraverso una vasta gamma di media e affronta temi legati allo sradicamento, alla marginalizzazione e ai sistemi di controllo sociale e politico. Hatoum divenne nota alla metà degli anni Ottanta per una serie di performances e video che si concentravano, con grande intensità, sul corpo. Agli inizi degli anni Novanta il suo lavoro si è orientato verso le installazioni di larga scala, che mirano a impegnare lo spettatore in contrastanti emozioni di desiderio e repulsione, fascino e timore. L’artista ha sviluppato un linguaggio nel quale oggetti domestici di uso comune come sedie, letti, culle e utensili da cucina sono trasformati in oggetti sconosciuti, minacciosi e a volte pericolosi.

Emily Jacir
Emily Jacir (nata nel 1970 a Betlemme, Palestina; vive e lavora a Betlemme, Palestina, e Roma, Italia) è un’artista e regista, la cui ricerca artistica affronta questioni legate alla traduzione, ai processi di trasformazione e di resistenza, alle narrazioni censurate e rimosse dai discorsi egemonici. Il suo lavoro si sviluppa attraverso l’utilizzo di media espressivi che includono la fotografia, il cinema, la scultura, l’installazione, i gesti performativi e la ricerca storica e d’archivio. Esplora il movimento personale e collettivo attraverso il tempo e lo spazio, analizzandone le implicazioni sull’esperienza fisica e sociale nello spazio-tempo transmediterraneo. Attribuendo valore a rituali come danze, processioni e giochi, l’artista traccia i modi in cui lo spazio, la collettività e la memoria vengono rivendicati. Attiva nell’ambito dell’educazione in Palestina dal 2000, Jacir si è fortemente impegnata nella creazione di spazi alternativi per la produzione di conoscenza, a livello locale e internazionale. È fondatrice di Dar Yusuf Nasri Jacir for Art and Research, centro d’arte e ricerca con sede a Betlemme.

Jasleen Kaur
Jasleen Kaur (nata nel 1986 a Pollokshields, Glasgow, Regno Unito; vive e lavora a Londra, Regno Unito), nel suo lavoro indaga il rapporto tra identità, comunità e memoria attraverso materiali di uso quotidiano
come fotografie e oggetti di consumo concentrandosi sulle storie e sulle persone non visibili nei racconti
ufficiali.

Katerina Kovaleva
Katerina Kovaleva (nata nel 1966 a Mosca, Russia) è un’artista multidisciplinare, la cui pratica si sviluppa tra grafica, collage, scultura e installazione. Al centro del suo lavoro c’è un’indagine profonda sul rapporto tra memoria e identità, tra storia collettiva e vissuto personale. Attraverso l’uso di materiali d’archivio, documenti, fotografie e oggetti trovati, Kovaleva costruisce narrazioni visive che riflettono sulle tracce del passato, sui processi di oblio e sulla trasformazione culturale e sociale. Il suo approccio stratificato e poetico mescola elementi documentari e immaginari, dando vita a opere in cui la materia diventa veicolo di memoria e riflessione. Spesso, nei suoi progetti, emerge l’interesse per il paesaggio – fisico o simbolico – e per luoghi segnati da transizioni o marginalità, che diventano metafore di fragilità, attesa o dissoluzione. Kovaleva dà forma a una pratica che coniuga ricerca storica, intuizione artistica e sensibilità politica, costruendo spazi visivi in cui il tempo si stratifica e l’esperienza individuale si intreccia con i grandi movimenti della storia.

Teresa Margolles
Teresa Margolles (nata nel 1963 a Culiacán, Sinaloa, Messico; vive e lavora tra Madrid, Spagna e Città del Messico, Messico). La sua pratica artistica indaga le cause sociali e le conseguenze della violenza. Per Margolles, l’obitorio rappresenta uno specchio fedele della società, in particolare di quella messicana, segnata da morti legate al narcotraffico, alla povertà, alla crisi politica e all’inefficace risposta delle istituzioni. Attraverso un linguaggio visivo essenziale e potente, dà voce ai soggetti “silenziati” — le vittime considerate come “danni collaterali” del conflitto.

Helina Metaferia
Helina Metaferia (etiope-americana, nata nel 1983 a Washington, USA; vive e lavora a New York, USA) è un’artista interdisciplinare la cui pratica spazia tra collage, assemblaggio, video, performance e pratiche partecipative. Il suo lavoro si alimenta di materiali di archivio come scritti, testimonianze orali e storie che si trasformano in arte. Con ritagli, collage e assemblaggi crea una poetica visiva che porta in superficie storie marginalizzate e della diaspora promuovendo partecipazione comunitaria e processi di cura e trasformazione politica.

Janis Rafa
Janis Rafa (nata nel 1984 ad Atene, Grecia; vive tra Amsterdam, Paesi Bassi e Atene, Grecia). La ricerca artistica di Rafa si sviluppa, attraverso diversi linguaggi, dai lungometraggi a narrazioni visive più brevi, da ambienti immersivi con gesti scultorei a disegni e testi — per creare ambienti ed esperienze coinvolgenti. Il suo lavoro, spesso incentrato sulla relazione tra esseri umani e animali, esplora schemi apparentemente contraddittori come amore, desiderio e seduzione, ma anche dolore e penetrazione, giochi di potere e intrusione, trauma e controllo. L’animale agisce spesso come simbolo, emblema o parabola, con l’obiettivo di raccontare gli aspetti sfaccettati delle dinamiche storiche e psicosociali, erotiche e interpersonali, sollevando una domanda fondamentale: fino a che punto possiamo sfidare i nostri sensi e linguaggi per vedere attraverso e oltre l’ovvio? Questi temi complessi sono al centro della pratica artistica di Janis Rafa, che si sviluppa attraverso diversi linguaggi: dai lungometraggi a narrazioni visive più brevi, da ambienti immersivi con gesti scultorei a disegni e testi. Le sue opere creano esperienze sensoriali profonde, in cui il rapporto tra esseri umani e animali diventa punto di partenza per esplorare tensioni e contraddizioni: amore, desiderio e seduzione, ma anche dolore, penetrazione, giochi di potere, intrusione, trauma e controllo. L’animale diventa spesso simbolo, emblema o parabola, attraverso cui affrontare le molteplici sfaccettature della storia e della psiche, dell’erotismo e delle relazioni interpersonali. Il lavoro di Rafa solleva infine una domanda essenziale: fino a che punto siamo disposti a mettere in discussione i nostri sensi e i nostri linguaggi, per riuscire a vedere attraverso — e oltre — l’apparenza delle cose?

Zineb Sedira
Zineb Sedira (nata nel 1963 a Gennevilliers, Francia; vive a Londra, Regno Unito e lavora tra Parigi, Algeri e Londra). Il lavoro di Sedira esplora i temi dell’identità post-coloniale, della memoria dei migranti e del paesaggio come testimone della storia. Utilizza video fotografia, installazioni e documentazione con una forte componente autobiografica. In opere come Dreams Have No Titles, presentata al Padiglione Francia alla Biennale di Venezia nel 2022, mescola la propria biografia con il cinema militante algerino e francese degli anni 60 e 70 trasformando l’archivio in un racconto politico.

Nora Turato
Nora Turato (nata nel 1991 a Zagabria, Croazia; vive e lavora ad Amsterdam, Paesi Bassi). La ricerca artistica di Turato si sviluppa attraverso installazioni testuali, stampe, libri e performance, con il linguaggio come fulcro concettuale e formale. Attingendo sia a testi raccolti che a scritti originali, Turato canalizza il flusso costante del discorso pubblico in narrazioni personali che rielabora, decostruisce e ricompone in una pratica articolata e stratificata.
L’artista lavora per cicli periodici che definisce “pools” (bacini), in cui riflette su tendenze culturali e sociali contemporanee, soffermandosi in particolare sul linguaggio e sullo spirito del tempo che ne segnano i cambiamenti. Ogni ciclo è accompagnato da una pubblicazione artistica – anch’essa intitolata pools – che Turato descrive come una sorta di “rapporto annuale” dei testi e delle espressioni raccolti nell’arco dell’anno.

————————–                          FOTO COPERTINA: “Occhio, aprite gli occhi” 2008 – particolare di serie di piatti – Grazia Seregni Copyright© All rights reserved – il lavoro d’arte in copertina non fa parte della mostra.

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