Tra Ricerca, restauro e racconto: il riallestimento delle sale di Iti e Neferu e di Ahmose
Dall’8 luglio due nuovi riallestimenti al Museo Egizio:
sono le sale dedicate alla tomba di Iti e Neferu e alla Principessa Ahmose. Frutto di un lavoro di ricerca e rilettura delle fonti d’archivio, di scoperte inattese nei depositi, le sale raccontano l’archeologia di inizio Novecento di Schiaparelli e Rosa.
Studiare il patrimonio di reperti dell’antico Egitto e approfondire la vita degli archeologi che hanno contribuito a far emergere i tesori di questa antica civiltà riserva ancora sorprese e nuove scoperte. È il caso della sala di Iti e Neferu e della saletta dedicata alla Principessa Ahmose del Museo Egizio, entrambe oggetto di un riallestimento che apre al pubblico l’8 luglio, grazie al lavoro di studio e ricerca dei curatori del Museo: Beppe Moiso, Enrico Ferraris e Cinzia Soddu, e alla progettazione espositiva di Enrico Barbero e Piera Luisolo.
Le due novità assolute dei riallestimenti:
Il ritrovamento di una pittura appartenente al ciclo decorativo della tomba di Iti e Neferu, scoperta nei depositi del Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università di Torino, durante un riscontro inventariale.
I calzari in cuoio della Principessa Ahmose, risalenti alla XVIII dinastia, esposti per la prima volta dopo un delicato lavoro di restauro.
Il direttore del Museo Egizio, Christian Greco, ha dichiarato:
“Stiamo aggiornando gli allestimenti permanenti per integrare i risultati più recenti della ricerca sulla collezione e per migliorare l’accessibilità dei contenuti. Particolare attenzione è rivolta all’esposizione dei resti umani. Ricostruire i corredi funerari non è solo un’operazione scientifica, ma anche un gesto di rispetto: significa trattare questi reperti come testimonianze di vite vissute, tenendo conto delle implicazioni etiche e culturali che comportano.”
La tomba di Iti e Neferu
La sala è stata rivista architettonicamente, sulla base di studi sulla struttura originale, composta da 14 pilastri, e grazie a fotografie scattate da Schiaparelli.
Delle 36 pitture originariamente staccate dalla tomba e arrivate a Torino nel 1924:
Dopo il restauro a Firenze da parte di Fabrizio Lucarini, 29 furono esposte in museo.
Una delle 7 mancanti è recentemente riemersa ed è ora in restauro.
Le altre sono conosciute solo tramite fotografie d’archivio.
Tutte le pitture sono visibili online, nell’archivio storico fotografico dell’Egizio, che raccoglie circa 2.000 immagini digitalizzate dell’attività archeologica svolta tra il 1903 e il 1937.
Il riallestimento rappresenta anche un omaggio alla figura di Virginio Rosa, giovane chimico e botanico, poi egittologo, che condusse lo scavo di Gebelein nel 1911, prima di morire a soli 26 anni.
Rosa si distinse anche per le sue abilità fotografiche: suo patrigno era Secondo Pia, il primo a fotografare la Sindone. Rosa fu il primo ad usare lastre fotografiche a colori in una missione archeologica italiana.
Un volume della collana Studi del Museo Egizio, scritto da Beppe Moiso, intitolato 1911: l’Egitto di Virginio Rosa (Franco Cosimo Panini Editore), ne ripercorrerà le scoperte, attraverso il giornale di scavo, disegni, lettere e istruzioni lasciate da Schiaparelli.
La saletta della Principessa Ahmose
Situata al primo piano, accanto a quella di Nefertari, è stata riallestita con una logica narrativa che mette al centro:
Il ruolo dell’archeologo.
L’importanza della documentazione d’archivio.
Le scienze della conservazione.
Il Museo ha trasformato la frammentarietà dei reperti in un’occasione di racconto e approfondimento.
Reperti esposti:
I calzari in cuoio della Principessa, restaurati da Francesca Gaia Maiocchi e Giulia Pallottini.
Un frammento di tessuto su cui poggiavano i suoi monili.
Disegni ricostruttivi del curatore Paolo Marini, che aiutano il pubblico a leggere i reperti frammentari.
Resti umani ed etica espositiva
Il Museo affronta da oltre dieci anni il tema dell’esposizione delle mummie e resti umani con sensibilità e attenzione alle implicazioni etiche.
Per questo è stato istituito un Comitato etico interno, con il compito di orientare le scelte espositive nel rispetto della dignità dei reperti e delle sensibilità culturali dei visitatori.
Nel caso di Ahmose, è stato realizzato un guscio protettivo in fibra di basalto, modellato sul reperto e dotato di microfori per garantire ventilazione e conservazione, offrendo al tempo stesso una presentazione rispettosa.
Un racconto coerente e accessibile
Le pareti delle vetrine dedicate ad Ahmose, Nebiry e alla tomba Queens’ Valley 39 riportano:
Le indicazioni delle tombe d’origine.
Una mappa della Valle delle Regine che dà contesto agli scavi di Schiaparelli.
Il racconto è completato da nuovi testi, grafica e ricostruzioni visive che spiegano le caratteristiche delle sepolture, meno monumentali di quella di Nefertari, ma comunque appartenenti a personaggi di alto rango.
Nel basamento di Ahmose è visibile un’infografica sul telo funerario, uno dei primi esempi di Libro dei Morti, risalente alla fine della XVII dinastia (ca. 1540 a.C.). Ricostruito, il lenzuolo doveva misurare 4 metri di lunghezza e oltre 1 metro di larghezza.
I reperti di Nebiry
Vasi canopi
Ceramiche di imitazione cipriota
Rivelano un alto funzionario inserito in reti internazionali di scambio, riflesso dello status e delle relazioni esterne dell’Egitto nel Nuovo Regno.
Conclusione
Questo intervento ha reso le sale di Nefertari e Ahmose più armoniche e coerenti, sia visivamente che narrativamente. La frammentarietà degli oggetti è trasformata in un’occasione per offrire al pubblico uno sguardo ravvicinato sul lavoro dell’archeologo, sulla conservazione e sulla capacità del museo di rinnovarsi attraverso la ricerca.